Duterte: le Filippine in un’alleanza militare con Russia e Cina

Vladimir Putin con Rodrigo Duterte (credits: Kremlin.ru)Dopo Donald Trump e le sue informazioni “classificate” riferite al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ora è la volta del presidente filippino Rodrigo Duterte, già noto per la difficoltà a tenere a freno la lingua durante conferenze stampa (spesso veri e propri show all’insegna del politicamente scorretto), a far parlare di sè per alcune dichiarazioni che hanno fatto balzare sulla sedia Vladimir Putin e Xi Jinping. A Mosca, dove ha incontrato il presidente russo, Duterte ha offerto l’amicizia delle Filippine chiedendo in cambio il sostegno del Cremlino nella lotta contro le milizie islamiste locali di Abu Sayyaf, da realizzarsi attraverso la vendita di armamenti russi. La notizia confermerebbe le voci circolate nei mesi scorsi che parlavano dell’interesse di Manila a una linea di credito russa finalizzata all’acquisto di aerei Mig: uno strappo non da poco, visto che le Filippine sono storiche alleate degli Stati Uniti in Asia e che sull’atollo di Diego Garcia ospitano una delle più importanti basi navali americane del sud-est asiatico. Continua a leggere

Attenti alla Macedonia: può incendiare di nuovo i Balcani

Nikola_GruevskiDistratti come siamo dalle minacce incrociate tra USA e Nord Corea, dalla crisi politica in Venezuela e dall’imminente ballottaggio in Francia, non ci siamo accorti che ad una manciata di chilometri dai nostri confini, in Macedonia, si è innescata una bomba ad orologeria che può scatenare una nuova guerra nei Balcani. Non va sottovalutata la crisi istituzionale che ormai avvinghia l’ex repubblica jugoslava (unica con il Montenegro a essersi resa indipendente senza colpo ferire), soprattutto perché pone le sue radici in una tensione etnica tra slavi e albanesi che da quelle parti fa rima con tragedia: troppe le similitudini con quanto accadde in Kosovo negli anni Novanta per dormire sonni quieti. La minoranza etnica albanese (circa il 20 per cento della popolazione macedone) è cresciuta in fatto di numeri e soprattutto di potere, tanto da disporre oggi in Parlamento di una piattaforma politica composta dai tre principali partiti albanesi (Unione Democratica per l’integrazione, Movimento Besa e Alleanza per gli Albanesi), che rappresentano la terza forza politica nel paese balcanico dopo il Partito Democratico Macedone (VMRO-DPMNE) e l’Unione Socialdemocratica (SDSM), che alle elezioni dello scorso dicembre non sono riuscite ad ottenere una maggioranza assoluta di seggi. Le elezioni erano state convocate nell’autunno 2016 al termine di una lunga stagione di proteste di piazza sostenute dai Socialdemocratici di Zoran Zaev e dagli albanesi contro il governo del VMRO-DPMNE di Nikola Gruevskij (foto), iniziata nel maggio 2015 nella cittadina a maggioranza albanese di Kumanovo, quando un gruppo di miliziani provenienti dal Kosovo aveva provocato una sommossa contro il governo di Skopje, poi repressa dalle forze di sicurezza macedoni.

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Guerra di Corea 2.0: i fattori che Trump non considera


Foto WikicommonsLa rappresaglia americana contro la base aerea siriana di Sharyat, da dove sarebbe partito l’attacco chimico della scorsa settimana nella provincia di Idlib, assomiglia tanto a un tentativo di Donald Trump di mostrare i muscoli: il minimo danno inferto all’aviazione di Bashar al-Assad, e soprattutto l’intenso scambio di informazioni con Mosca nelle ore precedenti lascia intendere che il presidente Usa volesse inviare un messaggio più ai suoi avversari interni che a quelli fuori dei confini nazionali. Forse condizionato dalle continue accuse di obamiani e neocon di essere troppo morbido nei confronti di Putin, Trump ora sembra voler smentire tutti. Ma l’attuale Amministrazione manca ancora di validi consiglieri presidenziali in grado di dirigere le scelte di politica estera: un vuoto che si vede non tanto nel contesto siriano, quanto in quello nordcoreano in cui Trump si sta addentrando. Damasco e Pyongyang non sono la stessa cosa, eppure a Washington l’approccio verso i regimi di Assad e Kim Jong-un pare identico, nonostante la loro palese diversità imponga scelte differenti per ciascuno. Nel muovere le forze aeronavali verso la penisola coreana, Trump e i suoi consiglieri stanno sottovalutando in particolare tre criticità insite nello scenario. Continua a leggere

Il furbo Navalnyj e la miopia dei media mainstream

Come c’era da attendersi, oggi sui media occidentali trova ampio risalto la notizia dell’arresto del blogger russo Aleksej Navalnyj, corredata ovviamente da commenti sdegnati di tante anime belle che – come capita spesso quando si parla di Russia – fissano il dito quando gli si indica la luna. Una regola base di un buon giornalismo consiste nel dare la notizia in modo completo, affinchè il lettore/telespettatore possa farsi un’idea tutta sua: con il caso Navalnyj, naturalmente, ciò non è avvenuto. Il titolo sparato per tutta la giornata di ieri da TV e siti web è stato che il blogger russo, oppositore di Vladimir Putin e “attivista per i diritti umani” (locuzione così inflazionata ultimamente da aver svilito i nobili intenti di tante battaglie) è finito in manette assieme ad altre centinaia di suoi seguaci per aver indetto una manifestazione contro la corruzione dilagante in Russia per opera del premier Dmitri Medvedev. Ora, la notizia di un oppositore che finisce in carcere per aver protestato contro la corruzione di un governo genera senza dubbio sdegno in chiunque, incluso in chi scrive. Solo che quella notizia è stata mutilata di alcuni particolari, che forse avrebbero potuto darle un connotato leggermente differente. Continua a leggere