Ma c’è qualcuno che vuole realmente una Siria pacificata?

RaqqaLa comunità internazionale ha buttato via sei anni. Già, perché la pace in Siria sarebbe potuta tornare già da tempo, dopo che un’intesa per metter fine al conflitto (che da un anno insanguinava il martoriato paese) era stata raggiunta al termine della Conferenza internazionale di Ginevra del 30 giugno 2012. Sulla base dell’ampio piano in sei punti stilato dall’inviato della Lega Araba Kofi Annan i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Turchia, il Kuwait, il Qatar e l’Ue avevano prodotto un documento finale che prevedeva la nascita di un esecutivo di unità nazionale composto da esponenti del regime di Bashar al-Assad e da membri delle forze anti-governative, che avrebbe redatto una nuova Costituzione e guidato la fase di transizione della Siria fino a libere elezioni. Del ruolo di Assad nel testo finale non veniva fatta esplicita menzione, tuttavia Annan aveva ottenuto dal presidente siriano, dopo un incontro a Damasco, la conferma di una partecipazione al processo di pace: il 3 luglio 2012 lo stesso raìs, in un’intervista al quotidiano turco Cumhuryiet, ventilava per la prima volta l’ipotesi di sue dimissioni, se ciò fosse servito a pacificare il Paese. Continua a leggere

Siria, Putin ordina l’inizio del ritiro del contingente russo

Mikoyan_MiG-29M-2Da domani la presenza militare di Mosca in Siria inizierà ad alleggerirsi: Vladimir Putin ha infatti disposto che le truppe russe comincino a ritirarsi a partire dal 15 marzo. «Ritengo che i compiti che ci eravamo fissati siano stati adempiuti in prevalenza. Ecco perché ho ordinato di avviare il ritiro della maggior parte del nostro contingente militare in Siria a cominciare da domani», ha annunciato lo stesso leader russo durante un incontro con il ministro della Difesa Shoigu e quello degli Esteri Lavrov. Il presidente russo non ha perso occasione per rimarcare come i militari russi in Siria abbiano dimostrato «professionalità, gioco di squadra e abilità ad organizzare attività belliche lontano dal loro territorio, che non ha confini condivisi con il teatro di guerra». Putin ha espresso l’auspicio che l’avvio del ritiro russo possa costituire una buona motivazione per rilanciare i negoziati di pace tra le forze politiche locali, e ha dato incarico al ministro Lavrov di intensificare la partecipazione della Russia al processo di pace in Siria: «Spero che la mia decisione possa essere un buon segnale per tutte le parti in conflitto e che amplifichi sensibilmente la loro fiducia verso la strada della pacificazione». Continua a leggere

La guerra in Siria poteva concludersi già nel 2012. Ma chi se lo ricorda più?

Una strada di AleppoSeppur in maniera quasi impercettibile, nel corso dell’ ultimo mese le paludose acque del pantano siriano si sono mosse: poco a dir la verità, ma il sasso lanciato nello stagno da Vladimir Putin con l’intervento militare russo nel conflitto un effetto minimo l’ha sortito. Tra le nebbie e mille distinguo, comincia a intravedersi la sagoma sfocata di una soluzione alla guerra che insanguina da quattro anni il Paese mediorientale: una transizione di sei mesi, con governo di unità nazionale guidato da un rappresentante di quel che resta dell’opposizione moderata e formato anche da membri dell’attuale regime di Bashar al-Assad fino ad elezioni con le quali, sotto egida Onu e delle principali organizzazioni internazionali, il popolo siriano deciderà il suo futuro. Pur mancando un’ufficialità il piano russo sembra avere questa forma, per la quale Mosca sta cercando il consenso delle principali potenze coinvolte nel conflitto, dagli Usa fino alla Turchia e all’Arabia Saudita, tra i principali sostenitori della deposizione del rais, sulla quale però la Russia ha già dato il suo njet.
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Quella presenza russa in Siria che non piace nelle capitali del Golfo

L’arrivo di soldati, carri armati e mezzi aeronavali russi in Siria, che Mosca riduce a una semplice assistenza all’esercito di Bashar al-Assad nella guerra all’ISIS, ha fatto storcere il naso ai molti nemici che il rais di Damasco ha sparsi per il Golfo Persico. L’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman, il Bahrein e il Kuwait, tutti Stati di credo sunnita facenti parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), continuano a ribadire la loro opposizione al regime di Assad per la sua vicinanza politica e religiosa all’Iran sciita, ma ancora sembrano non aver deciso come comportarsi adesso con la presenza di Mosca: al momento, si sono limitati a definirla inopportuna, perchè fonte di un’escalation militare che può complicare non poco la situazione, ovvero le manovre sunnite per far cadere il governo baathista. Continua a leggere