Sulla Siria il tema della fedeltà atlantica dell’Italia c’entra poco

FarnesinaIl panorama politico nazionale si divide ora anche in politica estera, e non poteva essere altrimenti, visto che il muro contro muro in Parlamento (e fuori) è una costante ormai da diversi anni su temi che possono essere di natura sociale, politica o economica. Ma quando si cerca a tutti i costi di vedere tutto diviso tra “bianco” e “nero” senza accorgersi delle sfumature, allora poi si incappa in colossali castronerie. Come l’attuale bega politica che, sullo sfondo del bombardamento contro la Siria, vedrebbe contrapposti partiti sedicenti filo-atlantici a partiti teoricamente filo-russi, neanche fossimo tornati ai tempi della Guerra Fredda. Sì, perchè nella fretta di catalogare Lega e Fratelli d’Italia come partiti amici della Russia di Putin, poiché critici verso il blitz anglo-franco-statunitense sulla Siria di sabato notte, ci si è dimenticati di un piccolo particolare: a cosa serve tirare in ballo la fedeltà all’Alleanza Atlantica quando sulla vicenda siriana la NATO non è direttamente coinvolta? Le incursioni aeree sulle postazioni e sui depositi militari di Bashar el-Assad sono state un’azione decisa dai governi di Washington, Londra e Parigi e non dal quartier generale dell’Alleanza a Bruxelles, che si è solo limitato – nelle parole del Segretario Generale Stoltenberg – a comunicare verbalmente un canonico appoggio politico. Il blitz nei cieli siriani non è stata un’operazione sotto le insegne della NATO, e quindi non si capisce quale fedeltà atlantica sia stata tradita dalle critiche rivolte da Matteo Salvini e Giorgia Meloni ad una mera decisione di politica estera presa da Donald Trump, Emmauel Macron e Theresa May.

Un’ipotetica uscita dalla NATO non fa parte del programma della coalizione di Centrodestra, benchè meno del programma elettorale di Lega e Fratelli d’Italia, che sono più orientate – questo sì – ad una politica estera non necessariamente allineata a quella di Washington e Bruxelles. Ma da qui a parlare di “rottura” dell’alleanza ce ne corre: per questo si è venuta a creare un’inutile polemica, evidentemente generata da una gran confusione che in molti esponenti politici regna riguardo alle relazioni internazionali. Per risparmiarcela, sarebbe stato opportuno osservare come l’intervento aereo dei jet americani, britannici e francesi compiuto nella notte tra il 13 e il 14 aprile 2018 non è avvenuto sotto le insegne dell’Alleanza. E come tale, non implicava il rispetto di alcun trattato internazionale da parte dell’Italia.

Il Patto Atlantico vincola i membri aderenti a fornire mutuo soccorso in caso di un’aggressione militare esterna, ma non impone certo una politica estera comune: i 29 membri della NATO hanno tutti una propria diplomazia che persegue obiettivi stabiliti dai singoli governi, in base alle singole esigenze. Gli stessi rapporti con la Russia in Europa occidentale cambiano da nazione a nazione: ad esempio, i governi di Berlino, Londra e Parigi hanno singoli approcci verso Mosca, che, per ovvie ragioni storiche e geopolitiche, differiscono da quello diffuso in Europa orientale presso i Paesi dell’ex blocco socialista, in particolare in Polonia e Stati Baltici. Come pure, e sempre per ragioni di geopolitica, questi ultimi non hanno interessi particolari nei confronti del mondo arabo, che invece giocoforza dovrebbe suscitare l’attenzione di una nazione come l’Italia, che ne è dirimpettaia. Bene ha fatto Palazzo Chigi a non concedere appoggio logistico all’operazione contro Assad limitandosi ad un diplomatico sostegno verbale: per la nostra posizione geopolitica abbiamo l’obbligo di mantenere rapporti sereni con i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, e Paolo Gentiloni ha dimostrato di essere ben consapevole di ciò. Eppure nel suo stesso partito c’è chi, in nome di una visione alquanto ottusa dell’ “atlantismo”, ritiene erroneamente che chi discorda da singole scelte di politica estera di nostri alleati va automaticamente a violare i vincoli dell’Alleanza Atlantica.

L’Italia non ha una propria linea di politica estera dalla fine della Prima Repubblica. Negli ultimi venticinque anni, a furia di guardare all’Atlantico l’Italia ha smarrito il suo ruolo storico nel Mediterraneo: l’appiattimento sulla NATO nelle discutibili operazioni in Kosovo, e soprattutto sugli USA per quelle in Iraq ha privato l’Italia del suo ruolo di mediatore tra Occidente e un mondo arabo che, con il tramonto del socialismo reale, era nel frattempo divenuto terreno di conquista del fondamentalismo islamico. Abbiamo sperperato la cospicua eredità politico-diplomatica messa assieme in vent’anni, a partire da Aldo Moro fino a Bettino Craxi. Quest’ultmo, a capo di un esecutivo formato da partiti fortemente filo-atlantici come il PRI e la DC, è stato un esempio di come si tutelano degli interessi nazionali pur facendo parte di un’alleanza militare: da par suo anticomunista e convinto che il posto dell’Italia fosse dentro la NATO, Craxi altresì era conscio che il ruolo italiano di cerniera tra Europa e Medio Oriente consistesse anche nello sviluppo di una stretta rete di rapporti con esponenti del socialismo arabo baathista al potere in un’area allora soggetta all’influenza di Mosca. Era un canale privilegiato di comunicazione utile a smorzare le tensioni politiche tra i due Blocchi, ma anche a vantaggio dell’Italia stessa: quando Reagan nel 1986 ordinò un bombardamento su Tripoli e Bengasi, i nostri servizi informarono in anticipo il colonnello Gheddafi, la cui morte – Craxi lo aveva capito già allora – avrebbe generato una destabilizzazione in Libia che si sarebbe ritorta principalmente contro di noi. Fu una mossa sacrosanta nei confronti degli Stati Uniti che si preparavano ad un’azione unilaterale e non condivisa con gli alleati della NATO, molti dei quali nemmeno concessero lo spazio aereo per i bombardieri americani.

Le inutili polemiche venutesi a generare intorno alle posizioni poco “atlantiste” di Salvini e della Meloni possono tuttavia fungere da stimolo per sollevare la questione di un ritorno ad una politica estera nazionale: pur nell’ambito della NATO, l’Italia deve tornare ad investire sulle relazioni bilaterali, ad una politica della “doppia porta” verso i propri vicini africani, mediorientali e balcanici. In poche parole, serve tornare ad essere “cerniera” tra Occidente e Oriente, come era stato fino alla fine degli anni Ottanta.

Annunci