Kirghizistan, avviso di sfratto per le truppe americane

Il neopresidente kirghizo Almazbek Atambaev avrebbe chiesto al governo degli Stati Uniti di ritirare le truppe Usa di stanza presso la base di Manas entro l’estate 2014, ovvero allo scadere dell’accordo che prevede la concessione della base all’esercito americano. Gli Usa avevano dislocato le loro truppe a Manas alla fine del 2001, subito dopo gli attentati alle Torri Gemelle: per la sua vicinanza con l’Afghanistan, il Kirghizistan rappresentava per il governo americano Continua a leggere

Kirghizistan: il premier Atambaev eletto Presidente

Il presidente kirghizo Atambaev

Il Primo Ministro Almazbek Atambaev è il nuovo presidente del Kirghizistan, il primo eletto dopo l’adozione di una nuova Costituzione che ha trasformato il Paese centroasiatico da repubblica presidenziale a repubblica parlamentare. Atambaev, leader del Partito Socialdemocratico Kirghizo, ha trionfato con il 62,8 per cento dei voti: un vero plebiscito, se si considera che i suoi principali avversari si sono fermati rispettivamente al 14,9 per cento e al 14,4 per cento. Resta però vivo il sospetto di brogli, come ammesso dalla stessa Continua a leggere

La finanza islamica alla conquista dell’Asia Centrale

Il manifesto del Forum di Astana

La Banca Islamica di Sviluppo concederà un prestito da 1,2 miliardi di dollari al Kazakhstan, per sostenerne i programmi di sviluppo economico nell’arco dei prossimi tre anni: è quanto prevede un memorandum d’intesa firmato ad Astana la scorsa settimana, durante il Forum Economico Internazionale islamico tenuto nella capitale kazaka. Secondo il ministro dell’Industria kazako Continua a leggere

Kirghizistan frammentato, vincono i nazionalisti

Il presidente Roza Otunbajeva

Il partito nazionalista Ata-Zhurt (“Madrepatria”), legato all’ex presidente Kurmanbek Bakiev, ha vinto le elezioni parlamentari in Kirghizistan di misura sul Partito Socialdemocratico-SDPK: dai dati forniti dalla Commissione Elettorale Centrale, Ata-Zhurt ha superato di circa un punto percentuale i Socialdemocratici, avendo ottenuto l’8,9% dei consensi contro l’8% del SDPK, attualmente parte della coalizione di governo ad-interim.
Al terzo posto nelle preferenze, con il 7,7%, il partito Ar-Namys (“Dignità”) dell’ex premier Felix Kulov, al quarto il partito Respublika (7,2%), al quinto i socialisti di Ata-Meken (5,6%).

La consultazione, come si può vedere, è stata caratterizzate da una forte frammentazione del voto, poichè solo 5 partiti (sui 29 in corsa) riescono a superare la soglia di sbarramento del 5% prevista per entrare in Parlamento, con percentuali al di sotto del 10%: questo vuol dire che quasi due terzi dell’elettorato che si è recato ieri alle urne non sarà rappresentato nella nuova Assemblea, dotata di nuovi poteri dalla riforma costituzionale di giugno.
Altro aspetto da notare è il buon successo di schieramenti che si collocano su posizioni critiche verso la riforma costituzionale, come Ar-Namys, o addirittura antigovernative e restauratrici, come Ata-Zhurt, che non ha mai fatto mistero della sua fedeltà all’ex presidente Bakiev, deposto in aprile, anche se alla vigilia delle elezioni il partito ha negato di voler riportare in patria l’ex Capo di Stato in caso di vittoria.

E ora si pone il problema della formazione del governo: non essendoci una netta maggioranza, è chiaro che il futuro premier dovrà essere espressione di una coalizione. Ciò che non è chiaro è da chi sarà formata questa coalizione: i nazionalisti di Madrepatria, quale partito di maggioranza relativa, dovranno necessariamente trovare alleati, e l’unico possibile sarebbe l’ex premier Kulov, ma visti i suoi burrascosi trascorsi con Bakiev, è difficile ipotizzare che questi possa allearsi con un partito sospettato di lavorare per la “restaurazione”.
Di contro, sarebbe più probabile una coalizione riformista tra i Socialdemocratici e i Socialisti di di Ata-Meken, a cui potrebbe dare un decisivo contributo il partito Respublika: del resto, un premier riformista sarebbe molto ben gradito al presidente Roza Otunbajeva, che ha accolto con soddisfazione il corretto svolgimento della consultazione ma non ha rilasciato dichiarazioni sull’impasse politica in cui ora rischia di trovarsi il paese.

Per la Otunbajeva queste elezioni sono state comunque un successo, che va ben oltre seggi, coalizioni e percentuali: i vari osservatori internazionali, inviati in Kirghizistan dall’Osce, dall’Ue e da numerose ONG per vigilare sulle operazioni di voto, hanno espresso giudizi lusinghieri per il modo pacifico e corretto in cui la consultazione si è svolta.
Commenti positivi sono giunti anche dal Dipartimento di Stato americano, che si è congratulato con il popolo kirghizo per la maturità con cui si è approcciato all’appuntamento elettorale.
Cautela invece è stata espressa dalla Russia, scettica sulle possibilità che il Kirghizistan possa dotarsi di un governo stabile tramite il sistema parlamentare: “Naturalmente – ha riferito il ministro degli Esteri Lavrov – auspichiamo che non ci siano difficoltà, e siamo pronti a rafforzare con il nuovo governo i rapporti già avviati con l’esecutivo provvisorio”.

Infine una dato importante: l’affluenza alle urne è stato pari al 55,7%, ma a sorpresa è stato ben più alto nella martoriata regione di Osh, dove si è recato alle urne il 66% degli aventi diritto.

RICONTEGGIO NECESSARIO. I leader dei cinque partiti che hanno superato lo sbarramento del 5% si sono accordati anche per un riconteggio delle schede, resosi necessario dal risultato conseguito dal partito Butun Kirghizistan (Kirghizistan Unito), che non entrerebbe in parlamento per appena lo 0,16% dei voti. Lo ha comunicato ai giornalisti Akylbek Zhaparov, uno dei leader del partito Ar-Namys.

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