I Balcani occidentali sempre più divisi tra Unione europea e Turchia

balkan_sixIl vertice tra l’Ue e il gruppo dei Balkan Six (Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Albania, e Kosovo) che si apre domani a Sofia vive un vigilia tormentata: salvo cambiamenti dell’ultim’ora, il premier spagnolo Mariano Rajoy non parteciperà ai lavori, per protestare contro la presenza del Kosovo all’incontro. Madrid non ha mai riconosciuto l’autoproclamata indipendenza dell’ex provincia serba a maggioranza albanese, non tanto per una vicinanza con Belgrado quanto per mere esigenze interne, riguardanti in particolare le istanze secessioniste basche e catalane: proprio alla luce degli accadimenti di Barcellona degli ultimi mesi, Rajoy si recherà in Bulgaria solo per un incontro con le istituzioni locali ma non sarà presente al tavolo dei lavori. Quando l’interesse nazionale prevale su tutto. Un viatico non proprio incoraggiante per un vertice che invece si preannuncia delicato dal punto di vista geopolitico: l’Agenda dei lavori prevede incontri su temi quali la sicurezza comune, le migrazioni e le relazioni bilaterali in ottica di un futuro allargamento dell’Unione a questi Paesi, alcuni dei quali sono già in fase di pre-adesione. Ma sui quali incombe l’ombra della Turchia neo-ottomana di Recep Tayyip Erdogan.

Parlando la scorsa settimana da Ankara, dove aveva incontrato il suo omologo, il presidente serbo Aleksandr Vucic aveva indicato la Turchia come una nazione balcanica. Anzi, precisamente “la più potente nei Balcani”. Un atto di ossequio istituzionale certo, ma a anche la certificazione di uno status quo che aveva anche un sapore di preoccupazione, perchè dal punto di vista economico e politico, la Turchia esercita ormai una evidente influenza sulla regione. «Consideriamo tutti i Balcani come una nostra inseparabile parte» dichiarò lo stesso presidente turco alla folla che, nel maggio 2015, lo accolse festante a Preza, in Albania, in occasione della riapertura della locale moschea restaurata con denaro turco. Una frase niente affatto di circostanza, visto che è un bel po’ che Erdogan guarda con molto interesse all’Europa balcanica di credo musulmano.

A Tirana sta per essere ultimata la più grande moschea dei Balcani: il colossale edificio di culto verrà inaugurato alla presenza dello stesso presidente turco, dal momento che la costruzione – come ben esplicitato da un cartello – è stata finanziata attraverso il Diyanet, il potentissimo Direttorato per gli affari religiosi, oggi la longa manus della Turchia islamista in varie aree d’Europa e del mondo. E restando in Albania, qui possiamo trovare almeno 250 realizzate pere infrastrutturali civili patrocinate dall’Agenzia nazionale di Sviluppo turca (TIKA), mentre è di pochi giorni fa l’annuncio della stipula di un memorandum d’intesa con il colosso turco delle costruzioni Tasyapi per la realizzazione di un’autostrada tra Belgrado e Sarajevo.

Proprio nella capitale bosniaca il 20 maggio è atteso Erdogan, che, quasi a voler segnare il territorio, terrà una manifestazione elettorale in vista delle elezioni presidenziali e politiche in Turchia di giugno: con la sua presenza in Bosnia-Erzegovina il leader turco intende presentarsi al mondo musulmano locale come il paladino dell’islam contro le rivendicazioni delle minoranze croata e soprattutto serba. Un ruolo in cui Erdogan si sente a suo agio e a cui è avvezzo, come quando nel 2013 dichiarò che “il Kosovo è la Turchia e la Turchia è il Kosovo” durante una visita nell’ex provincia secessionista serba a maggioranza musulmana, sulla quale Ankara esercita anche una crescente influenza. Basti ricordare quanto successo lo scorso marzo, quando i servizi segreti kosovari si posero di fatto agli ordini dell’intelligence turca (MIT) in un’operazione contro alcuni esponenti gulenisti turchi attivi in Kosovo, senza che il premier Ramush Haradinaj ne sapesse, almeno ufficialmente, qualcosa.

 

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