Ma c’è qualcuno che vuole realmente una Siria pacificata?

RaqqaLa comunità internazionale ha buttato via sei anni. Già, perché la pace in Siria sarebbe potuta tornare già da tempo, dopo che un’intesa per metter fine al conflitto (che da un anno insanguinava il martoriato paese) era stata raggiunta al termine della Conferenza internazionale di Ginevra del 30 giugno 2012. Sulla base dell’ampio piano in sei punti stilato dall’inviato della Lega Araba Kofi Annan i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Turchia, il Kuwait, il Qatar e l’Ue avevano prodotto un documento finale che prevedeva la nascita di un esecutivo di unità nazionale composto da esponenti del regime di Bashar al-Assad e da membri delle forze anti-governative, che avrebbe redatto una nuova Costituzione e guidato la fase di transizione della Siria fino a libere elezioni. Del ruolo di Assad nel testo finale non veniva fatta esplicita menzione, tuttavia Annan aveva ottenuto dal presidente siriano, dopo un incontro a Damasco, la conferma di una partecipazione al processo di pace: il 3 luglio 2012 lo stesso raìs, in un’intervista al quotidiano turco Cumhuryiet, ventilava per la prima volta l’ipotesi di sue dimissioni, se ciò fosse servito a pacificare il Paese. Continua a leggere

Trump e l’azzardo di una “NATO araba” a guida saudita

Trump in Arabia SauditaLa stipula del corposo accordo da 110 miliardi di dollari in forniture militari a favore dell’Arabia Saudita è stato indicato dagli addetti ai lavori come il passaggio effettivo di Donald Trump dal ruolo di candidato dalle mille promesse elettorali a quello meramente istituzionale che spetta al Presidente degli Stati Uniti: molti ci hanno infatti visto una retromarcia dai propositi isolazionisti espressi in campagna elettorale dal tycoon, suggellata dalla rinnovata partnership con l’alleato storico saudita che sancirebbe una volontà degli Usa di continuare sulla stessa linea interventista in Medio Oriente degli ultimi decenni. Ma, a dispetto delle apparenze, la linea del Trump-candidato, orientata a un disimpegno americano nei vari contesti critici del pianeta ancora permane nelle scelte di Washington. Continua a leggere

Trump alla guida degli Stati Uniti, di cui tanti parlano senza conoscerli

L’autoflagellazione collettiva iniziata la mattina del 9 novembre scorso giunge oggi al suo apice: Donald Trump giura da Presidente degli Stati Uniti e assume dunque a pieno il suo incarico istituzionale. In questi circa settanta giorni ne abbiamo sentite di tutti i colori, ma nelle ultime ore frasi come «La democrazia negli Usa è finita» o locuzioni tipo «golpe di Putin» sono iper-gettonate. Ma chi evoca scenari apocalittici su diritti negati, repressione, media imbavagliati riduce gli Stati Uniti alla stregua di una Repubblica delle Banane e dimostra, molto semplicemente, di non sapere di cosa sta parlando o scrivendo: Donald Trump non potrà mai diventare un caudillo sudamericano, come paventato da molti, semplicemente perchè se viola la Costituzione una procedura d’impeachment lo manda diritto diritto in galera. E’ il collaudato sistema dei cosiddetti pesi e contrappesi ad impedire al Presidente (Potere esecutivo) di assumere una posizione di preminenza sul Congresso (Potere legislativo) e sulla Corte Suprema (Potere giudiziario). Una sorta di anticorpo costituzionale che ha funzionato dal 1776 a oggi e continuerà a farlo, tanto che tra quattro anni probabilmente saremo qui a parlare dell’elezione di un nuovo Presidente, magari Democratico .

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Siria, la svolta a 180 gradi degli USA: no al cambio di regime

Lavrov-kerryGli Stati Uniti aprono a una permanenza di Bashar al-Assad a Damasco: è lo stesso Segretario di Stato John Kerry ad annunciare la svolta sulla permanenza al potere del raìs, quello che è stato per quattro anni un punto in politica estera su cui Barack Obama è parso irremovibile. Per tutto il suo secondo mandato, il presidente USA non ha fatto altro che ripetere che la guerra in Siria sarebbe potuta terminare solo con la cacciata di Assad da Damasco: l’ultima volta è stato a Manila, appena il 19 novembre scorso. Nemmeno un mese più tardi, dopo il suo incontro con il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Mosca, Kerry ha fatto sapere al mondo che gli Stati Uniti e i loro partner «non cercano il cambio di regime in Siria». La linea morbida del capo della diplomazia americana ha dunque avuto il sopravvento su quella dura della Casa Bianca: Kerry ora ha avallato addirittura il piano di pace russo, che da sempre prevede che sia il popolo siriano a decidere se il proprio futuro sarà con Assad o senza. Continua a leggere