Trump e l’azzardo di una “NATO araba” a guida saudita

Trump in Arabia SauditaLa stipula del corposo accordo da 110 miliardi di dollari in forniture militari a favore dell’Arabia Saudita è stato indicato dagli addetti ai lavori come il passaggio effettivo di Donald Trump dal ruolo di candidato dalle mille promesse elettorali a quello meramente istituzionale che spetta al Presidente degli Stati Uniti: molti ci hanno infatti visto una retromarcia dai propositi isolazionisti espressi in campagna elettorale dal tycoon, suggellata dalla rinnovata partnership con l’alleato storico saudita che sancirebbe una volontà degli Usa di continuare sulla stessa linea interventista in Medio Oriente degli ultimi decenni. Ma, a dispetto delle apparenze, la linea del Trump-candidato, orientata a un disimpegno americano nei vari contesti critici del pianeta ancora permane nelle scelte di Washington. Continua a leggere

Trump alla guida degli Stati Uniti, di cui tanti parlano senza conoscerli

L’autoflagellazione collettiva iniziata la mattina del 9 novembre scorso giunge oggi al suo apice: Donald Trump giura da Presidente degli Stati Uniti e assume dunque a pieno il suo incarico istituzionale. In questi circa settanta giorni ne abbiamo sentite di tutti i colori, ma nelle ultime ore frasi come «La democrazia negli Usa è finita» o locuzioni tipo «golpe di Putin» sono iper-gettonate. Ma chi evoca scenari apocalittici su diritti negati, repressione, media imbavagliati riduce gli Stati Uniti alla stregua di una Repubblica delle Banane e dimostra, molto semplicemente, di non sapere di cosa sta parlando o scrivendo: Donald Trump non potrà mai diventare un caudillo sudamericano, come paventato da molti, semplicemente perchè se viola la Costituzione una procedura d’impeachment lo manda diritto diritto in galera. E’ il collaudato sistema dei cosiddetti pesi e contrappesi ad impedire al Presidente (Potere esecutivo) di assumere una posizione di preminenza sul Congresso (Potere legislativo) e sulla Corte Suprema (Potere giudiziario). Una sorta di anticorpo costituzionale che ha funzionato dal 1776 a oggi e continuerà a farlo, tanto che tra quattro anni probabilmente saremo qui a parlare dell’elezione di un nuovo Presidente, magari Democratico .

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Siria, la svolta a 180 gradi degli USA: no al cambio di regime

Lavrov-kerryGli Stati Uniti aprono a una permanenza di Bashar al-Assad a Damasco: è lo stesso Segretario di Stato John Kerry ad annunciare la svolta sulla permanenza al potere del raìs, quello che è stato per quattro anni un punto in politica estera su cui Barack Obama è parso irremovibile. Per tutto il suo secondo mandato, il presidente USA non ha fatto altro che ripetere che la guerra in Siria sarebbe potuta terminare solo con la cacciata di Assad da Damasco: l’ultima volta è stato a Manila, appena il 19 novembre scorso. Nemmeno un mese più tardi, dopo il suo incontro con il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Mosca, Kerry ha fatto sapere al mondo che gli Stati Uniti e i loro partner «non cercano il cambio di regime in Siria». La linea morbida del capo della diplomazia americana ha dunque avuto il sopravvento su quella dura della Casa Bianca: Kerry ora ha avallato addirittura il piano di pace russo, che da sempre prevede che sia il popolo siriano a decidere se il proprio futuro sarà con Assad o senza. Continua a leggere

Parigi val bene un patto al G-20: ora gli Usa sosterranno l’azione russa in Siria?

putin_obama_g20_cropLa grave situazione venutasi a creare in Occidente dopo le stragi di Parigi avrebbero spinto gli Usa verso un accordo segreto con la Russia per una soluzione politica per il conflitto in Siria. Dal vertice informale tra Barack Obama e Vladimir Putin a margine del G-20 ad Antalya (ha colpito l’immagine dei due leader discutere seduti sulle poltroncine di una sorta di “diplomazia del salottino”) sono nettamente cambiate le tattiche di attacco aereo della Russia sulla Siria. Da lunedì 16 i bombardamenti di Mosca si sono intensificati e per la prima volta dall’intervento nel conflitto gli aerei non sono decollati dalla base aerea siriana di Hmeymim, nei pressi di Latakia, bensì da quella russa di Morozovsk, nella regione meridionale di Rostov. Ma non è questa la sola novità: nelle ultime ore Mosca ha impiegato bombardieri strategici Tupolev Tu-160 Blackjack e Tupolev Tu-95 Bear.  Il primo, il velivolo da combattimento più grande del mondo, è un jet a lungo raggio, mentre il secondo è un gigantesco turboelica quadrimotore utilizzato anche per lanciare i missili Continua a leggere