Elezioni in Polonia, in testa Piattaforma Civica

Il premier polacco Donald Tusk

Il partito dell’attuale premier Donald Tusk avrebbe vinto le elezioni politiche che si sono tenute oggi in Polonia: secondo i primi exit poll resi noti dalla Televisione di Stato a pochi minuti dalla chiusura dei seggi, i liberali di Piattaforma Civica avrebbero ottenuto il 39,9% dei consensi e distanzierebbero di quasi dieci punti il partito conservatore Diritto e Giustizia, guidato da Jaroslaw Kaczynski Continua a leggere

J. Kaczynski: su Smolensk Mosca ci prende in giro

I rottami del Tupolev 154

Smolesnk: i rottami del Tupolev-154

La morte del presidente polacco Lech Kaczynski, scomparso nel disastro aereo di Smolensk lo scorso 10 aprile insieme ad altri 95 passeggeri, fu causata da errori dei piloti: lo afferma la Commissione russa per l’Aviazione Interstatale in un rapporto reso pubblico ieri.
“La decisione di atterrare nonostante le pessime condizioni meteo si rivelò fatale – è scritto nel rapporto – . Eppure i piloti furono avvisati del pericolo ma ignorarono l’allarme, forse a causa della scarsa conoscenza del russo, forse per le pressioni in cabina del generale Blasik (Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica polacca, ndr)”.

In Polonia queste conclusioni non sono però piaciute. Jaroslaw Kaczynski, ex premier e candidato sconfitto alle ultime presidenziali, ma soprattutto fratello di Lech Kaczynski ha sostenuto in conferenza stampa che l’esito dell’indagine “è una beffa per il popolo polacco” . Secondo l’ex premier, la Commissione russa non avrebbe tenuto in debita considerazione molti fattori, incluso il fatto che un radiofaro a segnalazione della pista di Smolensk era in posizione diversa rispetto a come riportato dalle mappe.
Il leader dell’ultra-destra polacca non ammette nemmeno l’ipotesi di un condizionamento psicologico dei piloti da parte del generale Blasik, nè riconosce il perfetto funzionamento del jet, come invece rilevato dalla Commissione d’inchiesta russa: “C’erano molti dispositivi malfunzionanti, che potrebbero aver condizionato le operazioni di discesa”.
Di qui le accuse reiterate al governo, per la scarsa manutenzione effettuata sull’aereo: “Spettava all’esecutivo occuparsene. Non è stato fatto nulla”.

Successivamente è intervenuto anche il premier polacco Donald Tusk, che ha chiesto alla Russia di collaborare con gli esperti aeronautici di Varsavia per giungere ad una relazione sull’incidente predisposta da entrambi i paesi. Tusk ha però ammonito Mosca: in caso di un niet russo, Varsavia avvierà delle indagini in proprio, collaborando con esperti internazionali: “Questo perchè – ha affermato Tusk – non ci interessa raggiungere a tutti i costi un compromesso con la Russia: vogliamo solo conoscere la verità”.

Per approfondimenti
Cosa è successo a Smolensk?

Smolensk, J.Kaczynski attacca il governo Tusk

Lech Kaczynski e Donald Tusk

Lech Kaczynski con Donald Tusk

Mosca e Varsavia coopereranno ulteriormente nelle attività d’indagine sulla strage aerea di Smolensk dello scorso 10 aprile, in cui morirono 96 persone, tra cui il presidente polacco Lech Kaczynski e numerosi membri del governo e delle istituzioni polacche: lo ha dichiarato all’agenzia di stampa PAP il Procuratore Generale della Polonia Andrzej Seremet, annunciando che ad ottobre sarà firmato un memorandum d’intesa tra i due paesi coinvolti.

L’annuncio di Seremet arriva poche ore dopo il violento attacco rivolto dall’ex premier e candidato sconfitto alle presidenziali Jaroslaw Kaczynski all’attuale primo ministro Donald Tusk, accusato di essere corresponsabile del disastro aereo in cui morì suo fratello gemello.
Kaczynski ha denunciato la forte ostilità di Tusk verso suo fratello Lech, che avrebbe portato ad un sensibile abbassamento dei livelli di sicurezza nei confronti del presidente e di alcuni membri del governo.

Lech e Jaroslaw Kaczynski

Jaroslaw Kaczynski (a destra) il gemello Lech

Il leader di Diritto e Giustizia attacca in particolare il premier per le negligenze nelle attività di riparazione e manutenzione dell’aereo presidenziale (“La situazione era disastrosa e il governo lo sapeva, eppure non ha fatto nulla per porvi rimedio) e di non aver fatto le giuste pressioni sulla Russia per produrre maggiori prove sulle cause dell’incidente.
In precedenza, Jaroslaw Kaczynski aveva accusato Tusk di aver utilizzato, assieme ad “agenti russi”, l’anniversario di Katyn per sbarazzarsi di Lech Kaczynski (“Perchè le celebrazioni furono fissate in due distinte occasioni?”).

Intanto, Diritto e Giustizia sembra dividersi sull’atteggiamento del proprio leader e sembra sul punto di trovarsi con una guerra in casa: la scorsa settimana il partito ha sospeso un membro che aveva criticato l’atteggiamento troppo aggressivo di Kaczynski.

L’Unione Europea alla riconquista di Varsavia

Il neo-presidente polacco Komorowski

Bronislav Komorowski

Se il recente ballottaggio presidenziale in Polonia doveva essere un’occasione per dare forza e consenso al governo del primo ministro Donald Tusk, la vittoria di Bromislaw Komorowski con appena il 53% dei voti, rappresenta invece un serio interrogativo per il premier.
Il neo-eletto presidente Komorowski appartiene a Platforma Obywatelska (Piattaforma Civica), schieramento moderato di centrodestra che si rifà alla cultura cattolico-liberale, di cui è membro lo stesso Donald Tusk: questa vittoria perciò dovrebbe garantire al governo la possibilità di attuare rapidamente le riforme strutturali, necessarie ad un prossimo ingresso della Polonia nell’area Euro. Del resto Tusk, in carica dal 2007 dopo aver vinto le elezioni politiche, aveva già provato a lanciare riforme economiche e liberalizzazioni in ottica Ue, su cui però l’allora presidente Lech Kaczynski aveva posto costantemente il veto.
Ma una vittoria così esigua di Komorowski non è un segnale positivo né per il premier, né per l’Europa: se Varsavia vuole restare sul treno dell’Ue ed adottare l’Euro entro il 2015, dovrà necessariamente porre in essere misure economiche drastiche, quali tagli alla spesa pubblica, innalzamento dell’età pensionabile, riforma del welfare, nuove privatizzazioni di settori produttivi e servizi statali, incluse la sanità e l’istruzione. Per promuovere un simile pacchetto di (dolorose) riforme, a Piattaforma Civica avrebbe fatto sicuramente comodo un consenso più ampio per il proprio candidato, ma così non è stato: un elettore polacco su due ha scelto l’antieuropeista Jaroslaw Kaczynski, e ciò va considerato anche, e soprattutto, nell’ottica delle elezioni politiche del 2011, che, se venissero vinte dall’opposizione, potrebbero in teoria portare nuovamente la Polonia ad avere un presidente ed un primo ministro che si muovono su versanti politici opposti. L’asse di governo Tusk-Komorowski dispone perciò di pochissimo tempo per dar vita alle riforme che Bruxelles chiede, ma vista l’alta impopolarità delle misure da adottare è molto probabile che Tusk non imporrà subito iniziative severe ad un paese in cui il 47% dell’elettorato ha votato per il candidato euroscettico.
Komorowski, del resto, in campagna elettorale si è lasciato andare spesso a promesse riguardanti l’aumento di stipendi e pensioni e la difesa degli asset di proprietà dello Stato, in stridente contrasto con la politica di rigore nei conti pubblici che Tusk probabilmente sarà costretto a varare dopo le elezioni politiche: secondo infatti il quotidiano Rzeczpospolita, mantenere le promesse del presidente costerebbe ai contribuenti oltre 33 miliardi di zloty (circa 8 miliardi di euro).

Lech Kaczynski e Donald Tusk

Lech Kaczynski con Donald Tusk

Mai come in questi ultimi anni le vicissitudini della Polonia si sono legate a quelle dell’Europa. Varsavia è diventata membro dell’Unione Europea nel 2004 ma, raggiunto questo traguardo impensabile solo quindici anni prima, il processo di integrazione si è di fatto bloccato: l’Europa è nelle bandiere blu con le stelle oro che campeggiano sui palazzi delle istituzioni accanto a quelle bianco-rosse polacche, ma il senso di appartenenza ad un grande progetto transnazionale qual è l’Unione Europea ha attecchito solo nelle grandi città e per lo più in fasce di popolazione giovane, con livello di istruzione superiore e con reddito medio-alto, abituata a viaggiare e ad interfacciarsi con l’estero.
C’è però un’altra Polonia, quella rurale, dei pensionati e degli operai, che non ha ancora colto alcun beneficio dall’ingresso nell’Ue, né tantomeno ha visto migliorare la propria condizione con la fine dell’economia pianificata. Questo elettorato, che si mostra soprattutto impaurito dall’idea di perdere parte della propria sovranità, è il serbatoio di voti del PiS (Prawo i Sprawiedliwosc, letteralmente “Diritto e Giustizia”), il partito fondato dal 2001 dai gemelli Kaczynski. L’“eurofobia” di questa Polonia, per quanto assurda oggi possa sembrare, ha fondamenti del tutto logici in un paese che storicamente è stato terra di conquista, e che nel secolo scorso ha conosciuto prima l’annessione alla Germania nazista e poi la soffocante influenza sovietica: non è un caso che Jaroslaw Kaczynski abbia ottenuto alte percentuali di consenso proprio in piccoli centri rurali ubicati nelle regioni dell’Est, dove la popolazione guarda verso il confine sempre con la preoccupazione che da lì possa giungere un esercito invasore.

Lech e Jaroslaw Kaczynski

Jaroslaw Kaczynski (a destra) il gemello Lech

E adesso che il prossimo traguardo per Varsavia si chiama Euro, la Polonia sembra divisa anche nel suo approccio alla moneta unica: c’è entusiasmo in chi vede la nuova valuta comune come una grande occasione di apertura al mondo, ci sono timori in chi invece la considera come fonte di sacrifici, tagli e rincari che alla fine non porteranno alcun ritorno per gran parte della popolazione.
Per questo le future scelte politiche di Komorowski e di Tusk non potranno non considerare che il 47% degli elettori ha dato fiducia ad un candidato che si è sempre fatto portatore degli interessi nazionali prima di quelli esteri, che ha promesso di interrompere i troppo stretti rapporti tra la politica ed il mondo degli affari e della finanza, e di salvaguardare la presenza dello Stato nell’economia: cavalli di battaglia che in Occidente possono sembrare certo “populisti”, ma sono vincenti nelle aree depresse, dove la parola “Stato” vuol dire ancora garanzia di sussistenza per le fasce deboli della popolazione e dove molti, soprattutto anziani, rimpiangono la sicurezza sociale dell’epoca comunista. Lo sa bene Jaroslaw Kaczynski, che, nonostante le sue posizioni fieramente anticomuniste, in un discorso a pochi giorni dal ballottaggio ha citato positivamente Edward Gierek, segretario comunista negli anni Settanta, le cui politiche di sviluppo sociale sono ancora ricordate positivamente specie nell’Est del paese, dove il passaggio all’economia di mercato ha avuto un impatto molto costoso sulla società.

Gli stabilimenti della FIAT in Slesia

Gli stabilimenti della FIAT in Slesia

Lo sviluppo economico della Polonia post-comunista è stato alquanto squilibrato: gli investimenti, soprattutto quelli esteri, si sono concentrati prevalentemente in zone industriali come Danzica o la Slesia già dotate di infrastrutture, mentre le regioni orientali, caratterizzate da un’economia rurale e di fatto prive di attrattive economiche, si sono incamminate verso il declino. Oggi un quarto dei polacchi lavora lontano dalla propria città d’origine: secondo i dati dell’Ufficio Statistico Centrale, nella sola Varsavia vivono almeno 500mila “immigrati interni”, provenienti soprattutto dal sud-est del paese.

Ce n’è abbastanza per comprendere come l’exploit di Jaroslaw Kaczynski non possa essere ricondotto ad un voto di solidarietà dopo la morte del gemello Lech, né tantomeno ad un semplice voto di protesta. I polacchi vogliono certezze, ed evidentemente il 47% di loro non ha fiducia nella coppia Komorowski-Tusk che ora ha la sicurezza di governare, almeno per un anno, la Polonia: e proprio sul breve periodo il nuovo presidente è chiamato a riconquistare la fiducia di chi non ha votato per lui.
Piattaforma Civica ha ora l’opportunità di mostrare di essere un vero partito riformista, capace di traghettare a pieno la Polonia nell’Euro: Tusk dispone dei numeri per attuare riforme che siano nell’interesse dell’intero paese, e con l’appoggio di un presidente proveniente dal suo stesso partito non può più giustificare l’immobilismo politico con i veti posti negli anni da Lech Kaczynski.
Le elezioni politiche del prossimo anno saranno il primo vero banco di prova per il governo liberale, ma se da un lato Tusk probabilmente vi arriverà evitando di adottare misure drastiche ed impopolari per non rischiare la sconfitta, dall’altro commetterebbe un grave sbaglio a non dare almeno un incipit a quelle riforme strutturali, per la cui realizzazione gli elettori gli hanno dato mandato: la Polonia ha molta strada da recuperare sulla via dell’integrazione europea, e deve iniziare a percorrerla fin da subito. Sprecare un altro anno su posizioni attendiste finirebbe per mostrare all’elettorato una premier ed un presidente incapaci di governare e di prendere decisioni importanti, il che comporterebbe una quasi sicura sconfitta elettorale: ciò vorrebbe dire rinviare sine die le riforme che servono al paese e perdere ancora una volta il treno per l’Europa.