Trump e l’azzardo di una “NATO araba” a guida saudita

Trump in Arabia SauditaLa stipula del corposo accordo da 110 miliardi di dollari in forniture militari a favore dell’Arabia Saudita è stato indicato dagli addetti ai lavori come il passaggio effettivo di Donald Trump dal ruolo di candidato dalle mille promesse elettorali a quello meramente istituzionale che spetta al Presidente degli Stati Uniti: molti ci hanno infatti visto una retromarcia dai propositi isolazionisti espressi in campagna elettorale dal tycoon, suggellata dalla rinnovata partnership con l’alleato storico saudita che sancirebbe una volontà degli Usa di continuare sulla stessa linea interventista in Medio Oriente degli ultimi decenni. Ma, a dispetto delle apparenze, la linea del Trump-candidato, orientata a un disimpegno americano nei vari contesti critici del pianeta ancora permane nelle scelte di Washington. Continua a leggere

Duterte: le Filippine in un’alleanza militare con Russia e Cina

Vladimir Putin con Rodrigo Duterte (credits: Kremlin.ru)Dopo Donald Trump e le sue informazioni “classificate” riferite al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ora è la volta del presidente filippino Rodrigo Duterte, già noto per la difficoltà a tenere a freno la lingua durante conferenze stampa (spesso veri e propri show all’insegna del politicamente scorretto), a far parlare di sè per alcune dichiarazioni che hanno fatto balzare sulla sedia Vladimir Putin e Xi Jinping. A Mosca, dove ha incontrato il presidente russo, Duterte ha offerto l’amicizia delle Filippine chiedendo in cambio il sostegno del Cremlino nella lotta contro le milizie islamiste locali di Abu Sayyaf, da realizzarsi attraverso la vendita di armamenti russi. La notizia confermerebbe le voci circolate nei mesi scorsi che parlavano dell’interesse di Manila a una linea di credito russa finalizzata all’acquisto di aerei Mig: uno strappo non da poco, visto che le Filippine sono storiche alleate degli Stati Uniti in Asia e che sull’atollo di Diego Garcia ospitano una delle più importanti basi navali americane del sud-est asiatico. Continua a leggere

Guerra di Corea 2.0: i fattori che Trump non considera


Foto WikicommonsLa rappresaglia americana contro la base aerea siriana di Sharyat, da dove sarebbe partito l’attacco chimico della scorsa settimana nella provincia di Idlib, assomiglia tanto a un tentativo di Donald Trump di mostrare i muscoli: il minimo danno inferto all’aviazione di Bashar al-Assad, e soprattutto l’intenso scambio di informazioni con Mosca nelle ore precedenti lascia intendere che il presidente Usa volesse inviare un messaggio più ai suoi avversari interni che a quelli fuori dei confini nazionali. Forse condizionato dalle continue accuse di obamiani e neocon di essere troppo morbido nei confronti di Putin, Trump ora sembra voler smentire tutti. Ma l’attuale Amministrazione manca ancora di validi consiglieri presidenziali in grado di dirigere le scelte di politica estera: un vuoto che si vede non tanto nel contesto siriano, quanto in quello nordcoreano in cui Trump si sta addentrando. Damasco e Pyongyang non sono la stessa cosa, eppure a Washington l’approccio verso i regimi di Assad e Kim Jong-un pare identico, nonostante la loro palese diversità imponga scelte differenti per ciascuno. Nel muovere le forze aeronavali verso la penisola coreana, Trump e i suoi consiglieri stanno sottovalutando in particolare tre criticità insite nello scenario. Continua a leggere

Bruxelles, i servizi israeliani: gli attentatori non erano kamikaze. E sono vivi

Attentato BruxellesKhalid e Ibrahim El-Bakraoui, i due uomini identificati come gli autori dell’attentato all’Aeroporto di Bruxelles, non sarebbero morti suicidi nell’azione ma ancora vivi e in fuga. Lo riferisce l’agenzia d’informazione israeliana Debka, molto vicina ad ambienti d’intelligence, per i quali le varie tracce finora raccolte dagli inquirenti belgi metterebbero in discussione la versione dell’attacco kamikaze. Secondo le fonti citate da Debka, e riconducibili ad analisti dell’antiterrorismo di Israele, a provocare la strage non sono state cinture esplosive, bensì le valigie piene di tritolo (ben visibili dalle immagini del circuito interno dell’aeroporto) che i terroristi hanno lasciato davanti ai desk dell’American Airlines per farle esplodere a distanza poco dopo. A portare gli israeliani verso questa ipotesi sono stati i numerosi referti ospedalieri che hanno riscontrato sulle vittime dell’esplosione numerose ferite al ventre e agli arti inferiori: queste sarebbero incompatibili con una deflagrazione causata da una cintura esplosiva indossata da un kamikaze, che invece avrebbe dovuto  colpire soprattutto il torace e gli arti superiori di chi si trovava nelle vicinanze. Continua a leggere