Da Breznev a Karimov: quando la malattia giunge al Potere

Islam KarimovLe ultime ore di vita del presidente uzbeko Islam Karimov, stroncato da un ictus cerebrale il 2 settembre dopo sette giorni di agonia, sono state un susseguirsi di notizie e di smentite sulle sue reali condizioni: il padre dell’Uzbekistan indipendente è stato dato per morto già il 29 agosto, poi le fonti ufficiali di Tashkent hanno smentito la notizia parlando di condizioni stabili, contraddette dai media indipendenti locali che parlavano di un Karimov in coma irreversibile, smentiti a loro volta da altre fonti estere che riferivano di un trasferimento in una clinica russa per delle cure specifiche. Insomma, la scorsa settimana abbiamo assistito al solito rituale che si ripete ogni volta che un leader carismatico si ammala ed è costretto a lasciare il Potere senza essersi assicurato una degna successione: perché spesso il deteriorarsi delle condizioni fisiche di colui che garantisce stabilità in un paese soggetto a tensioni politiche o a rivendicazioni separatiste può sconvolgere gli equilibri geopolitici di un’intera area mondiale, con esiti del tutto imprevedibili. E Karimov, che dalla fine dell’Urss governava con pugno dispotico una nazione confinante con la polveriera afghana e considerata a rischio-infiltrazioni jihadiste, era uno di questi.

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Show milionari in onore di regimi dittatoriali, è polemica su J.Lo

E’ possibile che una delle più famose canzoni al mondo, dopo aver contribuito a creare un mito negli anni Sessanta, nel 2013 scateni un vespaio di polemiche? A quanto pare è possibile. Ne sa qualcosa Jennifer Lopez, finita al centro della bufera mediatica dopo una sua performance canora organizzata lo scorso mese in Turkmenistan, dove il 29 giugno la bella popstar, non contenta della sua fama planetaria, ha pensato bene di sfidare l’inarrivabile mito di Marylin Monroe. Come? Intonando anche lei Happy Birthday to you in onore di un capo di Stato seduto in prima fila ad ascoltarla. Nulla di male, se non fosse che l’oggetto della dedica non era un personaggio dello spessore politico di John Kennedy, bensì il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov, oscuro dittatore centroasiatico noto all’estero per l’ autoritarismo con cui governa il suo paese. Continua a leggere

Kirghizistan, vigilia elettorale ad alta tensione

Un panorama della città di Osh

Una panoramica della città di Osh

A tre mesi dal referendum che ha trasformato il paese nella prima repubblica parlamentare dell’Asia ex sovietica, il Kirghizistan torna alle urne domenica prossima per le elezioni legislative. La consultazione acquista un peso di straordinaria importanza, poichè si tratta non solo delle prime elezioni parlamentari dall’approvazione della nuova costituzione e dall’elezione di Roza Otunbajeva a presidente della Repubblica, ma anche della prima tornata elettorale dopo la deposizione dell’ex presidente Kurmanbek Bakiev dello scorso aprile e dopo i gravi scontri etnici di giugno.

E proprio in questi ultimi giorni di campagna elettorale, l’incubo della guerra civile sta tornando ad aleggiare pericolosamente su una nazione che nelle urne cerca disperatamente stabilità e pacificazione: l’ultimo caso risale a due giorni fa, quando a Bishkek la sede del partito nazionalista Ata-Zhurt, legato a Bakiev ed attualmente all’opposizione, è stata attaccata da una folla inferocita per via della notizia, attribuita al leader del partito (che l’ha però smentita), di voler far rientrare in patria l’ex presidente in caso di vittoria elettorale.
Un fatto che la dice lunga su quanto il paese sia ancora instabile e spaccato.

La tensione è altresì palpabile nella minoranza uzbeka, vittima delle persecuzioni etniche dello scorso giugno. I rappresentanti della comunità denunciano le continue discriminazioni di cui gli uzbeki sono ancora oggi vittima: non hanno più lavoro e case, molti hanno già lasciato il Kirghizistan in cerca di un futuro migliore. Cittadini di etnia uzbeka, secondo una denuncia di Human Right Watch, sarebbero anche stati vittima in questi mesi  di sequestri e torture ad opera delle forze di polizia.

La città di Osh, dove quasi la metà della popolazione era uzbeka e dove gli scontri di giugno furono tra i più cruenti, ha oggi l’aspetto di un luogo fantasma: case, bar, caffè, negozi appartententi ad abitanti uzbeki sono distrutti.
Solo da qualche giorno è cominciata la ricostruzione, che dovrà garantire un tetto a chi non ha più una casa, prima che l’inverno faccia la sua comparsa. E mentre Osh corre contro il tempo, la campagna elettorale di ben 29 partiti ne riempie le strade, quelle intatte dei quartieri kirghizi e quelle che sembrano un teatro di guerra nei quartieri uzbeki.

Osh sarà una prova chiave per il governo della Otunbajeva, che cerca dalle elezioni una sorta di legittimazione per la sua politica di riconciliazione nazionale: molti abitanti però qui non hanno fiducia nel potere di Bishkek. L’accusa che muovono è che ad Osh le autorità non si sono viste in questi mesi, tanto che la ricostruzione sta andando avanti solo grazie agli aiuti della Croce Rossa.

Vedi anche:
L’Asia ex sovietica alla guerra per l’acqua
Kirghizistan, abusi delle forze di sicurezza contro gli uzbeki
Kirghizistan, 1990: le origini della guerra etnica
Il Kirghizistan approva la nuova Costituzione

A tre mesi dal referendum che ha

trasformato il paese nella prima

repubblica parlamentare dell’Asia ex

sovietica, il Kirghizistan torna alle

urne domenica prossima per le elezioni

legislative.

La consultazione acquista un peso di

straordinaria importanza, poichè si

tratta non solo delle prime elezioni

parlamentari dall’approvazione della

nuova costituzione e dall’elezione di

Roza Otunbajeva a presidente della

Repubblica, ma anche della prima tornata

elettorale dopo la cacciata di Bakiev

dello scorso aprile e dopo i gravi

scontri etnici di giugno.

E proprio in questi ultimi giorni di

campagna elettorale, l’incubo della

guerra civile sta aleggiando

pericolosamente su una nazione che nelle

urne cerca disperatamente la

pacificazione: l’ultimo caso risale a due

giorni fa, quando la sede del partito

nazionalista Ata-Jurt, legato all’ex

presidente Bakiev e attualmente

all’opposizione, è stata attaccata da una

folla inferocita per via della notizia,

attribuita al capo del partito (che l’ha

però smentita), di voler far rientrare in

patria Bakiev in caso di vittoria

elettorale.
Un fatto che la dice lunga su quanto il

paese sia ancora instabile e spaccato.

La tensione è altresì palpabile nella

comunità uzbeka, vittima delle

persecuzioni etniche dello scorso giugno.

I rappresentanti della minoranza

denunciano le continue discriminazioni di

cui gli uzbeki sono ancora oggi vittima:

non hanno più lavoro e case, molti vivono

ormai alla giornata, molti altri hanno

già lasciato il Kirghizistan in cerca di

un futuro migliore. Le forze di polizia,

secondo una denuncia di Human Right

Watch, sarebbero poi stati in questi mesi

protagonisti di sequestri e torture ai

danni di cittadini di etnia uzbeka.
La città di Osh, dove quasi la metà della

popolazione era di etnia uzbeka e dove

gli scontri di giugno furono tra i più

cruenti, ha oggi l’aspetto di un luogo

fantasma: case, bar, caffè, negozi di

uzbeki sono distrutti.
Solo da qualche giorno è cominciata la

ricostruzione, che dovrà garantire un

tetto a chi non ha più una casa prima che

l’inverno faccia la sua comparsa. E

mentre Osh corre contro il tempo, la

campagna elettorale di ben 29 partiti ne

riempie le strade, quelle intatte dei

quartieri kirghizi e quelle che sembrano

un teatro di guerra nei quartieri uzbeki.

Osh sarà una prova chiave per il governo

della Otunbajeva: molti abitanti non

hanno fiducia nel potere di Bishkek, e

sembrano solo interessati a garantire un

tetto a chi non ce l’ha più. L’accusa che

muovono è che qui le autorità non si sono

viste in questi mesi, tanto che la

ricostruzione sta andando avanti solo

grazie agli aiuti della Croce Rossa.

L’Asia ex sovietica alla guerra per l’acqua

Impianto idroelettrico

Impianto idroelettrico sul fiume Naryn

La profezia di molti analisti secondo cui le guerre del futuro avranno come obiettivo la conquista dei bacini idrici del pianeta sembra diventare realtà in Asia Centrale, dopo che il Kirghizistan ha inaugurato alla fine di agosto una  centrale idroelettrica, che rischia di privare il Tagikistan e soprattutto l’ Uzbekistan di buona parte delle acque del fiume Syr Darya.
La nuova centrale è infatti stata costruita sul bacino idrico del Toktogul, da dove poi il fiume Naryn si incanala verso l’Uzbekistan e confluisce nel Syr Darya: il governo uzbeko è infatti preoccupato per i possibili contraccolpi che l’impianto potrà avere sulle coltivazioni di cotone nella confinante Valle di Fergana,  che viene alimentata dalle acque di numerosi fiumi che nascono in Kirghizistan, incluso appunto il Naryn: il timore è che lo sfruttamento delle acque a monte (in Kirghizistan) possa provocare siccità a valle (Uzbekistan).

Del resto i governi di kirghizo e uzbeko non sono ancora riusciti a trovare un accordo su un equo sfruttamento del Syr Darya. Nonostante una convenzione Onu sulla gestione dei corsi d’acqua transnazionali vieti alle nazioni a monte di sfruttare la risorsa idrica come una merce a scapito di quelle a valle, il Kirghizistan vende acqua all’Uzbekistan, in cambio di gas e petrolio. Lo sfruttamento intensivo dei corsi d’acqua nella Valle di Fergana da parte dell’Uzbekistan ha però spesso comportato carenze energetiche in Kirghizistan, a cui, per via dei consistenti debiti pregressi, Tashkent ha pure tagliato le forniture di gas e petrolio: per questo Bishkek ha avviato tre anni fa il colossale progetto dell’impianto idroelettrico Kambarata-2, che oggi dovrebbe finalmente consentire al Kirghizistan l’autosufficienza energetica, senza contemporaneamente danneggiare l’economia uzbeka. Ma Tashkent resta di parere opposto.

Valle di Fergana

Cartina della Valle di Fergana (Uzbekistan)

La centrale di Kambarata-2 rappresenta comunque un traguardo importante per il martoriato paese centroasiatico: costato oltre 200 milioni di dollari (parte del megaprestito da 300 milioni erogato dalla Russia), sarà in grado di sviluppare energia fino a 700 milioni di kw/h all’anno, che in parte potrà essere esportata, contribuendo a migliorare il disastrato PIL locale. “L’oro e l’elettricità sono le ali della nostra economia – ha commentato il presidente kirghizo Roza Otunbajeva all’inaugurazione. – Ora potremo vivere meglio sia d’estate che d’inverno, e migliorare il nostro export”.

Il complesso idroelettrico sul bacino del Toktogul è il primo  ad essere inaugurato in uno stato ex sovietico dai tempi del collasso dell’Urss: l’ultima centrale era stata terminata nel 1990. La produzione di energia dai fiumi era stata per anni un punto cardine della politica infrastrutturale sovietica, tanto che Stalin aveva imposto che il primo Piano Quinquennale (1929-1933) avesse come obiettivo l’elettrificazione del Paese: del resto, l’epopea della colonizzazione della Siberia, su cui il leader georgiano basò buona parte del suo culto della personalità, aveva avuto come simbolo proprio le centrali idroelettriche.