Juncker stronca l’Ucraina: «Entrerà nell’Ue tra più di vent’anni»

junckerL’Ucraina non avrà la possibilità di entrare nell’Ue o nella NATO per almeno un’altra ventina d’anni, parola di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, mica uno qualunque. Frasi che suonano come una doccia fredda sul presidente ucraino Poroshenko e sul premier Yatsenyuk: di sicuro a Kiev l’impatto politico di queste dichiarazioni sarà forte. «In conclusione, l’Ucraina potrà diventare membro dell’Unione Europea e della NATO non prima dei prossimi 20-25 anni» ha dichiarato Juncker dall’Aja, parlando a proposito del referendum indetto per il prossimo aprile dall’Olanda sulla ratifica dell’accordo di libero scambio tra l’Ue e l’Ucraina, formalmente in vigore da inizio 2016. Continua a leggere

Se Euromaidan aleggia sul triangolo Bruxelles-Minsk-Mosca

Alexander_Lukashenko_2014Com’era prevedibile, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno deciso di rendere definitiva la rimozione delle sanzioni politiche ed economiche contro la Bielorussia: a fine mese terminerà il “periodo di prova” di quattro mesi durante i quali i presidente Aleksandr Lukashenko e diversi funzionari hanno visto revocati nei loro confronti gli status di persona non grata in vigore dal 2011, e salvo ripensamenti (improbabili) dell’ultim’ora, il nome del leader bielorusso verrà rimosso dalla black-list di oltre 240 nomi di alti funzionari e organizzazioni economiche, assieme a quello di altri 170 uomini d’apparato e di tre aziende. Non che Lukashenko abbia avviato chissà quali riforme democratiche per meritarsi il plauso dell’Ue: i rapporti tra governo e oppositori non è mutato più di tanto rispetto a cinque anni fa. Ciò che è mutato è invece il ruolo della Bielorussia nello scacchiere euro-orientale. Cinque anni fa non c’era ancora l’Ucraina a dividere Mosca dall’Occidente: oggi queste tensioni fanno la differenza, tanto che nel progetto euroamericano di creare un cordone sanitario intorno a Putin Minsk ora è un tassello strategico. Continua a leggere

Ue e Kazakhstan: meglio il petrolio o i diritti umani?

La visita di Stato tenuta questa settimana a Bruxelles dal presidente kazako Nursultan Nazarbaev si è svolta in un clima sereno e fin troppo amichevole: è l’opinione di chi non ha potuto far a meno di notare che,  nell’agenda dei colloqui tra Nazarbaev e il presidente della Commissione europea Barroso, il petrolio kazako abbia avuto la priorità rispetto alle violazioni dei diritti umani, quando appena un giorno prima l’Europarlamento aveva reso pubblico un rapporto sulla mancanza di democrazia in Kazakhstan. Una gaffe decisamente imbarazzante per l’Unione Europea, visto che il rapporto pubblicato dal Parlamento di Strasburgo descrive la grave situazione dei diritti umani in Kazakhstan, paese dove vige la tortura, la stampa è censurata ed il presidente, in carica fin dall’epoca sovietica e con un mandato a vita, è una sorta di monarca di un regno che galleggia sugli idrocarburi.

Peccato perciò che sui titoli dei giornali si sia letto solo dell’prossimo ingresso del Kazakhstan nel WTO (con la benedizione di Bruxelles), e del miglioramento del clima per gli investimenti europei nel settore energetico kazako: l’Europa sembra interessata all’oro nero del Kazakhstan, poi forse  si occuperà del suo presidente-autocrate, ma solo se questi dovesse diventare un personaggio scomodo.