“No alla mistificazione della Storia in chiave anti-russa”

Parata militare sulla Piazza Rossa

Sfilata in uniforme d'epoca (1942-45) sulla Piazza Rossa

Come accade ormai da qualche anno, l’approssimarsi dell’anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo provoca polemiche tra Mosca ed alcuni paesi dell’ex URSS.

Oggi il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, intervenendo alla riunione plenaria del Consiglio Europeo delle Assemblee Parlamentari, ha dichiarato che la Russia si opporrà fermamente ad ogni tentativo di mistificazione della Storia, messo in atto con la scusa di condannare lo stalinismo: “Condanniamo categoricamente sia i tentativi di falsificare la Storia con la scusa di attaccare lo stalinismo, sia quelli di addebitare alla Russia tutti i peccati della politica europea”, ha affermato il capo della diplomazia russa.
Il riferimento di Lavrov era diretto alla risoluzione dell’OSCE, approvata la scorsa estate su proposta della Lituania, che attribuisce allo stalinismo e al nazismo un’equa responsabilità per lo scoppio della guerra.

Lavrov ha aggiunto che ai giovani europei dovrebbe essere consentito di conoscere la verità sulla Seconda Guerra mondiale, e per questo ha proposto l’organizzazione di “tour della memoria” attraverso l’Europa.

Il secondo conflitto mondiale rimane un argomento di contrasto nelle relazioni tra la Russia e le repubbliche baltiche: ogni anno in Estonia ed in Lettonia vengono organizzate celebrazioni in onore dei capi della resistenza antisovietica, che durante la guerra combatterono al fianco dei nazisti e che dopo la riconquista sovietica finirono giustiziati come collaborazionisti del Terzo Reich.

I contrasti non sono mancati neanche con l’Ucraina, specie quando lo scorso gennaio l’ex presidente ucraino Jušchenko ha conferito il titolo di Eroe nazionale a Stepan Bandera, capo dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, un’organizzazione paramilitare fascista che durante l’occupazione tedesca collaborò attivamente con le SS in azioni militari contro l’Armata Rossa e contro la popolazione cilvile.

Tra mille polemiche, Juschenko ha giustificato la sua scelta con la volontà di rendere onore ad un eroe nazionale, assassinato dal KGB nel 1959 a Monaco di Baviera, dove era fuggito alla fine della guerra.

tra lo stalinismo e il nazismo.

Jušchenko, macchia nera sulla Rivoluzione Arancione

Forse l’Occidente che ha la smania di esportare la democrazia dovrebbe cominciare a controllare meglio i documenti degli “importatori”. Giusto per evitare brutte sorprese. Troppe volte un politico è stato definito “democratico” solo perché si opponeva ad un altro politico che in quel momento aveva tra le mani le leve del potere. Troppo spesso quel politico “democratico” poi non si è dimostrato.
Sostenere figure politiche inquietanti faceva parte del gioco della Guerra Fredda: per quarant’anni la parola d’ordine per il blocco atlantico era quello di diventare amici di chiuque fosse nemico di Mosca. E pazienza se in base a questa logica gli USA hanno sostenuto soggetti come Pinochet, Videla e Stroessner, gruppi terroristici come i Taliban, o mafiosi come gli anticastristi della Florida.
Se ciò era comprensibile in un contesto della rivalità USA-URSS, non si capisce però perché questa logica da Guerra Fredda sia proseguita quando la Guerra Fredda era finita.

Al nazionalismo filofascista croato di fine anni Ottanta, ad esempio, furono affibbiate peculiarità di democrazia e libertà da una Ue troppo impegnata a danneggiare il comunista Milosevic, piuttosto che ad accorgersi degli istinti autoritari di chi quel nazionalismo lo cavalcava per impossessarsi del potere, ossia Franjo Tudjman. Fu tenuto in quell’occasione un atteggiamento fuori dal tempo: il disfacimento della Jugoslavia, che meritava un approccio delicatissimo, poteva essere la prima grande occasione del dopo Guerra Fredda per risolvere un contenzioso internazionale in maniera equilibrata e pacifica. Sappiamo tutti invece cosa è successo.

Che dire poi dell’atteggiamento antirusso, esploso negli anni 2000, che ha trovato ottima sponda nell’amministrazione di George W. Bush? Con l’avvento al potere di Vladimir Putin la Russia ha ricominciato a muoversi nuovamente per riprendersi il ruolo di potenza leader dell’Europa Orientale, con tanto di influenza su tutti i Paesi ex sovietici, alcuni dei quali strategicamente vitali per un allargamento dell’Alleanza Atlantica ad Est, come gli stati baltici, la Georgia dell’ingombrante Saakhasvili ed appunto l’Ucraina.

Viktor Juscenko durante la cerimonia di consegna delle onorificenze
Viktor Juschenko durante una cerimonia

Riguardo a quest’ultima, non è un mistero che la Rivoluzione Arancione del dicembre 2004 ebbe il placet di alcune cancellerie occidentali: il suo ispiratore, Viktor Jušchenko, era il soggetto adatto a fare muro contro Putin, che con una vittoria del filorusso Janukovic avrebbe avuto Kiev schierata molto più dalla sua parte.
Solo che il candidato color arancio, dopo un passato da ligio apparatcik comunista, aveva sviluppato una imbarazzante simpatia per il nazionalismo filofascista ucraino, cotto (in chiave elettorale) in salsa antirussa: poichè il primo obiettivo di USA e NATO (e in particoalre della Gran Bretagna) era dunque far diga all’espansionismo di Putin, se Jušchenko fosse o meno realmente di indole democratica e liberale non contava più di tanto.

In cinque anni, va detto, Jušchenko ha cercato di mitigare il suo nazionalismo e di mostrarsi verso i suoi padrini occidentali come un leader moderno e capace di traghettare l’Ucraina in Europa.
Oggi però, non avendo più nulla da perdere essendo ormai ai suoi ultimi giorni da Capo dello Stato, ha pensato bene di dare un ultimo schiaffo a Janukovic, a Mosca e a tutta l’Ucraina orientale, a stragrande maggioranza russofona: ha infatti conferito la massima onorificenza nazionale, il titolo di Eroe dell’Ucraina, a Stepan Bandera, leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), milizia di stampo fascista, che durante la guerra combattè al fianco della Wermacht contro l’Armata Rossa, e fu complice dei massacri compiuti dalle truppe naziste verso la popolazione civile.

Un gesto chiaramente provocatorio verso Mosca, che ha scatenato lo sdegno della popolazione filo-russa e di contro l’approvazione dei nazionalisti, che hanno finalmente visto riabilitato il loro leader, ucciso nel 1959 in Germania (dove si era rifugiato dopo la guerra), sembra per mano di un sicario del KGB.

Un gesto che in sostanza finirà per consegnare al nuovo presidente un Paese sempre più spaccato in due, ma che ora ha innanzitutto il demerito di gettare una macchia nera sulla Rivoluzione Arancione, che molti esponenti liberali ucraini avevano salutato come una svolta e che ora più che mai si è trasformata in fallimento scottante.