Il Kirghizistan scivola verso il disastro umanitario

Profughi kirgyzi al confine con l'Uzbekistan

Profughi kirghizi al confine con l'Uzbekistan (Fonte: RIA Novosti)

Sono oltre 45mila i cittadini kirghizi di etnia uzbeka che in poche ore hanno lasciato la regione meridionale di Jalalabad e si sono rifugiati nel vicino Uzbekistan, che ieri pomeriggio ha aperto i confini per accogliere i profughi: lo ha comunicato oggi il vicepremier uzbeko Abdullah Aripov durante una conferenza stampa.
Aripov ha aggiunto che in realtà questo numero tiene conto solo degli adulti e non comprende anche i bambini: pertanto i profughi potrebbero essere di più, quasi 80mila. Il vicepremier ha quindi sottolineato le difficoltà del suo paese a gestire una tale pressione ai confini ed ha chiesto aiuto alle organizzazioni internazionali.
Cresce intanto il numero dei morti negli scontri tra la popolazione kirghiza e la minoranza uzbeka, che da giovedì notte insanguinano il sud del Kirghizistan: secondo fonti ufficiali, sarebbero 124 le persone rimaste uccise, mentre il numero dei feriti è di 1500, cifra comunque destinata a salire.

Intanto a Mosca si è tenuta oggi una riunione d’urgenza della CSTO, l’alleanza militare tra Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Uzbekistan, Tajikistan ed appunto Kirghizistan, per tentare di trovare una soluzione alla crisi: allo studio anche la possibilità di istituire una forza di intervento di pace da inviare nella regione in fiamme.

Mentre era in corso il vertice di Mosca, l’ex presidente kirghizo Kurmanbek Bakiev ha convocato una conferenza stampa a Minsk, dove si trova in esilio, nella quale ha chiesto un intervento degli alleati della CSTO per mettere fine agli scontri. “Le forze interne del Kirghizistan non sono più in grado di controllare la situazione”, ha dichiarato l’ex leader della Rivoluzione dei Tulipani, che ha seccamente smentito l’ipotesi di una sua regia dietro gli scontri  esplosi ad Osh e a Jalalabad, escludendo anche la possibilità di un ritorno in patria.

Il Kirghizistan teme la guerra etnica: “Intervenga Mosca”

La regione al centro degli scontri

La regione al centro degli scontri

Sono almeno 82, stando alle fonti ufficiali, le vittime dei violenti scontri etnici in corso da giovedì notte ad Osh, nel sud del Kirghizistan al confine con l’Uzbekistan, tra nazionalisti kirghizi e gruppi della minoranza uzbeka residente nella zona.
Da fonti del ministero della Sanità si contano più di 1000 feriti, la maggior parte dei quali di etnia uzbeka: un numero che potrebbe non rispecchiare la realtà della situazione poichè molti nosocomi sono già al collasso e non accettano più ricoveri, mentre i medici non riescono a recarsi per le strade a portare le cure, per via dei combattimenti.

La città di Osh si trova in una zona dove è ancora forte l’influenza del deposto presidente Kurmanbek Bakiev, attualmente rifugiatosi in Bielorussia.

Il premier ad interim Roza Otunbajeva ha ammesso sabato che la situazione nella regione è ormai fuori controllo, e che gli scontri si sono allargati anche alle minoranze russe e tatare.
“Abbiamo bisogno di una forza militare di pace che riesca a metter fine agli scontri”, ha dichiarato la Otunbajeva, aggiungendo di aver chiesto al suo omologo russo Vladimir Putin l’invio di truppe di peacekeeping in Kirghizistan.
Nella serata di sabato il presidente russo Medvedev, che aveva definito gli scontri di Osh “un problema interno del Kirgyzstan”, ha escluso per ora l’invio di truppe nel sud del Kirgyzstan: lo ha comunicato sabato sera la portavoce del Cremlino Natalia Timakova.
Per il momento tuttavia, Mosca invierà in zona aiuti umanitari: l’impiego delle forze armate potrebbe essere deciso solo dopo una risoluzione di peacekeeping delle Nazioni Unite. La Russia, che segue con attenzione gli sviluppi della situazione, sarebbe dunque disposta ad intervenire solo sotto l’egida dell’ONU.

Intanto la situazione si fa sempre più grave: nella regione di Jalalabad è stato proclamato lo stato d’emergenza fino al 22 giugno, che prevede il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino, mentre il ministero della Difesa ha richiamato tutti i riservisti sotto i cinquant’anni.

Bakijev: “Ho rassegnato le dimissioni perchè minacciato”

Bakijev in conferenza stampa

Bakijev in conferenza stampa (RIA Novosti)

Da Minsk, dove si trova ospite del presidente Lukashenko, il deposto presidente kirgyzo Kurmanbek Bakijev lancia nuove accuse contro il governo provvisiorio.
L’ ex presidente ha convocato ieri una conferenza stampa per ribadire ciò che afferma da quando ha lasciato il suo paese: “Le mie dimissioni sono illegali”.
La scorsa settimana il premier ad interim del Kirghizistan, Roza Otunbajeva, aveva annunciato alla comunità internazionale che Bakijev, fuggito in Kazakhstan, aveva rassegnato le dimissioni da presidente tramite un fax, circostanza che lo stesso Bakijev aveva subito smentito, chiedendo ai leader mondiali di non riconoscere il nuovo governo.

Ieri l’ex presidente ha fatto una parziale retromarcia, ammettendo sì di aver firmato la lettera di dimissioni, ma di averlo fatto sentendosi minacciato: “Quando ho scritto quella lettera, ero sotto minaccia di quelli che hanno preso il potere con la forza”.
Bakijev ha quindi sottolineato che le sue dimissioni non sono valide perchè tutte le procedure previste dalla legge non sono state completate,  e che il governo è stato troppo frettoloso a dichiarare decaduta la sua carica: “La Costituzione prevede che sia il Parlamento a dover dibattere delle mie dimissioni, e ciò non è stato fatto”.

L’ex presidente ha anche voluto rispondere al ministro degli Esteri russo Lavrov, che aveva opposto un veto al suo ritorno in Kirghizistan: “Non punto a tornare in Kirghizistan come presidente. Ho però voluto sottolineare l’illegalità delle mie dimissioni, affinchè il Paese possa far ritorno ad una base di legalità”.

Kirghizistan nel caos, Bakijev si dimette e va in esilio

Roza Otumbajeva

Il premier Roza Otunbajeva (RIA Novosti)

L’ex presidente kirghizo Kurmanbek Bakijev avrebbe rassegnato le dimissioni, in cambio di un salvacondotto per il Kazakhstan: lo ha annunciato alla stampa il premier ad interim Roza Otunbajeva, mostrando una copia di un fax che rappresenterebba la lettera di dimissioni di Bakijev.
Nella lettera il deposto presidente riconoscerebbe le proprie responsabilità davanti al popolo del Kirgyzstan, rimette il proprio mandato “allo scopo di preservare l’unità dello Stato”.

Il condizionale è d’obbligo, perchè dallo staff dell’ex leader non è giunta  alcuna conferma ufficiale delle dimissioni, anzi il fratello di Bakijev, Akhmed, ha addirittura ha definito “falso” il documento inviato via fax, aggiungendo che l’ex presidente si troverebbe ancora nella residenza di famiglia nel sud del Paese, sua tradizionale roccaforte.

Ma le affermazioni di Akhmed Bakijev sono state smentite dal presidente kazako Nursultan Nazarbajev, che ha confermato che l’ex presidente kirghizo è stato prelevato ieri sera da un volo militare e trasportato nella città kazaka di Taraz, dove ora si troverebbe: il governo provvisorio ha accettato le richieste di Russia, USA e Kazakhstan, concedendo all’ex presidente il diritto di lasciare il Paese.
Bakijev era stato deposto a seguito di violente manifestazioni di protesta, iniziate nella città di Talas il 7 aprile e diffusesi in altre regioni del Paese, provocando la morte di almeno 84 persone ed il ferimento di altre 1.600.

AIUTI INTERNAZIONALI. Mosca e Washington hanno intanto offerto al nuovo governo il loro aiuto economico, per permettere al Kirghizistan di incamminarsi sulla strada di uno sviluppo sociale e democratico. Il Cremlino in particolare ritiene la democrazia in Kirghizistan fondamentale per la stabilità dell’area dell’ex Asia Sovietica, poichè, dal punto di vista russo, la rivolta è esplosa proprio a causa della mancanza di una vera democrazia nel Paese.

CAOS NEL PAESE. Il rischio che il Kirghizistan piombi nella guerra civile non è però scongiurato dalla fuga dell’ex presidente: nelle prime ore della mattina di sabato un gruppo di 300 fedelissimi di Bakijev ha assaltato un edificio amministrativo a Jalal-Abad, nel sud del Paese, chiedendo a gran forza la liberazione dell’ex ministro della difesa Kaliev, arrestato nei giorni scorsi.
Sempre nella stessa città un altro gruppo invece ha violentemente contestato l’arrivo del ministro degli Interni Shernjazov, che si stava recando ad un incontro con alcuni ufficiali di polizia: l’auto del ministro è stata bersaglio di un massiccio lancio di sassi, che ha spinto la scorta ad optare per una fuga precipitosa.

LUKASHENKO STA CON BAKIJEV. La Bielorussia intanto è pronta a ricevere l’ex presidente kirghizo Bakijev e a dare a lui ed alla sua famiglia tutto l’aiuto di cui necessita: lo ha dichiarato il presidente bielorusso Alekasandr Lukashenko, ribadendo che Bakijev, se deciderà di trasferirsi a Minsk, potrà trovare  tutto il sostegno che vuole.
Lukashenko ha affermato di non riconoscere il nuovo governo insediatosi in Kirghizistan, che ha già avuto offerte di sostegno da Russia e Stati Uniti, nè tantomeno crede alle dimissioni inviate da Bakijev attraverso un fax: “Per me resta lui il presidente. La firma che il governo provvisiorio mostra di continuo ai media non è vera”.