Per il petrolio dell’Artico c’è anche l’Italia: accordo tra Eni e Rosneft

L’Eni e la compagnia petrolifera statale russa Rosneft investiranno 70 miliardi di dollari per le attività di esplorazione e sfruttamento dell’Artico russo: è quanto prevede un accordo stipulato ieri tra l’Amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni e il suo omologo Eduard Khudainatov, alla presenza del premier russo, e tra pochi giorni presidente, Vladimir Putin. “Si tratta di un progetto strategico per noi – ha dichiarato Scaroni -, il giacimento si trova nel Mar di Barents, un posto che conosciamo bene”: per questo Eni (che avrà il 33,3% della joint-venture) userà il suo know-how per le attività di esplorazione dei dodici giacimenti sottomarini ubicati nella zona centrale del Mare di Barents e in quella denominata “blocco Fedinskij”, dove, secondo stime recenti, ci sarebbe un quantitativo di greggio che oscilla tra i 25 e i 36 miliardi di barili. Parallelamente, attività di sfruttamento verranno avviate nel Mar Nero occidentale: l’accordo siglato infatti riguarda anche l’area Val Shatskogo, dove si trovano riserve per circa dieci miliardi di barili di petrolio. Continua a leggere

Se la Russia del petrolio resta senza carburante

Sembra una notizia vecchia di vent’anni, ma la vicenda è di queste ore: la Russia si trova a fare i conti con una carenza di carburante. Un paradosso, visto che stiamo parlando di una potenza energetica tra i primi produttori mondiali di gas e greggio. Eppure, molte città e regioni del paese (San Pietroburgo, Voronezh, Sakhalin Continua a leggere

Khodorkovskij a Medvedev: “Ripristini la giustizia”

In una lettera aperta al presidente russo Dmitrj Medvedev, l’ex numero uno del colosso petrolifero Yukos, Michail Khodorkovskij, ha lanciato un appello affinchè la giustizia in Russia venga ripristinata. Colui che all’inizio degli anni Duemila era considerato l’uomo più ricco di Russia è stato condannato lo scorso 30 dicembre a 7 anni e mezzo di carcere (in aggiunta agli 8 della precedente condanna), con l’accusa di essersi impossessato illegalmente di centinaia di tonnellate di petrolio di altre società controllate e per riciclaggio di denaro sporco: accuse, queste, che Khodorkovskij ha sempre respinto, dichiarandole infondate e frutto di un complotto governativo ordito da Putin ai suoi danni, per far cadere la Yukos nelle mani di uomini a lui vicini. “Trovo necessario appellarmi al presidente contro la vergognosa sentenza emessa dl tribunale di Khamovniceskij (il distretto giudiziario dove ha avuto luogo il processo, ndr)”, inizia così la lettera pubblicata ieri dal quotidiano Vedomosti, uno degli organi di stampa più critici verso Vladimir Putin. Khodorkovskij sottolinea di non voler fare pressione sui giudici, semmai il contrario: “Il mio è un suggerimento per salvaguardare i giudici da pressioni esterne e dal ricoprire un umiliante ruolo di appendice del sistema repressivo che li manipola”. L’ex petroliere è molto chiaro nel suo esporre la situazione: quella contro di lui è stata una sentenza pilotata. Continua a leggere

Cosa c’è veramente dietro la guerra nel Nord-Caucaso

Medvedev e Kadyrov

Il presidente ceceno Kadyrov (a destra) con Dmitrij Medvedev (Fonte: APF Photo)

La guerra che i russi stanno combattendo nel Caucaso settentrionale dal lontano 1994 contro gli indipendentisti sta sortendo qualche risultato concreto? Se incentrata solo all’aspetto militare, la domanda rischia di avere una risposta incompleta e fuorviante.
In Cecenia formalmente vige una pax kadiroviana di facciata, imposta e mantenuta dalle violenze dei miliziani dell’ex bandito, e ora presidente, Razman Kadyrov: le operazioni belliche si sono spostate ormai in Daghestan ed in Ingushezia, nuove frontiere dell’indipendentismo antirusso, che cerca il proprio comun denominatore nell’islamizzazione della regione, ma che in realtà nasconde fattori geostrategici di valore economico elevatissimo.

La presenza delle milizie jihadiste soprattutto in Daghestan e Ingushezia non deve trarre in equivoco: l’indipendentismo caucasico non è mosso da motivi storico-religiosi, o per lo meno non solo da questi ultimi. Il Caucaso è una regione certo non ricchissima di risorse energetiche, ma la sua posizione geopolitica è strategica per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi che si trovano nel Mar Caspio, verso cui è indirizzato il vero interesse delle parti in lotta.

Secondo uno studio sviluppato nel 2007 dell’Amministrazione USA, il Mar Caspio nel 2015 potrebbe raggiungere una produzione giornaliera di greggio pari a 4,3 milioni di barili, con riserve petrolifere che toccherebbero i 235 miliardi di barili, equivalenti ad un quarto di quelle dell’intero Medio-Oriente. Una vera e propria miniera di “oro nero”, a cui vanno aggiunte le enormi riserve di gas ancora da sfruttare, che, insieme a quelle già in uso, andrebbero a costituire nel sottosuolo del bacino una riserva pari ad oltre 9,2 trilioni di metri cubi di gas.

Motivi economici, dunque, dietro le velleità indipendentiste del capo-guerrigliero di Doku Umarov, il sedicente “Emiro del Caucaso”: queste cifre da capogiro spiegano chiaramente perché la Russia non possa accettare la creazione di un Emirato islamico indipendente nel Caucaso, come vorrebbero fare i guerriglieri e le soprattutto le forze esterne (Al-Qaeda, in primis) che li foraggiano e che guardano con appettito al controllo sulla “miniera” sottomarina del Mar Caspio, la cui perdita avrebbe conseguenze devastanti su di un’economia, quella russa, ancora fondata sulla vendita degli idrocarburi.

C’è di più. La lotta per il controllo del Caucaso non passa solo per il petrolio e il gas. Il traffico di droga proveniente dall’Afghanistan ha ormai trovato nel Caucaso un importante crocevia per l’Europa: in Ingushezia e Daghestan le formazioni indipendentiste sono ormai sostenute finanziariamente da organizzazioni pakistane ed afghane, interessate più ad avere alleati per proteggere i narcos di Kabul, che a diffondere principi islamici travisati dal fanatismo religioso.