Torna la Grande Albania, il sogno nazionalista (e proibito) di Tirana

albania_flagsIl ricordo corre a quella tragica partita Dinamo Zagabria – Stella Rossa, campionato jugoslavo 1989-90. Fu l’antipasto della tragedia che sarebbe iniziata di lì a un anno. Ultras nazionalisti serbi e croati si resero protagonisti di violentissimi incidenti, fuori e dentro lo stadio, a cui non disdegnarono di partecipare perfino i giocatori stessi (famosa la foto del futuro centrocampista del Milan Zvonimir Boban che sferra un calcio a un poliziotto). Quattordici mesi più tardi, il campo di calcio avrebbe lasciato spazio a quello di battaglia. Mercoledì, ciò che è accaduto a Belgrado fatto correre un brivido sulla schiena di molti: Serbia-Albania, la partita che avrebbe dovuto suggellare la difficile riappacificazione tra due popoli nemici, è stata interrotta al 44′ del primo tempo dagli incidenti provocati dagli ultras serbi. E fin qui nulla di nuovo, considerata la pericolosità dei supporters di casa. Continua a leggere

Jušchenko, macchia nera sulla Rivoluzione Arancione

Forse l’Occidente che ha la smania di esportare la democrazia dovrebbe cominciare a controllare meglio i documenti degli “importatori”. Giusto per evitare brutte sorprese. Troppe volte un politico è stato definito “democratico” solo perché si opponeva ad un altro politico che in quel momento aveva tra le mani le leve del potere. Troppo spesso quel politico “democratico” poi non si è dimostrato.
Sostenere figure politiche inquietanti faceva parte del gioco della Guerra Fredda: per quarant’anni la parola d’ordine per il blocco atlantico era quello di diventare amici di chiuque fosse nemico di Mosca. E pazienza se in base a questa logica gli USA hanno sostenuto soggetti come Pinochet, Videla e Stroessner, gruppi terroristici come i Taliban, o mafiosi come gli anticastristi della Florida.
Se ciò era comprensibile in un contesto della rivalità USA-URSS, non si capisce però perché questa logica da Guerra Fredda sia proseguita quando la Guerra Fredda era finita.

Al nazionalismo filofascista croato di fine anni Ottanta, ad esempio, furono affibbiate peculiarità di democrazia e libertà da una Ue troppo impegnata a danneggiare il comunista Milosevic, piuttosto che ad accorgersi degli istinti autoritari di chi quel nazionalismo lo cavalcava per impossessarsi del potere, ossia Franjo Tudjman. Fu tenuto in quell’occasione un atteggiamento fuori dal tempo: il disfacimento della Jugoslavia, che meritava un approccio delicatissimo, poteva essere la prima grande occasione del dopo Guerra Fredda per risolvere un contenzioso internazionale in maniera equilibrata e pacifica. Sappiamo tutti invece cosa è successo.

Che dire poi dell’atteggiamento antirusso, esploso negli anni 2000, che ha trovato ottima sponda nell’amministrazione di George W. Bush? Con l’avvento al potere di Vladimir Putin la Russia ha ricominciato a muoversi nuovamente per riprendersi il ruolo di potenza leader dell’Europa Orientale, con tanto di influenza su tutti i Paesi ex sovietici, alcuni dei quali strategicamente vitali per un allargamento dell’Alleanza Atlantica ad Est, come gli stati baltici, la Georgia dell’ingombrante Saakhasvili ed appunto l’Ucraina.

Viktor Juscenko durante la cerimonia di consegna delle onorificenze
Viktor Juschenko durante una cerimonia

Riguardo a quest’ultima, non è un mistero che la Rivoluzione Arancione del dicembre 2004 ebbe il placet di alcune cancellerie occidentali: il suo ispiratore, Viktor Jušchenko, era il soggetto adatto a fare muro contro Putin, che con una vittoria del filorusso Janukovic avrebbe avuto Kiev schierata molto più dalla sua parte.
Solo che il candidato color arancio, dopo un passato da ligio apparatcik comunista, aveva sviluppato una imbarazzante simpatia per il nazionalismo filofascista ucraino, cotto (in chiave elettorale) in salsa antirussa: poichè il primo obiettivo di USA e NATO (e in particoalre della Gran Bretagna) era dunque far diga all’espansionismo di Putin, se Jušchenko fosse o meno realmente di indole democratica e liberale non contava più di tanto.

In cinque anni, va detto, Jušchenko ha cercato di mitigare il suo nazionalismo e di mostrarsi verso i suoi padrini occidentali come un leader moderno e capace di traghettare l’Ucraina in Europa.
Oggi però, non avendo più nulla da perdere essendo ormai ai suoi ultimi giorni da Capo dello Stato, ha pensato bene di dare un ultimo schiaffo a Janukovic, a Mosca e a tutta l’Ucraina orientale, a stragrande maggioranza russofona: ha infatti conferito la massima onorificenza nazionale, il titolo di Eroe dell’Ucraina, a Stepan Bandera, leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), milizia di stampo fascista, che durante la guerra combattè al fianco della Wermacht contro l’Armata Rossa, e fu complice dei massacri compiuti dalle truppe naziste verso la popolazione civile.

Un gesto chiaramente provocatorio verso Mosca, che ha scatenato lo sdegno della popolazione filo-russa e di contro l’approvazione dei nazionalisti, che hanno finalmente visto riabilitato il loro leader, ucciso nel 1959 in Germania (dove si era rifugiato dopo la guerra), sembra per mano di un sicario del KGB.

Un gesto che in sostanza finirà per consegnare al nuovo presidente un Paese sempre più spaccato in due, ma che ora ha innanzitutto il demerito di gettare una macchia nera sulla Rivoluzione Arancione, che molti esponenti liberali ucraini avevano salutato come una svolta e che ora più che mai si è trasformata in fallimento scottante.