L’errato approccio alla crisi ucraina che ha provocato l’escalation nel Donbass

Ukraine_EUIn attesa di capire se il piano di pace per l’Ucraina concordato a Minsk funzionerà o si risolverà in un nulla di fatto, è giocoforza in questi frangenti che si apra il dibattito su chi ha vinto e chi ha perso dalla crisi che ha insanguinato la repubblica ex sovietica nell’ultimo anno. È difficile parlare di vittoria quando di mezzo c’è una guerra che ha spezzato migliaia di vite umane, distrutto villaggi e città, ridotto in miseria intere comunità. Nella guerra d’Ucraina, comunque si concluda, ci hanno perso tutti, che siano essi combattenti, loro alleati e padrini politici. Non è una frase fatta, è realtà dei fatti. La prima a perderci è stata ovviamente la stessa Ucraina, intesa come comunità-Stato: divisa oggi come mai in passato, è destinata a diventare un nuovo Kosovo o una nuova Bosnia, ovvero un insieme di popoli che si detestano raccolti all’interno di comuni confini.
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I colloqui di Minsk e la rinascita politica di Lukashenko

Vertice di MinskIn attesa di capire se i buoni propositi espressi da Kiev e Mosca  per la pace nell’Ucraina sudorientale si concretizzeranno in risultati tangibili, dai colloqui di Minsk esce intanto vincitore il padrone di casa, il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko. Mai il vecchio detto secondo cui “tra i due litiganti il terzo gode” fu così veritiero: dalla crisi ucraina la Bielorussia ci ha solo guadagnato. In termini economici, visto che l’embargo commerciale imposto da Putin come ritorsione alle sanzioni europee ha rivitalizzato la locale industria agroalimentare: dalla frutta ai prodotti lattiero-caseari, a sostituire i prodotti di marca Ue sugli scaffali dei supermercati russi sono stati proprio quelli made in Bielorussia, con buona pace dei consumatori locali e dei produttori europei, molti dei quali italiani. Continua a leggere

Ucraina, la roadmap per la pace alla sfida delle autonomie

Petro PoroshenkoLa Verkhovnaja Rada, il Parlamento ucraino, si riunirà a breve per discutere la concessione dello “status speciale” alle regioni russofone: lo ha annunciato oggi presidente Petro Poroshenko, auspicando che questo gesto possa assicurare a breve «un loro pacifico ritorno sotto la sovranità ucraina». «Il provvedimento – ha spiegato Poroshenko – autorizza, in modo temporaneo, l’attivazione di amministrazioni autonome nelle regioni di Donetsk e Luhansk, uno status speciale che comunque prefigura la loro chiara appartenenza all’Ucraina». Il provvedimento sarà discusso in Aula la prossima settimana. «La pace nel nostro Paese passa per questa nuova legge», ha sottolineato il numero uno ucraino, raccomandando ai parlamentari di sostenere attivamente il progetto di riforma: un appello diretto anche ai parlamentari russofoni, gran parte dei quali seguaci dell’ex presidente Yanukovic, sul cui contributo Poroshenko sembra contare per avviare una sorta di tentativo di riconciliazione nazionale, prime delle prossime elezioni politiche che, con tutta probabilità, ridurranno drasticamente il numero di deputati russofoni alla Rada. Continua a leggere

Come nasce e come muore il secessionismo dell’Ucraina orientale

bandiera donetskMettiamo per assurdo che all’indomani dell’abdicazione di Juan Carlos il Parlamento spagnolo avesse proclamato una Repubblica che non riconosceva le autonomie della Catalogna e Paesi Baschi: come avrebbero reagito i cittadini di Barcellona e di Bilbao? Nell’Ucraina orientale è successa più o meno la stessa cosa: caduto Yanukovic, il primo provvedimento che il nuovo governo nato dalla rivolta di Piazza Maidan ha varato è consistito nella revoca dello status di lingua ufficiale al russo nel Donbass (un biglietto da visita certo poco lusinghiero per chi si presentava al mondo come “democratico”) seguito dall’annuncio di un’imminente riforma amministrativa volta a ridimensionare le autonomie delle regioni russofone. La crisi ucraina nasce essenzialmente da questo, ovvero dal timore dei russofoni di diventare cittadini di serie B: un timore per nulla infondato, se consideriamo che in Estonia, Paese membro dell’Ue, ai cittadini russofoni è concesso il passaporto e l’accesso ad incarichi pubblici solo previo superamento di un esame di lingua estone. Continua a leggere