Le Rivoluzioni dei Fiori appassiscono ad Est

L’accordo firmato lo scorso 21 aprile tra il presidente russo Medvedev ed il suo omologo ucraino Janukovic, che prevede per Kiev l’acquisto di gas russo a prezzo ridotto in cambio della concessione a Mosca, fino al 2042, della storica base navale di Sebastopoli, sulla carta è sembrato essere vantaggioso solo per l’Ucraina. La realtà è che dietro quell’accordo ci sono due rilevanti aspetti geopolitici, entrambi di enorme vantaggio per la Russia. Il primo riguarda il gasdotto South Stream, attualmente in progettazione, per il trasporto del gas russo verso l’Europa transitando sotto il Mar Nero: la flotta russa di stanza a Sebastopoli sarà destinata così ad un ruolo di tutela della preziosa condotta, su cui Mosca punta molto per incrementare sensibilmente il suo export di gas verso un Occidente che risulterebbe sempre più vincolato all’energia russa.
C’è poi un secondo aspetto, dai contorni prettamente militari: se si considera che appena nel 2008 l’allora presidente ucraino, il filo-occidentale Jušchenko, dando per imminente l’adesione del suo Paese alla NATO aveva annunciato lo “sfratto” della flotta russa dal Mar Nero, ci si può rendere conto che, con quell’accordo sullo scambio gas-base navale, Medvedev ha allontanato, forse definitivamente, la NATO dall’Ucraina, sancendo il tramonto di quella penetrazione USA nello spazio ex sovietico che aveva trovato il suo “cavallo di Troia” nelle cosiddette “Rivoluzioni dei Fiori”. Continua a leggere

Kiev ratifica l’accordo sulla flotta del Mar Nero

In una mattinata caratterizzata da violenti scontri per le strade e da vivaci proteste all’interno, il Parlamento ucraino ha ratificato a maggioranza l’accordo siglato la scorsa settimana da Medvedev e dal presidente Janukovic, che prolunga fino al 2042 la presenza della flotta russa del Mar Nero  nella base ucraina di Sebastopoli. La seduta si era aperta con una clamorosa contestazione da parte dell’opposizione, che aveva dato vita ad un lancio di uova verso il Presidente della Rada (la Camera dei Deputati), impegnato nella presentazione del testo all’Assemblea, tanto che i deputati del Partito delle Regioni,  a cui appartiene il presidente Janukovic, hanno dovuto proteggere lo speaker parlamentare con degli ombrelli. Continua a leggere

Ucraina: vince Janukovic, cambiano gli equilibri ad Est

Le urne dicono Janukovic, ma il premier Timoshenko non si dà per vinta e annuncia di aver preparato una squadra di avvocati per contestare l’esito delle urne.

Dunque, come si supponeva, non c’è pace nella martoriata vita politica ucraina. Quando ormai sono state scrutinate oltre il 40% delle schede, il candidato filorusso Viktor Janukovic è saldamente in testa con oltre il 50% delle preferenze, contro il 44.3 della sua rivale: ufficialmente la Commissione Elettorale proclamerà il vincitore il prossimo 17 febbraio, ma Janukovic sembra ormai in possesso di un margine sicuro per aggiudicarsi la vittoria.

Il fattore tempo però potrebbe giocare a favore del premier Timoshenko, che non solo non ha ammesso la sconfitta, ma ha denunciato brogli in numerosi seggi e ha dato disposizioni perchè i legali del suo partito attuino azioni legali in grado di annullare le elezioni.

Dunque, i prossimi giorni saranno decisivi per capire cosa accadrà a Kiev, anche se stavolta, a differenza delle scorse elezioni presidenziali, sembra che le operazioni di voto si siano svolte nel rispetto delle regole, stando almeno a quanto annunciato dagli osservatori internazionali.

FINE DELLA RIVOLUZIONE? La Timoshenko, dunque, non avrebbe stavolta un qualcosa su cui far leva: la ormai probabile vittoria di Janukovic è un segno evidente del definitivo tramonto della Rivoluzione Arancione di cui la stessa Timoshenko fu protagonista nel 2004: corruzione, divisioni politiche, crisi istituzionali non hanno portato alla realizzazione delle promesse fatte durante la rivolta di fine 2004, tanto che il Paese sembra aver sonoramente voltato le spalle a quelli che cinque anni fa incoronò come i suoi eroi.

La vittoria di Janukovic, dunque, cambia non poco gli equilibri politici nell’Europa dell’Est. Innazitutto Kiev si allontana dalla NATO, e probabilmente si riavvicinerà a Mosca, anche se il neopresidente ha sempre dichiarato che l’Ucraina si manterrà equidistante tra Russia e USA.

Resta comuque evidente che un’Ucraina fuori della NATO, anche se non legata alla Russia, è una vittoria per Mosca: la possibilità che Kiev diventasse membro dell’Alleanza Atlantica è stato uno dei temi che ha fatto scendere il gelo tra le diplomazie russa e americana negli ultimi anni.

ORFANI DI BUSH. L’assenza dell’ingerenza statunitense in queste ultime elezioni è un ulteriore aspetto che va tenuto in considerazione per valutare i possibili scenari nell’area ex sovietica: nel 2004 non era stato un mistero che l’amministrazione Bush sostenesse apertamente la Rivoluzione Arancione, in primis per bloccare sul nascere il tentativo russo di ripristinare una propria sfera di influenza nei Paesi dell’ex impero sovietico, in secundis per avere un alleato strategico in un contesto geopolitico della massima importanza.

Il niet dell’Ucraina all’Occidente e alla NATO si appresta a diventare un inquietante precedente anche per l’altro “figlioccio”, ormai orfano, di George W. Bush: il presidente georgiano Michail Saakhašvili.
Come era stato per Jušchenko, anche Saakhašvili si era accreditato presso la Casa Bianca e l’Ue come colui che avrebbe definitivamente reciso i legami con la Russia, e portato in Europa e nella NATO la Georgia, nazione dall’ottima posizione geopolitica, collocata in un’area strategica per lo sfruttamento degli idrocarburi nonchè ottima base per le campagne militari in Medioriente.

Ma l’avventurismo politico, emerso inconfutabilmente nella guerra scatenata e persa nel 2008 contro la Russia in Ossezia del Sud, ha ridimensionato molto l’immagine di politico affidabile che  Saakhašvili si era costruito presso le cancellerie occidentali. Inoltre, Obama sembra non essere interessato alla Georgia, oppure non ritiene che valga la pena rischiare le relazioni diplomatiche con Mosca per uno come Saakhašvili, che adesso, complice anche il calo di consensi in patria, rischia seriamente di  vedere la sua Rivoluzione delle Rose seguire la stessa parabola discendente della Rivoluzione Arancione.

Vigilia tesa a Kiev per il ballottaggio presidenziale

A tre giorni dal ballottaggio delle elezioni presidenziali, il presidente ucraino Viktor Jušchenko ha firmato ieri un decreto che va modificare, e non poco, la struttura della Commissione Elettorale Locale, che avrà l’importante compito di verificare la validità delle schede con cui gli elettori domenica sceglieranno il nuovo capo dello Stato: d’ora in poi il funzionamento della struttura di controllo non sarà più legato alla presenza di un preciso numero legale di membri, la cui mancanza avrebbe comportato necessariamente l’annullamento del voto.

Viktor Janukovic

L'ex premier Viktor Janukovic

La nuova legge, che elimina dunque il quorum richiesto per il funzionamento della Commissione, è l’ultimo atto di una campagna elettorale avvelenata, e che le infuocate dichiarazioni dei due contendenti, l’ex primo ministro filorusso Viktor Janukovic e l’attuale premier, la nazionalista Julija Timoshenko, non contribuiscono certo a rasserenare.

Sui membri della Commissione Elettorale Locale, nominati da entrambi i candidati in lizza, si erano poi concentrate le polemiche degli ultimi giorni: secondo il Partito delle Regioni, a cui appartiene Janukovic, la Timoshenko, data per sconfitta da tutti i sondaggi, avrebbe avuto in programma di ordinare ai propri membri di ritirarsi dai lavori, per provocare così il blocco della Commissione e l’automatico annullamento della consultazione. In questo modo la Timoshenko potrebbe conservare la sua poltrona di Primo Ministro fino a nuove elezioni, che però non sarebbero poi tanto sicure, vista l’imprevedibilità della situazione politica a Kiev.

La decisione di Jušchenko nasce da una clamorosa denuncia del Partito delle Regioni, a cui appartiene Janukovic, secondo cui lo staff della Timoshenko avrebbe intimato ai propri rappresentanti di non prender parte alle attività in Commissione il giorno del voto, azione che potrebbe annullare de facto il voto in uno o più distretti e riflettersi poi sull’intero esito della consultazione.
La Timoshenko ha però respinto seccamente tali accuse, contestando pesantemente l’atto firmato dal Presidente, che non servirebbe altro che a favorire i brogli: il premier ha inoltre ribadito nuovamente che porterà in piazza i suoi sostenitori, qualora l’esito delle urne venisse manipolato.