Kirghizistan, 1990: le origini della guerra etnica

Una panoramica di Osh

Una panoramica della città di Osh

I gravi scontri interetnici che hanno insanguinato il sud del Kirghizistan all’inizio di giugno hanno fatto rivivere alla città di Osh un dramma già vissuto nella primavera del 1990, quando essa fu teatro di violentissimi incidenti tra la popolazione kirghiza e quella uzbeka, che ne costituiva quasi la maggioranza.
Tutto iniziò nella seconda metà degli anni Ottanta, quando la crisi dell’economia sovietica aveva spinto molti cittadini a lasciare le campagne e a cercare una vita migliore in città: tale fenomeno si era manifestato con intensità anche in Kirghizistan, le cui città erano state oggetto di una massiccia migrazione dalle campagne che aveva generato una serie di problemi di natura socio-economica, legati al fatto che i centri urbani non erano in grado di garantire agli immigrati un’abitazione né un lavoro.

Per ovviare a questa carenza abitativa, nel corso del 1989, sull’onda delle riforme introdotte dalla perestrojka, in Kirghizistan erano nate diverse imprese edili, che avevano iniziato a costruire caseggiati sui terreni agricoli abbandonati intorno alle grandi città. Ad Osh, era nata la società edilizia Osh-Aimag, che il 7 maggio 1990 aveva chiesto alle autorità kirghize, a fini edificatori, alcuni appezzamenti di terreno assegnati tempo prima al kolchoz “Lenin”, una cooperativa agricola composta da lavoratori in maggioranza uzbeki, che però negarono la concessione del terreno perché intenzionati ad utilizzarlo per la costruzione di abitazioni ad uso proprio. Per tutta risposta, gruppi di nazionalisti kirghizi iniziarono una violenta propaganda anti-uzbeka, rivendicando il diritto del popolo kirghizo ad avere la priorità, rispetto a quello uzbeko, nel godere dei benefici offerti dal territorio.

In un crescendo di tensioni, il 4 giugno 1990 gruppi di senzatetto kirghizi occuparono i terreni della cooperativa Lenin: ne scaturirono violenti scontri, che ben presto si allargarono all’intera regione di Osh, dove le due etnie si affrontarono armi in pugno. Incendi vennero appiccati alle case degli uzbeki, mentre dall’altra parte del confine, in Uzbekistan, bande di nazionalisti locali attuarono ritorsioni assaltando le abitazioni della minoranza kirghiza. Dopo 48 ore di devastazioni, Mosca proclamò lo stato d’assedio in tutto il Kirghizistan meridionale, ed inviò le forze di sicurezza nelle località coinvolte dagli scontri per riprendere il controllo della situazione.
Mentre il 7 giugno lo stato d’assedio veniva allargato anche alla capitale Frunze (l’odierna Bishkek), sulle montagne si costituiva un esercito clandestino nazionalista, composto da 15mila volontari kirghizi, che a metà giugno iniziò a marciare verso il confine con l’obiettivo di invadere l’Uzbekistan: un tentativo vanificato dall’intervento delle forze di sicurezza di Mosca, che con gran fatica riuscirono a fermare e a disperdere i miliziani prima che varcassero il confine tra le due repubbliche. Ma ciò non fu sufficiente: quello stesso confine per tutto il mese di giugno 1990 fu teatro di continue violenze e scontri armati tra gruppi paramilitari kirghizi ed uzbeki, questi ultimi a loro volta costituitisi per difendere i propri territori da una possibile invasione.

Resosi conto dell’impossibilità di fermare le violenze con il solo impiego delle forze di sicurezza, il Cremlino a fine giugno giocò la carta della pacificazione attraverso l’identità religiosa dei due popoli, incaricando il muftì di Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, di mediare per una tregua: una mossa che si rivelò decisiva, poiché l’alto esponente religioso riuscì di fatto a placare gli animi, facendo leva sulla comune appartenenza al credo islamico delle parti in lotta e celebrando in Kirghizistan un grande rito funebre collettivo e pacificatorio, in onore delle vittime sia kirghize che uzbeke.
Il “giugno di sangue” si concludeva così, con il tragico bilancio di oltre trecento morti (ma secondo fonti non ufficiali sarebbero quasi il doppio), migliaia di feriti, danni ingentissimi alle città: oggi, esattamente a vent’anni di distanza, quei fantasmi sono tornati.

Maggiori approfondimenti su questo tema sono presenti nel numero 27 de Il Punto, in edicola questa settimana.

Il Kirghizistan scivola verso il disastro umanitario

Profughi kirgyzi al confine con l'Uzbekistan

Profughi kirghizi al confine con l'Uzbekistan (Fonte: RIA Novosti)

Sono oltre 45mila i cittadini kirghizi di etnia uzbeka che in poche ore hanno lasciato la regione meridionale di Jalalabad e si sono rifugiati nel vicino Uzbekistan, che ieri pomeriggio ha aperto i confini per accogliere i profughi: lo ha comunicato oggi il vicepremier uzbeko Abdullah Aripov durante una conferenza stampa.
Aripov ha aggiunto che in realtà questo numero tiene conto solo degli adulti e non comprende anche i bambini: pertanto i profughi potrebbero essere di più, quasi 80mila. Il vicepremier ha quindi sottolineato le difficoltà del suo paese a gestire una tale pressione ai confini ed ha chiesto aiuto alle organizzazioni internazionali.
Cresce intanto il numero dei morti negli scontri tra la popolazione kirghiza e la minoranza uzbeka, che da giovedì notte insanguinano il sud del Kirghizistan: secondo fonti ufficiali, sarebbero 124 le persone rimaste uccise, mentre il numero dei feriti è di 1500, cifra comunque destinata a salire.

Intanto a Mosca si è tenuta oggi una riunione d’urgenza della CSTO, l’alleanza militare tra Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Uzbekistan, Tajikistan ed appunto Kirghizistan, per tentare di trovare una soluzione alla crisi: allo studio anche la possibilità di istituire una forza di intervento di pace da inviare nella regione in fiamme.

Mentre era in corso il vertice di Mosca, l’ex presidente kirghizo Kurmanbek Bakiev ha convocato una conferenza stampa a Minsk, dove si trova in esilio, nella quale ha chiesto un intervento degli alleati della CSTO per mettere fine agli scontri. “Le forze interne del Kirghizistan non sono più in grado di controllare la situazione”, ha dichiarato l’ex leader della Rivoluzione dei Tulipani, che ha seccamente smentito l’ipotesi di una sua regia dietro gli scontri  esplosi ad Osh e a Jalalabad, escludendo anche la possibilità di un ritorno in patria.