Italia e Russia unite contro il narcotraffico

Coltivazioni di oppiacei in Afghanistan

Viktor Ivanov, a capo dell’Agenzia russa per il controllo del traffico di droga, sarà oggi pomeriggio a Roma per discutere  di un’azione congiunta di contrasto al narcotraffico dall’Afghanistan. Russia e Italia infatti hanno in progetto di dar vita ad un programma comune per combattere il traffico di stupefacenti Continua a leggere

Cosa c’è veramente dietro la guerra nel Nord-Caucaso

Medvedev e Kadyrov

Il presidente ceceno Kadyrov (a destra) con Dmitrij Medvedev (Fonte: APF Photo)

La guerra che i russi stanno combattendo nel Caucaso settentrionale dal lontano 1994 contro gli indipendentisti sta sortendo qualche risultato concreto? Se incentrata solo all’aspetto militare, la domanda rischia di avere una risposta incompleta e fuorviante.
In Cecenia formalmente vige una pax kadiroviana di facciata, imposta e mantenuta dalle violenze dei miliziani dell’ex bandito, e ora presidente, Razman Kadyrov: le operazioni belliche si sono spostate ormai in Daghestan ed in Ingushezia, nuove frontiere dell’indipendentismo antirusso, che cerca il proprio comun denominatore nell’islamizzazione della regione, ma che in realtà nasconde fattori geostrategici di valore economico elevatissimo.

La presenza delle milizie jihadiste soprattutto in Daghestan e Ingushezia non deve trarre in equivoco: l’indipendentismo caucasico non è mosso da motivi storico-religiosi, o per lo meno non solo da questi ultimi. Il Caucaso è una regione certo non ricchissima di risorse energetiche, ma la sua posizione geopolitica è strategica per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi che si trovano nel Mar Caspio, verso cui è indirizzato il vero interesse delle parti in lotta.

Secondo uno studio sviluppato nel 2007 dell’Amministrazione USA, il Mar Caspio nel 2015 potrebbe raggiungere una produzione giornaliera di greggio pari a 4,3 milioni di barili, con riserve petrolifere che toccherebbero i 235 miliardi di barili, equivalenti ad un quarto di quelle dell’intero Medio-Oriente. Una vera e propria miniera di “oro nero”, a cui vanno aggiunte le enormi riserve di gas ancora da sfruttare, che, insieme a quelle già in uso, andrebbero a costituire nel sottosuolo del bacino una riserva pari ad oltre 9,2 trilioni di metri cubi di gas.

Motivi economici, dunque, dietro le velleità indipendentiste del capo-guerrigliero di Doku Umarov, il sedicente “Emiro del Caucaso”: queste cifre da capogiro spiegano chiaramente perché la Russia non possa accettare la creazione di un Emirato islamico indipendente nel Caucaso, come vorrebbero fare i guerriglieri e le soprattutto le forze esterne (Al-Qaeda, in primis) che li foraggiano e che guardano con appettito al controllo sulla “miniera” sottomarina del Mar Caspio, la cui perdita avrebbe conseguenze devastanti su di un’economia, quella russa, ancora fondata sulla vendita degli idrocarburi.

C’è di più. La lotta per il controllo del Caucaso non passa solo per il petrolio e il gas. Il traffico di droga proveniente dall’Afghanistan ha ormai trovato nel Caucaso un importante crocevia per l’Europa: in Ingushezia e Daghestan le formazioni indipendentiste sono ormai sostenute finanziariamente da organizzazioni pakistane ed afghane, interessate più ad avere alleati per proteggere i narcos di Kabul, che a diffondere principi islamici travisati dal fanatismo religioso.

Gli errori USA nella lotta alla droga in Afghanistan

Piantagioni d'oppio in Afghanistan

In un’intervista rilasciata al canale televisivo Russia Today, Viktor Ivanov, capo del Servizio Federale russo per il Controllo sul Narcotraffico, ha criticato la politica di contrasto USA alla coltivazione di oppiacei in Afghanistan.
Ivanov cita in particolare un Rapporto sui legami tra il narcotraffico e i movimenti ribelli in Afghanistan, pubblicato dalla Commissione Esteri del Congresso nell’agosto 2009, in cui si stima che le piantagioni di droga gestite dai Taliban producano un giro d’affari di circa 150 milioni di dollari, ovvero solo una minuscola parte del valore dell’intera produzione di droga afghana, che si aggira invece intorno ai 65 miliardi di dollari.

“Tuttavia, – sottolinea Ivanov – le forze di sicurezza internazionali dicono che distruggeranno solo i campi di oppio legati ai Taliban. In altre parole, tutti i 150mila militari dislocati in Afghanistan saranno impiegati per eliminare un misero 0,2 per cento del totale della produzione locale di stupefacenti: del restante 99,8 per cento se ne dovranno occupare le autorità afghane, che certo non potranno fare molto”.

Ivanov rilancia perciò la proposta russa di contrasto al narcotraffico dall’Afghanistan, che prevede la completa distruzione di tutti i campi coltivati ad oppio: una proposta che Mosca ha sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, affinchè questo conferisca alla produzione di droga, tramite una risoluzione, lo status di “minaccia alla sicurezza mondiale”.
Secondo il governo russo, la recente risoluzione Onu 1943/2010, che  invece dichiara la droga una “minaccia alla stabilità mondiale”, non contempla la possibilità di distruggere le piantagioni: pertanto, la sola soluzione starebbe nel dare mandato alle forze d’occupazione di distruggere tutti i campi di oppio del paese, e di convertirli a coltivazioni di frutta e cereali, anche per contribuire agli sforzi di rilancio dell’economia dell’Afghanistan, che oggi sopravvive solo grazie agli aiuti internazionali.

Quella di Ivanov non è la prima voce critica verso l’approccio americano al contrasto al narcotraffico proveniente dall’Afghanistan: a giugno Pino Arlacchi, eurodeputato ed ex Alto Rappresentante Onu per la lotta alla droga, denunciò che la produzione di oppio nel paese asiatico, quasi debellata a metà del 2001, era ripresa fortemente dopo l’invasione Usa nell’autunno di quello stesso anno.

Vedi anche:
Arlacchi: “Nuove strategie contro la droga afghana”

In un’intervista rilasciata al canale televisivo Russia Today,

Viktor Ivanov, capo del Servizio Federale russo per il Controllo

sul Narcotraffico, ha criticato gli USA per aver lasciato

l’Afghanistan a risolvere da solo i propri problemi relativi alla

coltivazione di oppiacei.

Ivanov cita un Rapporto sui legami tra il narcotraffico e i

movimenti ribelli in Afghanistan, pubblicato dalla Commissione

Esteri del Congresso nell’agosto 2009, in cui si stima che le

piantagioni di droga gestite dai Taliban producano un giro

d’affari di circa 150 milioni di dollari, ovvero solo una

minuscola parte del valore dell’intera produzione di droga in

Afghanistan, che si aggira intorno ai 65 miliardi di dollari.

“Tuttavia, – sottolinea Ivanov – le forze di sicurezza

internazionali dicono che elimineranno solo i siti e le strutture

collegate ai Taliban. In altre parole, tutti i 150mila militari

dislocati in Afghanistan saranno impiegati per eliminare un

misero 0,2 per cento del totale della produzione locale di

stupefacenti: del restante 99,8 per cento se ne dovranno

occupare le autorità afghane, che certo non potranno fare

molto”.

Ivanov rilancia la proposta russa di contrasto al narcotraffico

dall’Afghanistan, che prevede la completa distruzione di tutti i

campi coltivati ad oppio: una proposta che Mosca ha sottoposto

al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che punta ad una

risoluzione che conferisca alla produzione di droga lo status di

minaccia alla sicurezza mondiale. “Al contrario, la recente

risoluzione 1943/2010 che dichiara la droga una minaccia alla

stabilità mondiale non contempla una possibilità di distruggere

le piantagioni”, specifica l’esponente russo.

La Russia propone dunque la propria soluzione per il conflitto

afghano: incoraggiare contemporaneamente la conversione dei campi di oppio a coltivazioni di frutta e cereali, anche per contribuire agli sforzi di rilancio dell’economia dell’Afghanistan, che oggi sopravvive solo grazie agli aiuti internazionali.

Quella di Ivanov non è la prima voce critica verso l’approccio americano al contrasto al narcotraffico dall’Afghanistan: a giugno Pino Arlacchi, eurodeputato ed ex Alto Rappresentante Onu per la lotta alla droga, denunciò che la produzione di oppio nel paese asiatico, quasi debellata a metà del 2001, era fortemente aumentata dopo l’invasione Usa nell’autunno dello stesso anno.

Arlacchi: “Nuove strategie contro la droga afghana”

Pino Arlacchi

Pino Arlacchi

Le strategie d’azione contro la produzione degli stupefacenti in Afghanistan richiedono una revisione completa: lo dichiara Pino Arlacchi, europarlamentare ed ex Alto Rappresentante dell’ONU per il contrasto al narcotraffico, alla vigilia del Forum Internazionale sulla lotta al traffico di droga dall’Afghanistan, in programma a Mosca il 9 e il 10 giugno.

Arlacchi lancia pesanti accuse sul modo in cui viene impiegato in Afghanistan il denaro stanziato dalle Nazioni Unite per i programmi di conversione delle piantagioni di oppiacei in coltivazioni di beni agricoli: “Bisogna procedere ad un serio cambiamento – ha dichiarato all’agenzia RIA Novosti –  perchè ho scoperto che ingenti somme di denaro destinato agli aiuti scompaiono prima di giungere a destinazione. E questo problema non è legato solo al governo di Kabul: in effetti, solo il 20% delle somme assegnate raggiunge ufficialmente l’Afghanistan. La questione riguarda aziende multinazionali che scippano più del 70% dei fondi USA destinati allo sviluppo di un Afghanistan senza droga. Ciò porta ad un aumento dei costi e ad indebolire l’efficienza dei programmi, così come a violazioni dei diritti umani”.

Arlacchi chiede a Ue e Russia, territori purtroppo invasi dalla droga afghana, un impegno in prima linea: “Stavolta dovranno giocare un ruolo determinante, elaborando un piano inteso a bloccare la coltivazione del papavero da oppio in Afghanistan, che riguardi non solo la distruzione delle colture, ma anche la creazione di un programma speciale, che dia al cittadino afgano una fonte di sussistenza diversa dalla produzione di stupefacenti“.
Il programma ONU proposto da Arlacchi alla fine degli Anni Novanta puntava proprio a rompere il legame vitale dei contadini afghani con la produzione di oppiacei: nel 2000, non senza polemiche ed accuse di finanziare un regime sanguinario, le Nazioni Unite svilupparono un programma di riconversione agricola, che prevedeva la erogazione ai Taliban di cospicui finanziamenti in denaro, per procedere alla sostituzione dei papaveri con piantagioni di prodotti ortofrutticoli e di grano. I risultati, alla metà del 2001 parvero dare ragione ad Arlacchi: la produzione di droga si era notevolmente ridotta.
Ma di lì a pochi mesi ci sarebbe stato l’attentato alle Twin Towers e la successiva invasione NATO dell’Afghanistan, che di fatto portò all’interruzione del programma.

“Quella fu un’esperienza positiva nel campo del contrasto alla produzione di stupefacenti -ricorda Arlacchi -, perchè dopo una serie di duri sforzi politici e diplomatici dell’Onu per l’applicazione del mio programma, i talebani nel 2001 fuorono costretti a fermare la produzione di oppio in Afghanistan. Purtroppo, di lì a poco le truppe americane e della NATO invasero il paese, e la produzione riprese”.
Ma proprio in virtù di quella piccola ma significativa vittoria Arlacchi si dice ottimista: “Un Afghanistan senza la droga non è pura fantasia”.