Tusk: “Polonia nell’Euro non prima del 2015”

Il premier polacco Donald Tusk

In un’ intervista in webchat sul portale onet.pl, il premier polacco Donald Tusk ha annunciato che i colloqui per l’ingresso della Polonia nell’Euro inizieranno nel 2014. Sebbene con piglio da euroscettico (“Se l’eurozona sopravviverà”, sarà il clima elettorale?), Tusk ha dato per certa l’entrata di Varsavia in Eurolandia: “Abbiamo firmato molti trattati Continua a leggere

10 aprile 2010: cosa accadde quel giorno a Smolensk?

I rottami del Tupolev 154

I rottami del Tupolev-154

Nel punto dove sei mesi prima una pioggia sottile cadeva su di una massa informe di rottami fumanti, il 10 ottobre scorso duecento persone si sono riunite per ricordare le 96 vittime della tragedia aerea del 10 aprile 2010, quando il Tupolev-154 dell’Aeronautica Militare polacca, con a bordo il presidente Lech Kaczynski e una delegazione composta dai vertici dello Stato e dell’Esercito, precipitò in fase d’atterraggio a pochi metri dalla pista di Smolensk. Quel giorno Russia e Polonia avrebbero dovuto commemorare insieme le vittime del massacro di Katyn, dove nel 1940 migliaia di militari polacchi furono uccisi dalla polizia staliniana: per un’atroce beffa del destino, due popoli uniti da una tragedia si sono trovati settant’anni dopo a viverne insieme un’altra, nello stesso luogo. E adesso si trovano uniti anche nel tentativo di capire cosa è veramente accaduto quella mattina.

PILOTI OBBLIGATI AD ATTERRARE? – Le condizioni meteo sull’aeroporto di Smolensk erano pessime e tendenti al peggioramento quando il Tupolev decollò da Varsavia diretto verso la Russia occidentale. Mentre il jet presidenziale volava ancora nello spazio aereo della Bielorussia, la torre di controllo di Smolensk segnalò ai piloti pioggia, nebbia e visibilità minima sulla pista d’arrivo, e quindi consigliò di dirottare su Minsk, da dove la delegazione polacca avrebbe poi potuto raggiungere Katyn in macchina.
È a questo punto, secondo la Commissione russa per l’Aviazione Interstatale, che i piloti del Tupolev avrebbero informato della situazione i propri superiori presenti a bordo, e sarebbero stati da questi obbligati ad avviare lo stesso le manovre d’atterraggio, nonostante parere contrario dei controllori di volo russi: le prove di ciò sarebbero in una registrazione della scatola nera risalente a circa 20 minuti prima dello schianto, in cui si sente indistintamente una voce discutere con i due piloti. Qualcuno dunque era in cabina di pilotaggio prima dell’inizio delle operazioni di discesa? Chi? E per fare cosa?

Putin rende omaggio alla salma di Kaczynski

Putin rende omaggio alla salma di Kaczynski (RIA Novosti)

Edmund Klich, capo della Commissione d’inchiesta polacca sull’incidente, ritiene che quella fosse la voce del generale Blasik, Comandante dell’Aeronautica polacca, anch’egli facente parte della delegazione diretta a Smolensk: secondo Klich, il generale Blasik si sarebbe recato dai piloti solo per sincerarsi di cosa stesse accadendo. In un’intervista rilasciata a maggio al quotidiano polacco Rzeczpospolita, Klich ha affermato che, da quanto emerso dall’esame della scatola nera, la decisione di procedere all’atterraggio a Smolensk fu presa solo dai piloti, che ignorarono deliberatamente gli allarmi lanciati da terra.
Questa versione però contrasta con la ricostruzione mandata in onda lo scorso luglio dal canale televisivo polacco TVN24, secondo cui i piloti furono costretti a procedere all’atterraggio nonostante avessero ben presenti i rischi che quella manovra comportava: l’emittente cita fonti investigative russe, secondo cui dalle registrazioni si sentirebbe Arkadiusz Protasiuk, uno dei due piloti, pronunciare pochi secondi prima di schiantarsi una frase agghiacciante: “Se non atterriamo, ci ammazzano!”.
Protasiuk si riferiva forse al colloquio avuto con il generale Blasik poco prima? Michal Fiszer, ufficiale dell’esercito polacco e docente di strategia militare presso l’Università Collegium Civitas di Varsavia, sottolinea che ancora non si conosce il contesto in cui è stata pronunciata quella frase. “Bisogna capire se il pilota stava parlando con il suo co-pilota o no. Quando si trasportano esponenti politici – ha dichiarato a TVN24 – c’è sempre un’enorme pressione a bordo”.
Ma il sospetto che i due piloti abbiano avuto un preciso ordine di atterrare è forte: “Non potevano disobbedire al loro presidente”, ha scritto Waclaw Radziwinowicz, corrispondente da Mosca per la Gazeta Wyborcza, il quotidiano più diffuso in Polonia, lasciando intendere che l’ordine di atterraggio partì proprio da Lech Kaczynski.

Perché il presidente polacco si sarebbe rifiutato di procedere verso la Bielorussia? Probabilmente perché un atterraggio a Minsk avrebbe impedito alla delegazione polacca di giungere per tempo alle celebrazioni per Katyn, ma secondo Dmitrij Babic, commentatore politico dell’agenzia russa RIA Novosti, Kaczynski non voleva andare a Minsk per non dover chiedere una qualsiasi forma di soccorso al presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, con cui aveva pessimi rapporti politici e personali.

PISTA D’ATTERRAGGIO INADEGUATA – Anche se l’atterraggio venne tentato in condizioni meteo avverse, il disastro aereo di Smolensk si sarebbe potuto evitare se la pista dell’aeroporto, utilizzata prettamente per voli militari, fosse stata in condizione di accogliere jet grandi quanto il Tupolev-154: è questa l’opinione di alcuni giornali polacchi.
Lo scorso luglio il quotidiano Rzeczpospolita ha rivelato che le autorità russe non avevano concesso alcuna autorizzazione all’atterraggio dell’aereo presidenziale nel piccolo aeroporto militare di Smolensk, sebbene il Ministero degli Esteri polacco, già il 25 marzo, avesse comunicato a Mosca l’intenzione di avvalersi di quella struttura in occasione delle imminenti celebrazioni a Katyn, ed avesse ottenuto dai russi l’assicurazione che la pista sarebbe stata adeguata per permettere agli aerei polacchi di atterrare.
Secondo il giornale, la mancata concessione di quel permesso voleva dire semplicemente che far atterrare un Tupolev-154 su quella pista era impossibile: eppure, la mattina del 10 aprile l’Air Force One polacco decollò tranquillamente verso la Russia, nonostante due giorni prima Varsavia fosse stata informata che nessuna autorizzazione a far atterrare il Tupolev era stata rilasciata alla torre di controllo di Smolensk.

MAPPE DI NAVIGAZIONE SBAGLIATE – Riunitisi nell’Associazione Katyn 2010, i familiari delle vittime hanno intanto avviato delle indagini per conto proprio, che in estate hanno portato ad un’inquietante scoperta: la posizione di un radio-faro dell’aeroporto di Smolensk differirebbe da quella riportata sulle mappe-radar in dotazione al Tupolev precipitato.

Lech Kaczynski e Donald Tusk

Lech Kaczynski con Donald Tusk

“Un pilota dello Yakovlev-40 che quel giorno trasportò i giornalisti a Smolensk, e che atterrò poco prima dell’incidente, ha riferito che il radio-faro era collocato a 650 metri di distanza da dove la mappa in dotazione al suo jet indicava – ha dichiarato alla stampa un esponente di Katyn 2010 –. Siccome le mappe-radar in dotazione all’aeronautica polacca sono tutte uguali, è molto probabile che anche il Tupolev avesse a bordo una mappa sbagliata”.
Se ciò fosse vero, le decisioni prese dai piloti in fase di discesa potrebbero essere state seriamente condizionate da una diversa posizione del radio-faro e perfino dal suo malfunzionamento, di cui parlano alcuni media locali, secondo cui un guasto avrebbe provocato l’invio di segnali-radio ad intermittenza al Tupolev, cosa che avrebbe disorientato i piloti durante la fase di avvicinamento alla pista.
Per giunta, ai primi di settembre, il Procuratore militare Szelag ha riferito che, poche settimane prima del disastro aereo, il Ministero della Difesa aveva dato disposizione di sostituire il navigatore di fabbricazione russa del Tupolev con uno in dotazione ai velivoli NATO: esiste perciò anche il sospetto che il nuovo apparecchio possa aver fornito informazioni di volo sbagliate all’equipaggio.

“IL COLPEVOLE E’ TUSK” – A sei mesi dall’avvio delle indagini, comincia ad emergere un quadro fatto di manutenzione scadente e di incredibili superficialità amministrative da parte delle autorità polacche. Tanto che l’ex Primo Ministro Jaroslaw Kaczynski, fratello del presidente Lech, ha espressamente accusato l’attuale premier Donald Tusk di avere pesanti responsabilità per la morte dei 96 passeggeri: “Era ben nota al governo la pessima situazione in cui versava l’aviazione presidenziale – ha dichiarato durante una manifestazione in memoria di suo fratello –, ma non è stato fatto niente per cambiare le cose. È vero che quel giorno il tempo sulla pista era pessimo, ma è anche chiaro che se non ci fossero state queste carenze, l’incidente non sarebbe mai avvenuto”.

Lech e Jaroslaw Kaczynski

Jaroslaw Kaczynski (a destra) il gemello Lech

Poi un sospetto: “Sono state organizzate due cerimonie a Katyn, una a cui ha preso parte Tusk con Putin, ed una seconda a cui avrebbe dovuto partecipare il presidente Kaczynski. Perchè tenere due cerimonie separate a distanza di tre giorni?”.
Complotto o fantapolitica? Di certo, in questi mesi è venuto fuori dalle indagini qualcosa che, considerati i pessimi rapporti politici che correvano tra il defunto presidente e Tusk, conferisce alle parole di Jaroslaw Kaczynski il peso di un macigno.

Smolensk, J.Kaczynski attacca il governo Tusk

Lech Kaczynski e Donald Tusk

Lech Kaczynski con Donald Tusk

Mosca e Varsavia coopereranno ulteriormente nelle attività d’indagine sulla strage aerea di Smolensk dello scorso 10 aprile, in cui morirono 96 persone, tra cui il presidente polacco Lech Kaczynski e numerosi membri del governo e delle istituzioni polacche: lo ha dichiarato all’agenzia di stampa PAP il Procuratore Generale della Polonia Andrzej Seremet, annunciando che ad ottobre sarà firmato un memorandum d’intesa tra i due paesi coinvolti.

L’annuncio di Seremet arriva poche ore dopo il violento attacco rivolto dall’ex premier e candidato sconfitto alle presidenziali Jaroslaw Kaczynski all’attuale primo ministro Donald Tusk, accusato di essere corresponsabile del disastro aereo in cui morì suo fratello gemello.
Kaczynski ha denunciato la forte ostilità di Tusk verso suo fratello Lech, che avrebbe portato ad un sensibile abbassamento dei livelli di sicurezza nei confronti del presidente e di alcuni membri del governo.

Lech e Jaroslaw Kaczynski

Jaroslaw Kaczynski (a destra) il gemello Lech

Il leader di Diritto e Giustizia attacca in particolare il premier per le negligenze nelle attività di riparazione e manutenzione dell’aereo presidenziale (“La situazione era disastrosa e il governo lo sapeva, eppure non ha fatto nulla per porvi rimedio) e di non aver fatto le giuste pressioni sulla Russia per produrre maggiori prove sulle cause dell’incidente.
In precedenza, Jaroslaw Kaczynski aveva accusato Tusk di aver utilizzato, assieme ad “agenti russi”, l’anniversario di Katyn per sbarazzarsi di Lech Kaczynski (“Perchè le celebrazioni furono fissate in due distinte occasioni?”).

Intanto, Diritto e Giustizia sembra dividersi sull’atteggiamento del proprio leader e sembra sul punto di trovarsi con una guerra in casa: la scorsa settimana il partito ha sospeso un membro che aveva criticato l’atteggiamento troppo aggressivo di Kaczynski.

L’Unione Europea alla riconquista di Varsavia

Il neo-presidente polacco Komorowski

Bronislav Komorowski

Se il recente ballottaggio presidenziale in Polonia doveva essere un’occasione per dare forza e consenso al governo del primo ministro Donald Tusk, la vittoria di Bromislaw Komorowski con appena il 53% dei voti, rappresenta invece un serio interrogativo per il premier.
Il neo-eletto presidente Komorowski appartiene a Platforma Obywatelska (Piattaforma Civica), schieramento moderato di centrodestra che si rifà alla cultura cattolico-liberale, di cui è membro lo stesso Donald Tusk: questa vittoria perciò dovrebbe garantire al governo la possibilità di attuare rapidamente le riforme strutturali, necessarie ad un prossimo ingresso della Polonia nell’area Euro. Del resto Tusk, in carica dal 2007 dopo aver vinto le elezioni politiche, aveva già provato a lanciare riforme economiche e liberalizzazioni in ottica Ue, su cui però l’allora presidente Lech Kaczynski aveva posto costantemente il veto.
Ma una vittoria così esigua di Komorowski non è un segnale positivo né per il premier, né per l’Europa: se Varsavia vuole restare sul treno dell’Ue ed adottare l’Euro entro il 2015, dovrà necessariamente porre in essere misure economiche drastiche, quali tagli alla spesa pubblica, innalzamento dell’età pensionabile, riforma del welfare, nuove privatizzazioni di settori produttivi e servizi statali, incluse la sanità e l’istruzione. Per promuovere un simile pacchetto di (dolorose) riforme, a Piattaforma Civica avrebbe fatto sicuramente comodo un consenso più ampio per il proprio candidato, ma così non è stato: un elettore polacco su due ha scelto l’antieuropeista Jaroslaw Kaczynski, e ciò va considerato anche, e soprattutto, nell’ottica delle elezioni politiche del 2011, che, se venissero vinte dall’opposizione, potrebbero in teoria portare nuovamente la Polonia ad avere un presidente ed un primo ministro che si muovono su versanti politici opposti. L’asse di governo Tusk-Komorowski dispone perciò di pochissimo tempo per dar vita alle riforme che Bruxelles chiede, ma vista l’alta impopolarità delle misure da adottare è molto probabile che Tusk non imporrà subito iniziative severe ad un paese in cui il 47% dell’elettorato ha votato per il candidato euroscettico.
Komorowski, del resto, in campagna elettorale si è lasciato andare spesso a promesse riguardanti l’aumento di stipendi e pensioni e la difesa degli asset di proprietà dello Stato, in stridente contrasto con la politica di rigore nei conti pubblici che Tusk probabilmente sarà costretto a varare dopo le elezioni politiche: secondo infatti il quotidiano Rzeczpospolita, mantenere le promesse del presidente costerebbe ai contribuenti oltre 33 miliardi di zloty (circa 8 miliardi di euro).

Lech Kaczynski e Donald Tusk

Lech Kaczynski con Donald Tusk

Mai come in questi ultimi anni le vicissitudini della Polonia si sono legate a quelle dell’Europa. Varsavia è diventata membro dell’Unione Europea nel 2004 ma, raggiunto questo traguardo impensabile solo quindici anni prima, il processo di integrazione si è di fatto bloccato: l’Europa è nelle bandiere blu con le stelle oro che campeggiano sui palazzi delle istituzioni accanto a quelle bianco-rosse polacche, ma il senso di appartenenza ad un grande progetto transnazionale qual è l’Unione Europea ha attecchito solo nelle grandi città e per lo più in fasce di popolazione giovane, con livello di istruzione superiore e con reddito medio-alto, abituata a viaggiare e ad interfacciarsi con l’estero.
C’è però un’altra Polonia, quella rurale, dei pensionati e degli operai, che non ha ancora colto alcun beneficio dall’ingresso nell’Ue, né tantomeno ha visto migliorare la propria condizione con la fine dell’economia pianificata. Questo elettorato, che si mostra soprattutto impaurito dall’idea di perdere parte della propria sovranità, è il serbatoio di voti del PiS (Prawo i Sprawiedliwosc, letteralmente “Diritto e Giustizia”), il partito fondato dal 2001 dai gemelli Kaczynski. L’“eurofobia” di questa Polonia, per quanto assurda oggi possa sembrare, ha fondamenti del tutto logici in un paese che storicamente è stato terra di conquista, e che nel secolo scorso ha conosciuto prima l’annessione alla Germania nazista e poi la soffocante influenza sovietica: non è un caso che Jaroslaw Kaczynski abbia ottenuto alte percentuali di consenso proprio in piccoli centri rurali ubicati nelle regioni dell’Est, dove la popolazione guarda verso il confine sempre con la preoccupazione che da lì possa giungere un esercito invasore.

Lech e Jaroslaw Kaczynski

Jaroslaw Kaczynski (a destra) il gemello Lech

E adesso che il prossimo traguardo per Varsavia si chiama Euro, la Polonia sembra divisa anche nel suo approccio alla moneta unica: c’è entusiasmo in chi vede la nuova valuta comune come una grande occasione di apertura al mondo, ci sono timori in chi invece la considera come fonte di sacrifici, tagli e rincari che alla fine non porteranno alcun ritorno per gran parte della popolazione.
Per questo le future scelte politiche di Komorowski e di Tusk non potranno non considerare che il 47% degli elettori ha dato fiducia ad un candidato che si è sempre fatto portatore degli interessi nazionali prima di quelli esteri, che ha promesso di interrompere i troppo stretti rapporti tra la politica ed il mondo degli affari e della finanza, e di salvaguardare la presenza dello Stato nell’economia: cavalli di battaglia che in Occidente possono sembrare certo “populisti”, ma sono vincenti nelle aree depresse, dove la parola “Stato” vuol dire ancora garanzia di sussistenza per le fasce deboli della popolazione e dove molti, soprattutto anziani, rimpiangono la sicurezza sociale dell’epoca comunista. Lo sa bene Jaroslaw Kaczynski, che, nonostante le sue posizioni fieramente anticomuniste, in un discorso a pochi giorni dal ballottaggio ha citato positivamente Edward Gierek, segretario comunista negli anni Settanta, le cui politiche di sviluppo sociale sono ancora ricordate positivamente specie nell’Est del paese, dove il passaggio all’economia di mercato ha avuto un impatto molto costoso sulla società.

Gli stabilimenti della FIAT in Slesia

Gli stabilimenti della FIAT in Slesia

Lo sviluppo economico della Polonia post-comunista è stato alquanto squilibrato: gli investimenti, soprattutto quelli esteri, si sono concentrati prevalentemente in zone industriali come Danzica o la Slesia già dotate di infrastrutture, mentre le regioni orientali, caratterizzate da un’economia rurale e di fatto prive di attrattive economiche, si sono incamminate verso il declino. Oggi un quarto dei polacchi lavora lontano dalla propria città d’origine: secondo i dati dell’Ufficio Statistico Centrale, nella sola Varsavia vivono almeno 500mila “immigrati interni”, provenienti soprattutto dal sud-est del paese.

Ce n’è abbastanza per comprendere come l’exploit di Jaroslaw Kaczynski non possa essere ricondotto ad un voto di solidarietà dopo la morte del gemello Lech, né tantomeno ad un semplice voto di protesta. I polacchi vogliono certezze, ed evidentemente il 47% di loro non ha fiducia nella coppia Komorowski-Tusk che ora ha la sicurezza di governare, almeno per un anno, la Polonia: e proprio sul breve periodo il nuovo presidente è chiamato a riconquistare la fiducia di chi non ha votato per lui.
Piattaforma Civica ha ora l’opportunità di mostrare di essere un vero partito riformista, capace di traghettare a pieno la Polonia nell’Euro: Tusk dispone dei numeri per attuare riforme che siano nell’interesse dell’intero paese, e con l’appoggio di un presidente proveniente dal suo stesso partito non può più giustificare l’immobilismo politico con i veti posti negli anni da Lech Kaczynski.
Le elezioni politiche del prossimo anno saranno il primo vero banco di prova per il governo liberale, ma se da un lato Tusk probabilmente vi arriverà evitando di adottare misure drastiche ed impopolari per non rischiare la sconfitta, dall’altro commetterebbe un grave sbaglio a non dare almeno un incipit a quelle riforme strutturali, per la cui realizzazione gli elettori gli hanno dato mandato: la Polonia ha molta strada da recuperare sulla via dell’integrazione europea, e deve iniziare a percorrerla fin da subito. Sprecare un altro anno su posizioni attendiste finirebbe per mostrare all’elettorato una premier ed un presidente incapaci di governare e di prendere decisioni importanti, il che comporterebbe una quasi sicura sconfitta elettorale: ciò vorrebbe dire rinviare sine die le riforme che servono al paese e perdere ancora una volta il treno per l’Europa.