Guerra di Corea 2.0: i fattori che Trump non considera


Foto WikicommonsLa rappresaglia americana contro la base aerea siriana di Sharyat, da dove sarebbe partito l’attacco chimico della scorsa settimana nella provincia di Idlib, assomiglia tanto a un tentativo di Donald Trump di mostrare i muscoli: il minimo danno inferto all’aviazione di Bashar al-Assad, e soprattutto l’intenso scambio di informazioni con Mosca nelle ore precedenti lascia intendere che il presidente Usa volesse inviare un messaggio più ai suoi avversari interni che a quelli fuori dei confini nazionali. Forse condizionato dalle continue accuse di obamiani e neocon di essere troppo morbido nei confronti di Putin, Trump ora sembra voler smentire tutti. Ma l’attuale Amministrazione manca ancora di validi consiglieri presidenziali in grado di dirigere le scelte di politica estera: un vuoto che si vede non tanto nel contesto siriano, quanto in quello nordcoreano in cui Trump si sta addentrando. Damasco e Pyongyang non sono la stessa cosa, eppure a Washington l’approccio verso i regimi di Assad e Kim Jong-un pare identico, nonostante la loro palese diversità imponga scelte differenti per ciascuno. Nel muovere le forze aeronavali verso la penisola coreana, Trump e i suoi consiglieri stanno sottovalutando in particolare tre criticità insite nello scenario. Continua a leggere

La Russia cerca di mediare tra Seoul e Pyongyang

Putin con il presidente nordcoreano Kim Jong-il (Photo ITAR-TASS)

Putin con il presidente nordcoreano Kim Jong-il (Photo ITAR-TASS)

Il presidente russo Dmitrj Medvedev ha inviato ieri una squadra di esperti navali in Corea del Sud, per avviare un’indagine in proprio sull’affondamento lo scorso 26 marzo di una motovedetta di Seoul, che costò la vita a 46 marinai, e che tuttora è oggetto di una pericolosa escalation di accuse tra le due Coree: un’indagine del governo di Seoul avrebbe recetemente dimostrato che la nave sarebbe stata affondata, mentre si trovava all’interno delle proprie acque territoriali, da un siluro partito da un sottomarino nordcoreano. Accuse che Pyongyang respinge, parlando di “provocazioni” sudcoreane.

La decisione di Medvedev è stata accolta con favore sia dall’unico alleato della Corea del Nord, la Cina, che ha parlato di mancanza di prove evidenti nell’indagine di Seoul, sia degli USA, storico alleato della Corea del Sud.
Intanto anche Mosca manifesta perpelssità sugli esiti dell’inchiesta di Seoul: lo ha dichiarato, anche se non in veste ufficiale, Konstantin Pulikovskij, alto funzionario della diplomazia di Mosca e già inviato di Putin per i rapporti con l’Estremo Oriente.
Pulikovskij afferma di nutritre personalmente seri dubbi su di un reale coinvolgimento della Corea del Nord nell’affondamento della nave sudcoreana: “Perchè Pyongyang avrebbe dovuto fare ciò? Questo atto è privo di una qualsiasi logica”.

L’alto funzionario russo, che vanta un’ottima conoscenza del regime nordcoreano, ammonisce sui rischi di una guerra: “Il conflitto armato è possibile, e si prospetta anche rischioso, visto che la Corea del Nord vuol dimostrare al mondo che sarà duro sconfiggerla con le sole armi convenzionali”. Il riferimento è chiaro: Pyongyang ha l’atomica ed ha i vettori per lanciarla sulle basi americane in Corea del Sud e Giappone. Un dato di cui il Pentagono deve tener conto nel suo approccio verso quella che è una delle più gravi crisi diplomatiche dell’era Obama.