Ma c’è qualcuno che vuole realmente una Siria pacificata?

RaqqaLa comunità internazionale ha buttato via sei anni. Già, perché la pace in Siria sarebbe potuta tornare già da tempo, dopo che un’intesa per metter fine al conflitto (che da un anno insanguinava il martoriato paese) era stata raggiunta al termine della Conferenza internazionale di Ginevra del 30 giugno 2012. Sulla base dell’ampio piano in sei punti stilato dall’inviato della Lega Araba Kofi Annan i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Turchia, il Kuwait, il Qatar e l’Ue avevano prodotto un documento finale che prevedeva la nascita di un esecutivo di unità nazionale composto da esponenti del regime di Bashar al-Assad e da membri delle forze anti-governative, che avrebbe redatto una nuova Costituzione e guidato la fase di transizione della Siria fino a libere elezioni. Del ruolo di Assad nel testo finale non veniva fatta esplicita menzione, tuttavia Annan aveva ottenuto dal presidente siriano, dopo un incontro a Damasco, la conferma di una partecipazione al processo di pace: il 3 luglio 2012 lo stesso raìs, in un’intervista al quotidiano turco Cumhuryiet, ventilava per la prima volta l’ipotesi di sue dimissioni, se ciò fosse servito a pacificare il Paese. Continua a leggere

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Gli aspetti importanti della vicenda Skripal che Londra non considera

Putin e Theresa_May

Ciò che colpisce dell’Affaire Skripal, l’ex spia doppiogiochista russa avvelenata a Salisbury (Gran Bretagna) a inizio marzo assieme alla figlia Julia, è che sono state adottate dai governi occidentali delle gravi decisioni politiche sulla base di accuse incerte e ancora da provare. Incertezze evidenti già nelle dichiarazioni del governo britannico, secondo cui «dietro l’avvelenamento c’è molto probabilmente la mano russa»: “probabilmente” è un termine che in politica internazionale non esiste, perchè o le prove ci sono o non ci sono. Londra, come pure le altre cancellerie occidentali, sono saltate a conclusioni troppo velocemente, senza cioè valutare alcuni aspetti importanti, che non possono essere esclusi a priori.

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All’Italia non serve la missione in Niger, ma una normativa sul diritto d’asilo

MigrantsE ora si va in Niger a presidiarne il confine con la Libia. Obiettivo dei nostri soldati: contrastare il traffico di esseri umani e porre un freno all’immigrazione selvaggia, ma, detto tra noi, abbiamo scelto la strada più tortuosa. Anziché con una missione militare dagli esiti incerti e dall’utilità dubbia, si sarebbe dovuto e potuto risolvere l’emergenza-migranti, che il nostro Paese vive da ormai due anni, mettendo mano ad una normativa organica in grado di regolamentare l’accesso all’istituto dell’asilo, ad oggi mancante nel nostro ordinamento. Per comprendere la gravità di questo vuoto normativo, è necessario prima soffermarsi sulla differenza che passa tra termini come “richiedenti asilo” e “rifugiati”, che nel lessico comune e in quello giornalistico si tende con troppa facilità ad accomunare nella parola “profughi”. Continua a leggere

La Grecia contro l’Albania: la nuova Piazza Skanderbeg fomenta l’irredentismo

Piazza Skanderbeg a Tirana (foto G.Onuzi)Forse non esiste un precedente storico in cui dei lavori di riqualificazione e abbellimento urbano si trasformano in un caso diplomatico: è ciò che sta accadendo in questi giorni tra la Grecia e l’Albania a causa del rifacimento della storica Piazza Skanderbeg di Tirana. Attraverso un comunicato emesso lunedì scorso, il Ministero degli Esteri di Atene ha denunciato la «natura irredentista e provocatoria» del progetto che ha dato un nuovo look al cuore della capitale albanese: a fare infuriare il governo greco è stata la nuova pavimentazione della piazza, costituita con pietra estratta in varie aree dei Balcani a maggioranza o di cultura albanese, inclusa la città greca di Filiates (o Filiat, come scritto sulla piastrella), nell’Epiro (o Chameria, come la chiamano gli abitanti locali di lingua albanese): «Quelle pietre – si legge nel comunicato -, che riportano bene in evidenza il territorio da dove provengono, costituiscono un’opera che simboleggia in modo chiaro l’ “unità dei territori albanesi” e sono chiaramente un’azione che coltiva ed esalta l’irredentismo». Continua a leggere