La Grecia contro l’Albania: la nuova Piazza Skanderbeg fomenta l’irredentismo

Piazza Skanderbeg a Tirana (foto G.Onuzi)Forse non esiste un precedente storico in cui dei lavori di riqualificazione e abbellimento urbano si trasformano in un caso diplomatico: è ciò che sta accadendo in questi giorni tra la Grecia e l’Albania a causa del rifacimento della storica Piazza Skanderbeg di Tirana. Attraverso un comunicato emesso lunedì scorso, il Ministero degli Esteri di Atene ha denunciato la «natura irredentista e provocatoria» del progetto che ha dato un nuovo look al cuore della capitale albanese: a fare infuriare il governo greco è stata la nuova pavimentazione della piazza, costituita con pietra estratta in varie aree dei Balcani a maggioranza o di cultura albanese, inclusa la città greca di Filiates (o Filiat, come scritto sulla piastrella), nell’Epiro (o Chameria, come la chiamano gli abitanti locali di lingua albanese): «Quelle pietre – si legge nel comunicato -, che riportano bene in evidenza il territorio da dove provengono, costituiscono un’opera che simboleggia in modo chiaro l’ “unità dei territori albanesi” e sono chiaramente un’azione che coltiva ed esalta l’irredentismo». Continua a leggere

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Il futuro dei Balcani passa attraverso le elezioni in Albania

Museo di Storia nazionale a TiranaLa campagna elettorale per le elezioni politiche in Albania entra nel vivo, e lo fa nel peggiore dei modi: il capo dell’opposizione Lulzim Basha ha denunciato di essere rimasto vittima sabato scorso di un tentativo di avvelenamento assieme ad altri 140 partecipanti a una manifestazione elettorale del suo partito a Tirana. Il leader del Partito Democratico, candidato rivale del premier socialista Edi Rama, ha dovuto ricorrere a cure mediche al vicino ospedale “Madre Teresa”, da cui comunque è stato dimesso poco dopo assieme alla gran parte dei ricoverati. Altri 14 suoi sostenitori, che hanno affermato di aver visto alzarsi una strana polvere bianca nel centralissimo Bulevardi Dëshmorët e Kombit, il viale che attraversa i palazzi del Potere nella capitale albanese, sono stati trattenuti invece in osservazione. L’antiterrorismo ha avviato un’indagine per capire se si sia trattato di un attacco chimico, avvenuto tra l’altro a poca distanza dalla residenza ufficiale del Primo Ministro.

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Attenti alla Macedonia: può incendiare di nuovo i Balcani

Nikola_GruevskiDistratti come siamo dalle minacce incrociate tra USA e Nord Corea, dalla crisi politica in Venezuela e dall’imminente ballottaggio in Francia, non ci siamo accorti che ad una manciata di chilometri dai nostri confini, in Macedonia, si è innescata una bomba ad orologeria che può scatenare una nuova guerra nei Balcani. Non va sottovalutata la crisi istituzionale che ormai avvinghia l’ex repubblica jugoslava (unica con il Montenegro a essersi resa indipendente senza colpo ferire), soprattutto perché pone le sue radici in una tensione etnica tra slavi e albanesi che da quelle parti fa rima con tragedia: troppe le similitudini con quanto accadde in Kosovo negli anni Novanta per dormire sonni quieti. La minoranza etnica albanese (circa il 20 per cento della popolazione macedone) è cresciuta in fatto di numeri e soprattutto di potere, tanto da disporre oggi in Parlamento di una piattaforma politica composta dai tre principali partiti albanesi (Unione Democratica per l’integrazione, Movimento Besa e Alleanza per gli Albanesi), che rappresentano la terza forza politica nel paese balcanico dopo il Partito Democratico Macedone (VMRO-DPMNE) e l’Unione Socialdemocratica (SDSM), che alle elezioni dello scorso dicembre non sono riuscite ad ottenere una maggioranza assoluta di seggi. Le elezioni erano state convocate nell’autunno 2016 al termine di una lunga stagione di proteste di piazza sostenute dai Socialdemocratici di Zoran Zaev e dagli albanesi contro il governo del VMRO-DPMNE di Nikola Gruevskij (foto), iniziata nel maggio 2015 nella cittadina a maggioranza albanese di Kumanovo, quando un gruppo di miliziani provenienti dal Kosovo aveva provocato una sommossa contro il governo di Skopje, poi repressa dalle forze di sicurezza macedoni.

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Perché ora il neo-ottomanismo di Erdogan guarda ai Balcani

Il progetto della Grande Moschea di TiranaBasta osservare la movida che affolla gli eleganti viali del Blloku, il quartiere di Tirana una volta residenza della nomenklatura di Enver Hoxha e oggi luogo di ristoranti alla moda, negozi di telefonia e moderni grattacieli per rendersi conto di come l’Occidente secolarizzato in Albania sia arrivato ben prima dell’Europa comunitaria. Ma le chiamate dei muezzin alla preghiera, che irrompono nell’aria afosa della capitale, ci ricordano che in questo lembo di Balcani meridionali, una volta terra di ateismo fiero e conclamato, si aggirano più anime. Il “Paese delle Aquile” è già membro della NATO, e presumibilmente per la metà degli anni 2020 diventerà il (nuovo) ventottesimo membro dell’Ue, il primo a maggioranza islamica, visto che qui il 60 per cento circa dei cittadini si professa di fede musulmana: per certi versi, l’Albania è quasi una piccola Turchia, ma proprio questa somiglianza non può lasciare particolarmente sereni, specie alla luce degli ultimi eventi sul Bosforo. Perché in questo lembo di Balcani il neo-ottomanismo del redivivo Recep Tayyip Erdogan sembra aver trovato terreno fertile. Continua a leggere