Ma c’è qualcuno che vuole realmente una Siria pacificata?

RaqqaLa comunità internazionale ha buttato via sei anni. Già, perché la pace in Siria sarebbe potuta tornare già da tempo, dopo che un’intesa per metter fine al conflitto (che da un anno insanguinava il martoriato paese) era stata raggiunta al termine della Conferenza internazionale di Ginevra del 30 giugno 2012. Sulla base dell’ampio piano in sei punti stilato dall’inviato della Lega Araba Kofi Annan i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Turchia, il Kuwait, il Qatar e l’Ue avevano prodotto un documento finale che prevedeva la nascita di un esecutivo di unità nazionale composto da esponenti del regime di Bashar al-Assad e da membri delle forze anti-governative, che avrebbe redatto una nuova Costituzione e guidato la fase di transizione della Siria fino a libere elezioni. Del ruolo di Assad nel testo finale non veniva fatta esplicita menzione, tuttavia Annan aveva ottenuto dal presidente siriano, dopo un incontro a Damasco, la conferma di una partecipazione al processo di pace: il 3 luglio 2012 lo stesso raìs, in un’intervista al quotidiano turco Cumhuryiet, ventilava per la prima volta l’ipotesi di sue dimissioni, se ciò fosse servito a pacificare il Paese.
Ma il 6 luglio il “Gruppo degli Amici della Siria” (ovvero i paesi sostenitori del fronte anti-Assad, tra cui Usa, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar) ritirarono a sorpresa l’appoggio ad un governo transitorio, ed annunciarono che da quel momento avrebbero offerto sostegno politico, economico ed anche militare al solo Consiglio Nazionale Siriano (una sorta di Fratellanza Musulmana siriana, comprendente anche gruppi vicini al fondamentalismo islamico). Il piano di Kofi Annan veniva di fatto azzerato.

I perché di questo dietrofront sono rimasti un mistero, ma non è difficile capire che il pomo della discordia era il futuro di Assad. Secondo quanto riportato dal Guardian in quei convulsi giorni, già durante il G20 di Los Cabos (Messico) del 18 giugno 2012 l’allora presidente americano Barack Obama e l’allora premier britannico David Cameron avevano concordato di imporre ad Assad le dimissioni in cambio della fuga protetta e soprattutto dell’immunità dalle accuse di crimini contro l’umanità nei suoi confronti. E in base a ciò sarebbero stati avviati, nei giorni immediatamente precedenti la conferenza di Ginevra, dei negoziati segreti per contrattare la resa del leader siriano, anche con il benestare di Vladimir Putin che, secondo quanto scritto dal quotidiano russo Moskovskie Novosti, avrebbe contemporaneamente avviato una trattativa sotterranea con il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko perché concedesse asilo e protezione ad Assad. Il 4 luglio 2012 il quotidiano d’opposizione russo Kommersant, citando non ben precisate fonti diplomatiche, pubblicò lo scoop dell’esistenza di un accordo segreto tra Russia, Usa e Ue sull’esilio dorato di Assad, obbligando il Cremlino a una smentita e a sfilarsi dai negoziati, essendo ormai l’accordo “bruciato”. Il fatto che appena due giorni dopo il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton fece saltare il precario accordo trovato a Ginevra potrebbe essere collegato proprio al vanificarsi dell’ipotesi-esilio in Bielorussia per Assad. Mistero nel mistero: non è mai stata fatta luce da chi sia partita la soffiata al Kommersant.

Il resto è storia nota. La sanguinosa guerra in Siria è proseguita fino ad oggi, portando Mosca e Washington ad un livello di tensione che non si vedeva dalla crisi cubana del 1962, come ha dichiarato l’ex presidente sovietico e Nobel per la Pace Michail Gorbaciov. In tutto questo tempo, ogni volta che è stato fatto un passo avanti per la pace, ne sono stati fatti due indietro. Si poteva evitare di spingere il mondo verso una guerra mondiale in scala ridotta? Certo che si poteva, ma a quanto pare gli interessati “Amici della Siria”, fossilizzati su posizioni identiche a quelle del 2012, sono stati incapaci di vedere che oggi lo scenario è totalmente cambiato.

Grazie all’aiuto di russi e iraniani, Assad ha ormai vinto la guerra e può trattare ormai da vincitore: ma sauditi e britannici, nonostante l’ormai chiara sconfitta delle milizie islamiche radicali, insistono a dar loro sostegno qualificandoli con il nobile, romantico quanto improbabile appellativo di “ribelli”. Allungando i tempi di una loro resa, il solo risultato che si è ottenuto è il coinvolgimento della popolazione civile nei combattimenti tra i miliziani e le forze regolari. E accanto a tutto questo, ci sono poi i turchi che da una parte trattano la pace con Mosca e Teheran e dall’altra cercano di annientare il fronte curdo con una vera e propria invasione armata in territorio siriano; quindi Usa e Israele che guardano alla Siria solo con gli occhi di chi vuol regolare una volta per tutte i conti con l’Iran. Una situazione che rende sempre più il processo di pace come il telo di Penelope.