All’Italia non serve la missione in Niger, ma una normativa sul diritto d’asilo

MigrantsE ora si va in Niger a presidiarne il confine con la Libia. Obiettivo dei nostri soldati: contrastare il traffico di esseri umani e porre un freno all’immigrazione selvaggia, ma, detto tra noi, abbiamo scelto la strada più tortuosa. Anziché con una missione militare dagli esiti incerti e dall’utilità dubbia, si sarebbe dovuto e potuto risolvere l’emergenza-migranti, che il nostro Paese vive da ormai due anni, mettendo mano ad una normativa organica in grado di regolamentare l’accesso all’istituto dell’asilo, ad oggi mancante nel nostro ordinamento. Per comprendere la gravità di questo vuoto normativo, è necessario prima soffermarsi sulla differenza che passa tra termini come “richiedenti asilo” e “rifugiati”, che nel lessico comune e in quello giornalistico si tende con troppa facilità ad accomunare nella parola “profughi”.

Un rifugiato è colui che scappa perché spinto da una necessità di salvaguardare la propria integrità fisica, messa a repentaglio da una determinata situazione persecutoria vigente al momento della fuga nel suo Paese, dove egli corre un rischio personale, specificamente riferito a lui e a coloro che si trovano nella sua condizione di appartenenza per motivi etnici, religiosi, politici o di orientamento sessuale: si pensi, ad esempio, ai Rohingya in Myanmar, minoranza oggetto di persecuzione da parte del governo per motivi etnico-religiosi, che in quanto tali non riguardano gli altri individui componenti la comunità nazionale birmana.

Questa specifica situazione persecutoria personale non è però detto che sussista nel caso di un richiedente asilo, che si trova sì in una condizione di impedimento a godere dei diritti fondamentali sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e quindi dalla Costituzione italiana, ma si tratta di una condizione non specificamente riferita ad una parte della società, bensì generica, ossia in comune con gli altri individui che compongono la comunità statale in cui egli vive: si pensi ad uno Stato in cui vige il monopartitismo (ad esempio la Cina), dove il divieto di costituire partiti politici vale per tutti i cittadini. In termini bruschi, potremmo affermare che il rifugiato fugge perché spinto da una necessità, quella di sfuggire ad una persecuzione (per la sua etnia, per il suo credo, per le sue idee, per il suo orientamento sessuale), mentre l’asilante si allontana dal suo Paese per una scelta, quella di godere altrove di diritti che gli vengono negati in patria.

Dunque, le richieste di protezione internazionale e quelle di asilo non sono tecnicamente la stessa cosa, anche perché uno Stato deve gestire le prime sulla base di quanto disposto dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, ma può gestire le seconde sulla base del proprio diritto interno, non avendo la Dichiarazione sui diritti dell’Uomo (da cui il diritto d’asilo trae fonte) una forza convenzionale: ciò significa, in poche parole, che se da un lato uno Stato non può sottrarsi alla concessione dello status di rifugiato quando ne ricorrano le condizioni, dall’altro conserva la propria sovranità dinanzi ad una richiesta di asilo, decidendo di concederlo o rifiutarlo sulla base della propria normativa interna.

Se pertanto la concessione dell’asilo è, in ogni caso, rimessa alla discrezionalità di cui lo Stato dispone nell’ambito dell’esercizio della propria sovranità territoriale, il problema dell’Italia (che aderisce alla Convenzione del 1951) è quello di non avere mai dato seguito alla norma precettiva dell’articolo 10 comma 3 della Costituzione, varando cioè una normativa interna per concedere l’asilo allo straniero a cui fosse stato impedito nel proprio paese l’esercizio effettivo delle libertà democratiche garantite dalla Carta del 1948. Il legislatore, nel corso del tempo, si è limitato a importare le direttive comunitarie in materia di immigrazione, che di fatto oggi normano la nostra politica di accoglienza attraverso i relativi decreti legislativi di recepimento: è il d.lgs. 25/2008, integrato e aggiornato dal più recente d.lgs. 142/2015, a regolamentare nel nostro ordinamento le procedure per la concessione della protezione internazionale ai rifugiati vittime di persecuzioni etniche, religiose e politiche, e della cosiddetta protezione sussidiaria a coloro che non sono oggetto di persecuzione ma vivono in zone dove è presente un conflitto armato che mette a rischio la loro incolumità.

Stando ai dati del Viminale, sulle nostre coste sono sbarcati nel 2017 prevalentemente nigeriani, guineani, ivoriani, bengalesi, maliani, eritrei, sudanesi, tunisini, marocchini e senegalesi. Con eccezione dell’Eritrea e del Sudan per i loro regimi dittatoriali e antidemocratici, e della situazione di conflitto interno con i terroristi di Boko Haram in alcune aree nel Nord-Est della Nigeria (da dove però, in base ai dati dell’UNHCR, la popolazione coinvolta è stata sfollata in altre zone del Paese, mentre circa 200mila persone hanno cercato rifugio nei limitrofi Ciad, Niger e Camerun), bisogna rilevare che nel 2017 in nessun altro di tali paesi di provenienza c’erano guerre, o sussistevano situazioni di pericolo o di violenze tali da giustificare la richiesta dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria. Oltretutto, e con i dovuti limiti, in quasi tutti vigevano regimi democratici e multipartitici, dove almeno formalmente venivano garantiti i diritti umani. La maggior parte delle persone che sono emigrate in Italia lo hanno fatto dunque per altre ragioni, prettamente economiche, che però abbiamo visto non costituiscono motivo di permanenza nel territorio italiano. O meglio, non costituirebbero.

All’articolo 32 comma 3 del sopra citato decreto legislativo 25/2008 è infatti previsto il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, strumento previsto già dal Testo Unico sull’immigrazione, ai richiedenti privi dei requisiti per ottenere lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria. In cosa consistano poi i motivi umanitari di cui si fa riferimento non è chiaro: le molteplici interpretazioni (compresa quella dell’ASGI, l’influente associazione che studia gli aspetti giuridici delle norme sull’immigrazione con il sostegno dalla Open Society di George Soros) rendono la gamma di opzioni tanto ampia quanto vaga, e ciò di fatto ha trasformato il suddetto comma in una vera e propria falla nel nostro sistema di accoglienza. Fatto sta che sulla base di motivi personali di disagio, povertà o di degrado addotti dal richiedente asilo, le Commissioni territoriali per il diritto d’Asilo possono chiedere alle Questure il rilascio del permesso umanitario, che permette al richiedente l’accesso al Servizio Sanitario Nazionale, alla formazione-lavoro, ai centri di accoglienza SPRAR e alle misure di assistenza sociale previsti per i titolari di protezione internazionale. Ma soprattutto, consente allo straniero l’ingresso in Italia senza il visto lavorativo e il nullaosta all’assunzione, dai quali invece un permesso di soggiorno per motivi di lavoro non può prescindere. Forse per questo motivo negli ultimi dieci anni il rilascio del permesso umanitario ha registrato una vera e propria impennata: l’Istat ha registrato come nel 2016 solo il 5,7% dei permessi di soggiorno rilasciati fossero legati a motivi lavorativi (nel 2007 costituivano ben il 56% del totale), a fronte di un 34% di permessi rilasciati per motivi di carattere umanitario (+6% rispetto all’anno precedente).

Chi conosce un po’ la storia recente africana si domanderà a questo punto perché questo enorme flusso di richieste non si è verificato nello scorso decennio, quando alcuni Paesi da dove i migranti arrivano massicciamente (ad esempio la Costa d’Avorio, il Mali e la Guinea) vivevano una condizione di forte instabilità politica e sociale. Davvero tutti coloro che ne hanno beneficiato nel 2016 si trovavano in condizione tale da poter accedere alla misura, o forse qualcuno ne sta abusando? Quel crollo contemporaneo delle domande di permesso di lavoro lascia il sospetto che qualcosa non stia funzionando a dovere nel nostro sistema di accoglienza, e che il permesso umanitario, complice la scarsa chiarezza delle norme che lo introducono e lo regolano, stia diventando una scappatoia per aggirare le norme sull’immigrazione.

Sia chiaro: il problema non è lo strumento normativo, che rispecchia l’art. 10 della Costituzione, ma proprio la sua ambiguità. E se con questa norma il legislatore, a suo tempo, aveva voluto dare una prima attuazione alla Costituzione per ciò che riguarda il diritto d’asilo, l’interpretazione che si sta dando oggi è molto lontana da quel precetto. Ecco il motivo per cui è indispensabile che la prossima legislatura dia una vera attuazione all’articolo 10 della Costituzione, regolamentando nel dettaglio le condizioni per le quali uno straniero ha diritto o non ha diritto a godere dell’asilo in Italia: basterebbe partire dal presupposto che l’asilo va concesso a persone che arrivano da nazioni dove vige un regime dittatoriale e dove la libertà di voto, di credo, di parola e di stampa non esiste. Lascia oggettivamente perplessi il fatto, ad esempio, che lo scorso anno 5.500 cittadini ghanesi abbiano presentato domanda di asilo all’Italia: il Ghana è considerato un’eccellenza africana, per la sua stabilità politica, per il suo sviluppo, per gli investimenti nell’istruzione, per il suo sistema democratico che garantisce l’alternanza di governo, per le libertà e i diritti riconosciuti dalla sua costituzione ai cittadini (il Paese è al 24mo posto al mondo per la libertà di stampa, mentre l’Italia è al 46mo). Dunque, quali diritti si vedrebbero negati questi 5.500 richiedenti asilo? E’ chiaro dunque che costoro sono migranti economici e che la loro istanza è (come per quelli che arrivano da Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal e Burkina Faso) uno stratagemma per entrare in Italia senza il rischio di essere respinti alla frontiera.

Per questo, mai come in questo momento serve una normativa organica che separi, con precisione, chi arriva in Italia perché nel proprio Paese non può godere dei diritti fondamentali che spettano ad ogni essere umano, da chi di questi diritti già gode e giunge in da noi semplicemente perché alla ricerca di un lavoro migliore e migliori condizioni di vita.

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