Il futuro dei Balcani passa attraverso le elezioni in Albania

Museo di Storia nazionale a TiranaLa campagna elettorale per le elezioni politiche in Albania entra nel vivo, e lo fa nel peggiore dei modi: il capo dell’opposizione Lulzim Basha ha denunciato di essere rimasto vittima sabato scorso di un tentativo di avvelenamento assieme ad altri 140 partecipanti a una manifestazione elettorale del suo partito a Tirana. Il leader del Partito Democratico, candidato rivale del premier socialista Edi Rama, ha dovuto ricorrere a cure mediche al vicino ospedale “Madre Teresa”, da cui comunque è stato dimesso poco dopo assieme alla gran parte dei ricoverati. Altri 14 suoi sostenitori, che hanno affermato di aver visto alzarsi una strana polvere bianca nel centralissimo Bulevardi Dëshmorët e Kombit, il viale che attraversa i palazzi del Potere nella capitale albanese, sono stati trattenuti invece in osservazione. L’antiterrorismo ha avviato un’indagine per capire se si sia trattato di un attacco chimico, avvenuto tra l’altro a poca distanza dalla residenza ufficiale del Primo Ministro.

Come se ce ne fosse stato bisogno, un altro elemento di tensione va ad inserirsi nel turbolento contesto balcanico, la cui stabilità passa inevitabilmente per le elezioni in Albania. Un difficile compromesso tra maggioranza e opposizione ha fissato l’apertura delle urne al 25 giugno: Basha, ex sindaco di Tirana, tenterà di riportare il centrodestra al governo quattro anni dopo la sonora sconfitta del 2013, quando il Partito Democratico la spuntò in appena due circoscrizioni su dodici. Rama dal canto suo parte favorito, forte anche dell’appoggio della NATO (di cui il Paese è membro dal 2004), interessata a fare dell’Albania un baluardo contro l’asse serbo-russo nei Balcani sud-occidentali, e di quello dell’Ue, che ancora non ha capito bene quanto possa diventare pericolosa l’escalation di tensioni etniche degli ultimi mesi in Kosovo e soprattutto in Macedonia.

Qui, grazie al sostegno di Tirana, gli schieramenti politici albanesi sono arrivati al governo in coalizione con i socialisti di Zoran Zaev, che se vuol tenersi stretta la poltrona di premier dovrà necessariamente concedere molto ai suoi alleati, a cominciare dal riconoscimento dell’albanese come lingua ufficiale accanto al macedone: Rama e Zaev sono entrambi socialisti, e assieme ai montenegrini Djukanovic, Vujanovic e Markovic fanno parte di quel bizzarro schieramento politico sovranazionale di centrosinistra che nei Balcani è stato per anni referente dei neocon americani e soprattutto di Obama nelle loro politiche anti-Russia. Non a caso Zaev ha già annunciato che la Macedonia, assieme al Montenegro, sarà prossimo membro della NATO.

Proprio l’influenza che Tirana ha acquisito su Skopje, vista anche l’amicizia tra Edi Rama e George Soros (della cui omonima Fondazione il premier albanese è stato funzionario) ha fatto piombare la Macedonia in una delle più preoccupanti crisi politiche della sua breve storia. L’incubo della destabilizzazione per mano albanese evocato dall’opposizione di centro-destra macedone suonerebbe esagerata, se non fosse che Rama non ha mai fatto mistero di ritenere la ricomposizione dell’Albania etnica come un processo irreversibile: e se si considera il ruolo giocato da Tirana (con il sostegno all’epoca di Bush jr.) nel percorso secessionista del Kosovo, i recenti timori evocati dal presidente macedone Giorgj Ivanov sul rischio di frammentazione dell’ex repubblica jugoslava hanno un che di fondato.

Tutto questo senza dimenticare che l’Albania è un paese sì laico, ma in prevalenza musulmano, e proprio facendo sponda sulla maggioranza della popolazione di credo islamico la Turchia negli ultimi anni è stata molto presente nel sostenere la nascita di centri di culto e moschee: grazie ai fondi messi a disposizione dal Diyanet, il potentissimo Direttorato per gli affari religiosi della Turchia, a Tirana verrà presto inaugurata la più grande moschea dei Balcani, quale emblema della longa manus di Erdogan sulla regione. La gigantesca costruzione che sta sorgendo sulla via dedicata a George Bush jr. è solo l’ultima delle tante “bandierine” che il Sultano sta piazzando sul suolo albanese, quasi a segnare il territorio. «Consideriamo l’Albania e tutti i Balcani come una nostra inseparabile parte» dichiarò lo stesso presidente turco nel maggio 2015 in occasione della riapertura della moschea di Preza, vicino Tirana, restaurata con denaro turco. Fu allora che Erdogan chiese a Rama la messa al bando di sei scuole coraniche (su sette presenti in Albania) che si ispirano alle idee del suo acerrimo nemico Fetüllah Gülen, da lui ritenuto la mente del fallito golpe di quasi un anno fa.

E giusto alla vigilia delle elezioni il Primo ministro albanese sembra volerlo accontentare: risale al 23 maggio scorso la notizia, riportata dal quotidiano filogovernativo turco Daily Sabah, di un’indagine avviata dalla Procura Generale dell’Albania contro alcuni uomini d’affari albanesi legati a Gülen, che secondo Ankara sarebbero stati parte attiva dell’Organizzazione legata all’ex imam esiliato negli Usa, accusato dai servizi turchi di aver finanziato il putsch contro il presidente.

Annunci