Trump e l’azzardo di una “NATO araba” a guida saudita

Trump in Arabia SauditaLa stipula del corposo accordo da 110 miliardi di dollari in forniture militari a favore dell’Arabia Saudita è stato indicato dagli addetti ai lavori come il passaggio effettivo di Donald Trump dal ruolo di candidato dalle mille promesse elettorali a quello meramente istituzionale che spetta al Presidente degli Stati Uniti: molti ci hanno infatti visto una retromarcia dai propositi isolazionisti espressi in campagna elettorale dal tycoon, suggellata dalla rinnovata partnership con l’alleato storico saudita che sancirebbe una volontà degli Usa di continuare sulla stessa linea interventista in Medio Oriente degli ultimi decenni. Ma, a dispetto delle apparenze, la linea del Trump-candidato, orientata a un disimpegno americano nei vari contesti critici del pianeta ancora permane nelle scelte di Washington.

Il modo solenne con cui la monarchia wahabita ha accolto il nuovo inquilino della Casa Bianca e gli strali anti-Iran che sono risuonati durante la sua permanenza in Arabia Saudita non devono indurre a pensare che Donald Trump sia andato fin laggiù allo scopo di rafforzare la presenza militare americana nel Golfo Persico in un’ottica anti-sciita. Sebbene l’intenzione del Presidente di rompere con la linea-Obama di apertura verso Teheran e il supporto all’azione militare saudita in Yemen lascino supporre un rafforzamento ulteriore dei rapporti militari tra gli Usa e i paesi sunniti del Golfo, la realtà è differente.

Facendo sponda con la già operativa coalizione a guida saudita nello Yemen, gli USA sembrano piuttosto propensi a dar vita ad una alleanza militare regionale ben armata, per essere diretta contro l’Iran e indirettamente contro la Russia sua alleata, nella quale tuttavia il Pentagono reciterà solo un ruolo di consulenza: con una montagna di armamenti moderni e sofisticatissimi la Casa Bianca di fatto tenderebbe a smarcarsi dal turbolento contesto mediorientale, appaltando all’Arabia Saudita il ruolo di capo-cordata di una sorta di NATO araba. L’ipotesi dunque è che quell’enorme fornitura esplichi la nuova dottrina militare USA nell’area: una sorta di containment che ricorda quello anti-sovietico del XX secolo, ma che stavolta tuttavia non vedrebbe truppe americane in prima linea.

Ma la volontà di disimpegno che pure ha fatto le fortune di Trump nella corsa alla Casa Bianca, se così sviluppata potrebbe rivelarsi un pericoloso azzardo. Non soltanto per il doppiogiochismo dei sauditi nella lotta al terrorismo jihadista, che pure ha portato l’Arabia Saudita sul banco degli imputati per gli attacchi dell’11 settembre 2001, tanto che 850 familiari delle vittime hanno già intentato una causa risarcitoria al governo di Riyadh, nonostante Barack Obama avesse tentato di bloccare le azioni legali attraverso un veto presidenziale. Fonte di preoccupazione è anche il rischio di non riuscire a garantire la “tracciabilità” dell’enorme fornitura bellica: un rapporto interno alla Difesa degli Stati Uniti datato settembre 2016 ha rivelato che in Iraq si sono perse le tracce di sofisticate apparecchiature militari per un valore di oltre un miliardo di dollari fornite al governo di Baghdad. Il sospetto è che siano finite nelle mani di Daesh, e genera non poche preoccupazioni il timore che lo stesso possa accadere con gli armamenti in procinto di essere venduti ai sauditi.

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