Guerra di Corea 2.0: i fattori che Trump non considera


Foto WikicommonsLa rappresaglia americana contro la base aerea siriana di Sharyat, da dove sarebbe partito l’attacco chimico della scorsa settimana nella provincia di Idlib, assomiglia tanto a un tentativo di Donald Trump di mostrare i muscoli: il minimo danno inferto all’aviazione di Bashar al-Assad, e soprattutto l’intenso scambio di informazioni con Mosca nelle ore precedenti lascia intendere che il presidente Usa volesse inviare un messaggio più ai suoi avversari interni che a quelli fuori dei confini nazionali. Forse condizionato dalle continue accuse di obamiani e neocon di essere troppo morbido nei confronti di Putin, Trump ora sembra voler smentire tutti. Ma l’attuale Amministrazione manca ancora di validi consiglieri presidenziali in grado di dirigere le scelte di politica estera: un vuoto che si vede non tanto nel contesto siriano, quanto in quello nordcoreano in cui Trump si sta addentrando. Damasco e Pyongyang non sono la stessa cosa, eppure a Washington l’approccio verso i regimi di Assad e Kim Jong-un pare identico, nonostante la loro palese diversità imponga scelte differenti per ciascuno. Nel muovere le forze aeronavali verso la penisola coreana, Trump e i suoi consiglieri stanno sottovalutando in particolare tre criticità insite nello scenario.

La prima è che l’esercito nordcoreano, se da un lato sta ancora testando il suo arsenale nucleare, dall’altro può montare testate chimiche e batteriologiche su missili a medio-raggio dislocati in grotte a ridosso del confine tra le due Coree. E non è affatto detto che un attacco preventivo a queste installazioni con le superbombe MOAB utilizzate in Afghanistan possa salvaguardare la Corea del Sud e il Giappone da una rappresaglia di Pyongyang: basterebbe che uno solo dei missili nordcoreani piombasse su Seoul o su Tokyo per provocare un’apocalisse.

La seconda è che se a seguito di un’azione militare statunitense e sudcoreana il regime di Kim Jong-un dovesse collassare, la Corea del Nord verrebbe occupata dalle truppe di Seoul assieme a quelle americane, perdendo quel ruolo finora avuto di “Stato-cuscinetto” tra Russia e Cina da una parte e Corea del Sud e Giappone dall’altra: di fatto, russi e soprattutto cinesi si ritroverebbero ai propri confini forze armate Usa e loro alleati. E ciò, quando in Estremo Oriente già sono forti le tensioni tra Pechino e Washington sul Mar Cinese Meridionale e tra Mosca e Tokyo per le Isole Curili, significherebbe buttare altra benzina sul fuoco.

Ma la terza criticità, la meno considerata dai policy makers americani, è quella più in grado di condizionare gli eventi in caso di guerra: si tratta della Juche, l’ideologia fondante il regime nordcoreano, che interpreta il socialismo reale in una chiave mistico-patriottica, tanto da attribuire a Kim Il-sung, padre della Patria e nonno dell’attuale leader, un ruolo simil-divino analogo a quello del Tenno, l’Imperatore del Giappone negli anni antecedenti la Seconda Guerra mondiale. La Juche colloca infatti la Corea del Nord molto più vicina al nazionalismo nipponico d’anteguerra che allo stalinismo, dal quale Kim Il-sung aveva iniziato ad allontanarsi con un lento strappo ideologico già dal 1948, quando eliminò dal Partito gli esponenti più fedeli a Stalin per sostituirli con ex collaborazionisti dei giapponesi: nei decenni precedenti, in cui la penisola coreana fu sotto il dominio dell’Impero del Sol Levante, costoro avevano imparato bene a muovere le leve del Potere e guadagnato una conseguente capacità di controllo del territorio, che nei primi anni di vita della Corea comunista faceva molto comodo a Kim Il-sung per consolidare il suo potere assoluto. Nonostante nei trentacinque anni di occupazione fossero stati indottrinati da Tokyo in chiave anticomunista e antioccidentale, gli ex burocrati dei giapponesi furono riciclati a funzionari della neonata Repubblica Popolare di Corea, influenzando con i loro retaggi di antiamericanismo e ultranazionalismo lo stesso percorso ideologico della Juche, ufficialmente proclamata da Kim nel 1955.

Oggi, a nord del 38° Parallelo, la Juche gode ancora di totale consenso e non sembra affatto scalfita dall’usura del tempo: il regime, attraverso radio e TV di Stato, continua a indottrinare il popolo con dichiarazioni in cui si sottolinea la palese supremazia dei nordcoreani nei confronti degli altri popoli e soprattutto degli americani, che nei manifesti di propaganda vengono mostrati come banditi dediti alla violenza su donne e bambini, dal corpo lercio e sempre di pelle scura, a cui viene puntualmente contrapposta l’immagine pulita, sorridente e rassicurante di un soldato dell’Armata del Popolo nordcoreana. Proprio per questo motivo, se gli strateghi di Trump hanno inserito nel menù l’opzione-guerra alla Corea del Nord, c’è da sperare abbiano anche calcolato il rischio di dover fronteggiare un’accanita resistenza di un esercito certo male armato, ma profondamente intriso di odio verso l’America. Un regime change a Pyongyang obbligherebbe gli Usa ad una lunga ed estenuante conquista “spiaggia per spiaggia”: scenario molto simile a quello della guerra nel Pacifico contro il Giappone di settantacinque anni fa, quando l’avanzata delle forze americane nell’Impero venne rallentata dalla granitica opposizione dei soldati giapponesi, sostenuta dalla loro incrollabile fede nell’Imperatore. Per la Casa Bianca significherebbe costi elevati in termini di spese militari e vite umane: un fattore che certo non piacerebbe all’elettorato di Trump.

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