Il furbo Navalnyj e la miopia dei media mainstream

Come c’era da attendersi, oggi sui media occidentali trova ampio risalto la notizia dell’arresto del blogger russo Aleksej Navalnyj, corredata ovviamente da commenti sdegnati di tante anime belle che – come capita spesso quando si parla di Russia – fissano il dito quando gli si indica la luna. Una regola base di un buon giornalismo consiste nel dare la notizia in modo completo, affinchè il lettore/telespettatore possa farsi un’idea tutta sua: con il caso Navalnyj, naturalmente, ciò non è avvenuto. Il titolo sparato per tutta la giornata di ieri da TV e siti web è stato che il blogger russo, oppositore di Vladimir Putin e “attivista per i diritti umani” (locuzione così inflazionata ultimamente da aver svilito i nobili intenti di tante battaglie) è finito in manette assieme ad altre centinaia di suoi seguaci per aver indetto una manifestazione contro la corruzione dilagante in Russia per opera del premier Dmitri Medvedev. Ora, la notizia di un oppositore che finisce in carcere per aver protestato contro la corruzione di un governo genera senza dubbio sdegno in chiunque, incluso in chi scrive. Solo che quella notizia è stata mutilata di alcuni particolari, che forse avrebbero potuto darle un connotato leggermente differente.

Ad esempio, non ho letto da nessuna parte che venerdì scorso, quando Navalnyj ha chiesto di poter utilizzare la centralissima Piazza Puškin (a circa un chilometro dal Cremlino) per la sua manifestazione, ha sì ricevuto un njet dalle autorità municipali di Mosca, ma anche l’offerta di tenere il suo comizio in altre due piazze della capitale russa. Manifestazioni si sono tenute in molte altre città russe, e in quelle dove autorità e promotori avevano trovato un punto d’incontro sulla location tutto si è svolto regolarmente. Gli arresti invece sono avvenuti in cortei tenuti in luoghi diversi da quelli indicati dalle varie municipalità, cosa che succederebbe ovunque: anche qui da noi il diritto a tenere manifestazioni pubbliche è riconosciuto previa autorizzazione delle autorità, che hanno il potere di sanzionare chi trasgredisce alla regola.

E a Mosca le autorità non avevano a priori proibito l’evento, ma indicato che non si tenesse nel posto scelto dagli organizzatori. Una indicazione che però Navalnyj ha respinto. Perchè? Anche se può sembrare assurdo, il sospetto è che puntasse proprio a farsi arrestare, perché in questa maniera avrebbe ricevuto una maggiore eco mediatica, soprattutto all’estero. Già, il fattore-estero è importante per questo avvocato quarantenne giunto sulla scena politica russa alla vigilia delle tumultuose elezioni presidenziali russe del 2012, quando si mise alla guida senza successo di un variegato movimento anti-Putin che andava dai comunisti agli ultranazionalisti passando per i liberali e i socialdemocratici, capace di riempire sì le strade ma non di presentare una proposta politica comune. Più che del suo programma politico, in questi anni si è parlato di lui per le sue vicissitudini giudiziarie (vere o presunte) e soprattutto per i numerosi arresti di cui è stato vittima, ma che spesso si è andato a cercare: come quando evase di proposito dagli arresti domiciliari che stava scontando per una condanna per corruzione (poi sospesa), per farsi quindi ritrarre in manette e poter denunciare le politiche liberticide del Cremlino davanti alle telecamere delle tv europee ed americane.

Ma ricondurre queste sue azioni ad una semplice disobbedienza civile sarebbe un’offesa alla sua intelligenza machiavellica, e ancor di più sarebbe pensare che Navalnyj stia facendo tutto ciò per una maggiore visibilità in vista delle Presidenziali del prossimo anno a cui si è candidato. Sa benissimo che non ha alcuna possibilità di vincerle: il suo programma che parla soprattutto di potere al popolo e lotta ai corrotti (ma in modo così vago che qui da noi verrebbe catalogato come “populista”) manca di quel pragmatismo necessario a conquistare i tanti Ivan Ivanov che, seppur scontenti del governo, non metterebbero mai le chiavi del Paese nelle mani di chi disserta del più e del meno senza offrire argomentazioni concrete. Anche per questo non è corretto definirlo “capo dell’opposizione russa”: almeno per ora non ha un peso elettorale tale da giustificare l’epiteto, che comunque fa molto appeal sui media quando finisce in manette.

A questo può ricondursi dunque questa nostalgia per le patrie galere? Come dicevo, Navalnyj parla soprattutto in chiave internazionale. E quello che è accaduto ieri va letto in quest’ottica. In una fase storica in cui in Occidente sempre più voci chiedono una distensione nei rapporti con la Russia, serviva qualcosa in grado di invertire la tendenza presso l’opinione pubblica, soprattutto quella europea. E cosa c’è di meglio che mostrare il volto autoritario e antidemocratico di Vladimir Putin? In Francia due dei principali candidati all’Eliseo (Marine Le Pen e François Fillon) raccolgono consensi parlando di un reset nelle relazioni con Mosca, nel resto dell’Ue assistiamo all’ascesa di partiti e movimenti che danno voce ai tanti che non si riconoscono nelle sanzioni imposte da Barack Obama per la crisi ucraina e ne chiedono la revoca: una crescente corrente di pensiero che preoccupa non poco i fautori della linea dura con la Russia al di qua e al di là dell’Atlantico. E le immagini che da ieri si susseguono sui nostri televisori e tablet sembrano voler dire: “Caro elettore europeo, ma davvero vuoi riconciliarti con un autocrate che arresta i dissidenti?”.

Sta in questo la chiave di lettura degli eventi di ieri a Mosca. L’obiettivo dell’azione di Navalnyj era gettare discredito su Putin presso un uditorio internazionale sul versante delicato e sentito delle libertà negate. Se poi abbia agito su esplicita indicazione di qualcuno è un punto da chiarire. Considerati i suoi rapporti con Michael McFaul, ambasciatore USA a Mosca tra il 2012 e il 2014 e uomo fidato di Obama per le questioni russe, il sospetto c’è tutto.

Annunci