Trump alla guida degli Stati Uniti, di cui tanti parlano senza conoscerli

L’autoflagellazione collettiva iniziata la mattina del 9 novembre scorso giunge oggi al suo apice: Donald Trump giura da Presidente degli Stati Uniti e assume dunque a pieno il suo incarico istituzionale. In questi circa settanta giorni ne abbiamo sentite di tutti i colori, ma nelle ultime ore frasi come «La democrazia negli Usa è finita» o locuzioni tipo «golpe di Putin» sono iper-gettonate. Ma chi evoca scenari apocalittici su diritti negati, repressione, media imbavagliati riduce gli Stati Uniti alla stregua di una Repubblica delle Banane e dimostra, molto semplicemente, di non sapere di cosa sta parlando o scrivendo: Donald Trump non potrà mai diventare un caudillo sudamericano, come paventato da molti, semplicemente perchè se viola la Costituzione una procedura d’impeachment lo manda diritto diritto in galera. E’ il collaudato sistema dei cosiddetti pesi e contrappesi ad impedire al Presidente (Potere esecutivo) di assumere una posizione di preminenza sul Congresso (Potere legislativo) e sulla Corte Suprema (Potere giudiziario). Una sorta di anticorpo costituzionale che ha funzionato dal 1776 a oggi e continuerà a farlo, tanto che tra quattro anni probabilmente saremo qui a parlare dell’elezione di un nuovo Presidente, magari Democratico .

Quelli che urlano alla democrazia a rischio dimenticano che il nuovo inquilino della Casa Bianca è stato eletto con lo stesso sistema elettorale dei suoi predecessori (Obama incluso): se legittime sono state quelle elezioni, legittima è anche questa, no? Eppure i Trump-fobici contestano questa evidenza facendo propria la sceneggiata sulla longa manus degli hacker di Mosca sulle Presidenziali di novembre, frutto delle frustrazioni di un Barack Obama incapace di mandare giù la sconfitta di Hillary Clinton che in realtà è la sua, e riprese dai media (americani ma non solo) che in qualche modo devono giustificare la cantonata presa in fatto di sondaggi sbagliati e previsioni della vigilia clamorosamente smentite.

Poche settimane fa il Congresso ha ratificato il voto dei Grandi Elettori che ufficializzava la nomina di Trump a Presidente, proprio mentre Obama sbandierava accuse (mai provate) di un hackeraggio russo ai danni del Partito Democratico su ordine di Vladimir Putin, per danneggiare l’immagine di Hillary Clinton tramite Wikileaks: ora, sempre per la suddetta questione dei pesi e contrappesi, se il voto fosse stato truccato, la Camera e il Senato, dinanzi a evidenti prove fornite dalla CIA, non avrebbero confermato la vittoria del tycoon e avrebbero investito la Corte Suprema della questione.

E a questo punto la domanda è d’obbligo: se la CIA aveva scoperto “prove” che inchiodavano Putin alle sue responsabilità, perchè Obama ha continuato a parlare per settimane di fingerprints, di impronte digitali lasciate dagli 007 di Mosca sui server del Partito Democratico, senza tuttavia fornire le prove di ciò al Congresso per far invalidare il voto? Perchè la stessa intelligence americana ha ammesso che quell’hackeraggio (di paternità tutta da provare, anche secondo il direttore dell’Fbi James Comey) non ha condizionato il voto. Perchè le uniche prove in possesso di Obama era un report dell’intelligence in cui i funzionari russi intercettati avevano esultato per la sconfitta della Clinton. Perchè, dal momento che le azioni degli hacker non hanno riguardato le operazioni di scrutinio, le autorità Usa sono state ben attente a parlare di “condizionamento” e non di “brogli”, che sono ben altra cosa e implicano conseguenze ben più gravi.

Obama e i suoi sono troppo intelligenti (e soprattutto molto furbi) per non sapere che da che mondo è mondo le campagne elettorali nei paesi democratici vengono “condizionate” da eventi esterni: dalle scappatelle extraconiugali agli scandali finanziari passando per gli attentati terroristici, tutto fa brodo nel complesso gioco della propaganda politica.L’esito delle Presidenziali 2016 non è stato il primo e non sarà l’ultimo ad essere condizionato da quanto accade al di fuori della contesa elettorale: nel 1976 il democratico Jimmy Carter trionfò grazie all’impatto sull’opinione pubblica provocato dallo scandalo Watergate rivelato da due reporter del Washington Post, mentre nel 1980 il repubblicano Ronald Reagan vinse a mani basse sull’onda emotiva del sequestro dei diplomatici Usa nell’ Iran della Rivoluzione islamica, poi rilasciati subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. La scelta degli elettori americani fu certo influenzata da quegli eventi, ma nessuno accusò i giornalisti o gli ayatollah di aver effettuato un golpe, anche perché sarebbe stato preso per matto.

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