Da Breznev a Karimov: quando la malattia giunge al Potere

Islam KarimovLe ultime ore di vita del presidente uzbeko Islam Karimov, stroncato da un ictus cerebrale il 2 settembre dopo sette giorni di agonia, sono state un susseguirsi di notizie e di smentite sulle sue reali condizioni: il padre dell’Uzbekistan indipendente è stato dato per morto già il 29 agosto, poi le fonti ufficiali di Tashkent hanno smentito la notizia parlando di condizioni stabili, contraddette dai media indipendenti locali che parlavano di un Karimov in coma irreversibile, smentiti a loro volta da altre fonti estere che riferivano di un trasferimento in una clinica russa per delle cure specifiche. Insomma, la scorsa settimana abbiamo assistito al solito rituale che si ripete ogni volta che un leader carismatico si ammala ed è costretto a lasciare il Potere senza essersi assicurato una degna successione: perché spesso il deteriorarsi delle condizioni fisiche di colui che garantisce stabilità in un paese soggetto a tensioni politiche o a rivendicazioni separatiste può sconvolgere gli equilibri geopolitici di un’intera area mondiale, con esiti del tutto imprevedibili. E Karimov, che dalla fine dell’Urss governava con pugno dispotico una nazione confinante con la polveriera afghana e considerata a rischio-infiltrazioni jihadiste, era uno di questi.

In verità, le guerre mediatiche sui malanni dei leader politici sono state combattute già nel Novecento. Di esempi ce ne sono a bizzeffe: dal settantatreenne Mao, che in piena Rivoluzione Culturale si fece riprendere mentre nuotava nel fiume Yang-tse per smentire le voci di una sua infermità diffuse dai suoi nemici interni, al quasi novantenne Tito, vittima di un vero e proprio accanimento terapeutico da parte dei suoi medici personali, che alla fine degli anni Settanta cercarono in tutti i modi di prolungarne l’esistenza (o meglio, l’agonia), quasi presagissero ciò che sarebbe accaduto in Jugoslavia una volta morto l’uomo-simbolo di un Paese, la cui struttura politica già allora evidenziava inquietanti crepe. La morte del presidente jugoslavo, avvenuta il 4 maggio 1980, del resto sancì un dato di fatto ormai non più occultabile: il comunismo in Europa Orientale era entrato in una fase di vecchiaia.

Le leadership ad est di Belgrado, inclusa quella sovietica, erano ormai tutte costituite da dirigenti settantenni, che, ubriachi di potere, non erano stati capaci di allevare eredi in grado di gestire, in un futuro ormai prossimo, le loro eredità politiche. Ecco perché forse è un errore dire che la Guerra Fredda è finita con la sconfitta del comunismo: sarebbe più corretto affermare che l’ideologia comunista, almeno come era intesa nello spazio ex sovietico, non è stata in grado di riprodursi e si è semplicemente estinta, assieme ai dinosauri politici che ne erano i massimi portatori: Leonid Brežnev, Jurij Andropov, Konstantin Černenko. Percorrendo i viali della necropoli del Cremlino a Mosca, dove sono sepolti i leader sovietici, si può capire perché, all’inizio degli anni Ottanta, l’attenzione delle intelligence occidentali venne rivolta in modo particolare alle condizioni di salute di questi uomini: sulle lapidi delle loro tombe le date di nascita oscillano tra il 1902 e il 1912, le date di morte tra il 1982 e il 1984.

Brežnev già alla fine degli anni Settanta aveva evidenti difficoltà di movimento, appariva gonfio e accasciato, e manifestava anche problemi uditivi testimoniati da un apparecchio acustico che in alcune immagini è visibile dietro all’orecchio: i verbali del IV Dipartimento del Ministero della Salute dell’Urss, la struttura interna al Cremlino che aveva il compito di monitorare le condizioni fisiche dei leader sovietici, parlano di un Segretario Generale che trascorse i suoi ultimi anni soggetto a crisi cardiache e dipendente dai farmaci, che spesso gli venivano somministrati per consentirgli di partecipare a vertici internazionali oppure a cerimonie pubbliche, dove una sua assenza avrebbe generato troppi sospetti. Come avvenne il 7 novembre 1982, in occasione dell’annuale parata commemorativa della Rivoluzione d’Ottobre, quando per rispondere alle insistenti voci rilanciate dagli Usa che lo davano in fin di vita, il leader sovietico, imbottito di medicine, venne “fatto apparire” sul Mausoleo di Lenin per smentire ancora una volta “la propaganda americana”.

Leonid Brežnev morì tre giorni dopo, in un certo senso vittima anche di un accanimento medico disposto, in nome della ragion di Stato, pare proprio dal suo successore Jurij Andropov, allora capo del Kgb, il quale era evidentemente al corrente dei rischi di destabilizzazione a cui sarebbe stata soggetta l’Urss se la notizia delle pessime condizioni di salute del Segretario Generale del Partito fossero divenute di pubblico dominio. Un modus operandi perpetuato anche negli anni immediatamente successivi, quando le assenze dalla scena politica dello stesso Andropov, per via delle continue dialisi renali a cui doveva sottoporsi, venivano attribuite dalla propaganda sovietica a “raffreddori”, e quando le degenze ospedaliere del suo successore Černenko, affetto da una grave forma di enfisema polmonare cronico già al momento della sua nomina, erano intervallate da penose apparizioni pubbliche per smentire le frequenti voci sulla sua morte che si diffondevano in Occidente.

Una logica alla quale non sfuggì nemmeno Boris Eltsin, primo presidente della Russia post-sovietica, i cui problemi cardiaci, negati per anni, divennero palesi alla vigilia delle incerte Presidenziali 1996, mettendone a rischio la rielezione. Pur di scongiurare il rischio di perdere i loro privilegi, gli oligarchi che allora prosperavano all’ombra del Cremlino non solo imposero un rinvio dei tempi dell’intervento a dopo le elezioni, ma spinsero il presidente a mostrarsi in pubblico in buone condizioni: una messinscena culminata con il famoso “balletto” di Eltsin sul palco dove avrebbe dovuto tenere il comizio finale della sua campagna elettorale.

E neppure Vladimir Putin, che pure è solito ostentare la sua ottima forma fisica facendosi fotografare a torso nudo, o in versione judoka, hockeista, o sportivo in genere, è stato risparmiato dalle voci che lo davano per gravemente malato. Nell’autunno 2012 la sua andatura claudicante apparsa evidente durante alcune uscite pubbliche, l’annullamento di alcuni viaggi di Stato all’estero e il fatto che per l’intero mese di ottobre avesse tenuto i suoi incontri politici nella sua dacia fuori Mosca avevano dato adito a supposizioni riguardanti un malanno misterioso che aveva colpito il leader russo. Poi la parziale ammissione del fido portavoce Dmitrj Peskov (“stiramento muscolare”) aveva lasciato trasparire un’altra versione, rilanciata da alcuni giornali ma non confermata dal Cremlino: dopo essersi cimentato in un volo in deltaplano, Putin aveva cominciato a soffrire di forti mal di schiena dovuti a una vecchia ferita, tanto da spingere i suoi medici a imporgli un periodo di riposo, a proibirgli spostamenti in aereo, e a limitare i suoi trasferimenti dalla sua dacia di Novo Ogarevo alla Piazza Rossa.

E’ più o meno da allora che, tra il serio e il faceto, spesso ci si domanda se Putin abbia mai pensato di nominare ufficiosamente un erede in grado di garantire continuità al suo sistema di potere, quando lui deciderà di ritirarsi dalla politica o nel caso in cui motivi di salute lo obbligassero a lasciare la sua carica. Di nomi di “papabili” ne sono stati fatti tanti: dal ministro della Difesa Sergej Shoigu, il cui gradimento presso l’opinione pubblica russa è molto alto, all’ex capo dell’Amministrazione presidenziale Sergej Ivanov, vero e proprio clone di Putin, essendo anch’egli di San Pietroburgo, nonché suo coetaneo ed ex compagno di Università, oltre che ex “collega” ai tempi della militanza nel Kgb.

Ma il possibile “delfino” del Presidente ha fatto la sua entrata in scena questa estate: è il diplomatico quarantaquattrenne Anton Eduardovic Vajno, che a metà agosto ha preso a sorpresa il posto di Ivanov alla guida dell’Amministrazione presidenziale. Pare che Putin si fidi ciecamente di lui, tanto che a Mosca già viene indicato come suo braccio destro, se non addirittura la nuova eminenza grigia del Cremlino. E a favore di un suo ruolo di zarevic, di “principe ereditario”, gioca appunto l’età: dando per scontata una rielezione di Putin tra due anni, il suo quarto mandato terminerebbe nel 2024, quando Vajno avrà 52 anni contro i 72 di Ivanov e i 69 di Shoigu. Introducendo il giovane diplomatico nella stanza del bottoni, Putin, da vecchia volpe qual è, avrebbe dunque dato vita ad un’operazione di svecchiamento del suo gruppo di potere, volta a garantirgli continuità nel prossimo futuro e a scongiurare la formazione di una gerontocrazia simile a quella di Breznev, Andropov e Černenko, i cui malanni contribuirono non poco ad accelerare il collasso di un sistema che, come la classe politica che lo rappresentava, non era più in grado di rigenerarsi.

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