Perché ora il neo-ottomanismo di Erdogan guarda ai Balcani

Il progetto della Grande Moschea di TiranaBasta osservare la movida che affolla gli eleganti viali del Blloku, il quartiere di Tirana una volta residenza della nomenklatura di Enver Hoxha e oggi luogo di ristoranti alla moda, negozi di telefonia e moderni grattacieli per rendersi conto di come l’Occidente secolarizzato in Albania sia arrivato ben prima dell’Europa comunitaria. Ma le chiamate dei muezzin alla preghiera, che irrompono nell’aria afosa della capitale, ci ricordano che in questo lembo di Balcani meridionali, una volta terra di ateismo fiero e conclamato, si aggirano più anime. Il “Paese delle Aquile” è già membro della NATO, e presumibilmente per la metà degli anni 2020 diventerà il (nuovo) ventottesimo membro dell’Ue, il primo a maggioranza islamica, visto che qui il 60 per cento circa dei cittadini si professa di fede musulmana: per certi versi, l’Albania è quasi una piccola Turchia, ma proprio questa somiglianza non può lasciare particolarmente sereni, specie alla luce degli ultimi eventi sul Bosforo. Perché in questo lembo di Balcani il neo-ottomanismo del redivivo Recep Tayyip Erdogan sembra aver trovato terreno fertile.

Passeggiando infatti per l’alberata rruga George W. Bush, la via che la Municipalità di Tirana ha voluto dedicare all’ex presidente Usa così sensibile alle rivendicazioni territoriali albanesi verso il Kosovo (tanto da averne favorito l’indipendenza nonostante una risoluzione contraria dell’Onu), non si può far a meno di notare l’enorme cantiere dove sta prendendo forma la più grande moschea dell’Europa balcanica (foto), la cui costruzione – come ben esplicitato da un cartello dinanzi all’area – è finanziata dal governo di Ankara attraverso il Diyanet, il potentissimo Direttorato per gli affari religiosi. Il colossale edificio di culto verrà aperto a metà del 2017, alla presenza dello stesso Erdogan, come promesso da lui stesso nel maggio dello scorso anno, quando intervenendo all’inaugurazione della moschea di Preza (località nei dintorni di Tirana), anch’essa restaurata con denaro proveniente dalla Turchia, salutò la folla festante con un emblematico «voi fratelli albanesi siete parte di noi turchi».

Il Diyanet è oggi la longa manus della Turchia islamista in varie aree d’Europa e del mondo, con la quale Ankara è intervenuta finanziariamente a sostenere la costruzione un centinaio tra moschee, scuole e centri di cultura islamici: dalle Filippine ad Haiti fino in Somalia e a Gaza, dove sono state ricostruite moschee danneggiate dalle operazioni militari israeliane del 2014. E tutto con capitali rigorosamente privati, erogati da anonimi mecenati interessati a diffondere in questo modo il credo islamico “made in Turkey” nel mondo. Quasi un voler segnare il territorio. In questa nuova politica d’influenza turca il braccio esecutivo del Diyanet è l’Agenzia di sviluppo nazionale, la TIKA, sotto la cui guida sono state completati in Albania ben 248 progetti in più campi, incluso quello religioso.

A maggio scorso la polizia albanese ha arrestato un imam che predicava la nascita di una sorta di Stato a vocazione islamica in Albania, sulla falsariga di quello esistente tra Siria e Iraq, e ad oggi sono circa 150 i foreign fighters albanesi che si sono uniti alle milizie di al-Baghdadi. Sgombriamo il campo da qualsiasi equivoco di sorta: qui il laicismo la fa ancora da padrone, e la stragrande maggioranza dei musulmani albanesi è scarsamente attratta dai modelli di Stato confessionale propugnati dagli emirati del Golfo Persico da appositi centri culturali, come la Fondazione Albania-Qatar che, dalla sua moderna sede sulla strada che collega Tirana a Durazzo, si pone di fungere da ponte tra il paese balcanico e il mondo arabo fornendo sostegno alle fasce di popolazione in stato di bisogno.

Qui, per una serie di retaggi storici, la Turchia continua ad essere modello religioso come l’Albania continua ad essere terra di tolleranza della fede, dove i musulmani convivono pacificamente con cattolici, ortodossi ed ebrei, e non paiono interessati a mutare atteggiamento. Forse perché in questo paese a maggioranza islamica l’eroe nazionale è un condottiero cinquecentesco che combatté l’occupazione ottomana, e la sua statua, che sovrasta imponente la piazza Skanderbeg a lui dedicata, sembra voler rassicurare tutti che qui l’integralismo religioso non attecchirà.

Ma forse c’entra anche l’influenza culturale esercitata dall’ormai arcinoto imam Fethullah Gulen e dai sei (su sette) seminari islamici legati alla sua fondazione. Erdogan è ben conscio di ciò, e c’è da attendersi che una volta terminate le epurazioni post-golpe in Turchia, il Sultano tenti di avviare una serie di purghe anti-Gulen anche all’estero: in Albania ci aveva già provato senza successo nel 2015, quando aveva chiesto alle autorità albanesi la messa al bando delle scuole che si ispirano alle idee del suo acerrimo rivale. Adesso è molto probabile che il presidente turco, uscito rafforzato dalla folle notte del 16 luglio, ci riprovi. Ma in un ottica differente rispetto a quella di un anno fa.

Gulen in questo momento è il bersaglio di un attacco che in realtà è rivolto verso l’Occidente, Usa ed Europa in particolare. Erdogan ha il dente avvelenato contro Washington e Bruxelles, le cui tiepide reazioni post-golpe sarebbero la prova della connivenza con il suo nemico numero uno. Paranoie o sospetti fondati che essi siano, ora c’è da attendersi che il Sultano pigi sull’acceleratore del suo progetto “neo-ottomanista” ed incrementi ulteriormente il ruolo turco nell’Europa balcanica ex ottomana, che per l’Ue e la NATO detiene un enorme valore strategico in termini economici e militari. Come a voler sottintendere che chiunque volesse approcciarsi a queste latitudini, dovrà avere lui come interlocutore. Volente o nolente.

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