Bruxelles, i servizi israeliani: gli attentatori non erano kamikaze. E sono vivi

Attentato BruxellesKhalid e Ibrahim El-Bakraoui, i due uomini identificati come gli autori dell’attentato all’Aeroporto di Bruxelles, non sarebbero morti suicidi nell’azione ma ancora vivi e in fuga. Lo riferisce l’agenzia d’informazione israeliana Debka, molto vicina ad ambienti d’intelligence, per i quali le varie tracce finora raccolte dagli inquirenti belgi metterebbero in discussione la versione dell’attacco kamikaze. Secondo le fonti citate da Debka, e riconducibili ad analisti dell’antiterrorismo di Israele, a provocare la strage non sono state cinture esplosive, bensì le valigie piene di tritolo (ben visibili dalle immagini del circuito interno dell’aeroporto) che i terroristi hanno lasciato davanti ai desk dell’American Airlines per farle esplodere a distanza poco dopo. A portare gli israeliani verso questa ipotesi sono stati i numerosi referti ospedalieri che hanno riscontrato sulle vittime dell’esplosione numerose ferite al ventre e agli arti inferiori: queste sarebbero incompatibili con una deflagrazione causata da una cintura esplosiva indossata da un kamikaze, che invece avrebbe dovuto  colpire soprattutto il torace e gli arti superiori di chi si trovava nelle vicinanze.

La conferma di tutto ciò starebbe proprio in quelle immagini della videosorveglianza che ritraggono i due terroristi intenti a spingere due carrelli con sopra dei trolley: lo scoppio sarebbe stato causato da lontano con dei radiocomandi tenuti in mano e nascosti da guanti neri (quelli ben visibili nelle riprese), mentre negli attentati suicidi, che Israele purtroppo conosce bene, l’esplosione viene innescata con un meccanismo interno alla cintura esplosiva.

C’è di più. Per le fonti d’intelligence citate, gli ordigni esplosi all’ingresso dell’aeroporto erano solo la prima fase di una strage che, secondo i folli progetti dell’ISIS, avrebbe dovuto avere dimensioni ben maggiori. Lo dimostrerebbero il ritrovamento all’interno dell’aerostazione di altre tre valigie contenenti materiale identico a quello fatto esplodere, oltre ad una cintura-bomba, granate e a due kalashnikov: tutta roba che sarebbe dovuta servire – questa è l’ipotesi – a colpire le forze di sicurezza e le squadre di soccorso una volta che queste fossero intervenute in aiuto dei feriti del primo scoppio. E qui si aprono scenari inquietanti: il fatto che le armi fossero state distribuite in vari punti dell’aeroporto fa pensare ad un commando molto più strutturato, che probabilmente aveva complici anche tra gli addetti allo scalo di Zaventem.

Ma se le cose stessero così, perchè i terroristi non avrebbero portato a termine il massacro così come progettato? Perché si sarebbero fermati subito dopo la prima azione? La risposta starebbe in uno dei due kalashnikov ritrovati. I segni riscontrati dagli investigatori evidenziano che gli assalitori avrebbero provato a utilizzare l’arma, ma un inceppamento del meccanismo avrebbe bloccato l’arma e li avrebbe spinti a desistere e a darsi alla fuga. Dunque un malfunzionamento di fatto può aver obbligato il commando ad annullare la parte del piano più cruenta e sanguinosa, evitando la morte di molte altre decine di persone.

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