Juncker stronca l’Ucraina: «Entrerà nell’Ue tra più di vent’anni»

junckerL’Ucraina non avrà la possibilità di entrare nell’Ue o nella NATO per almeno un’altra ventina d’anni, parola di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, mica uno qualunque. Frasi che suonano come una doccia fredda sul presidente ucraino Poroshenko e sul premier Yatsenyuk: di sicuro a Kiev l’impatto politico di queste dichiarazioni sarà forte. «In conclusione, l’Ucraina potrà diventare membro dell’Unione Europea e della NATO non prima dei prossimi 20-25 anni» ha dichiarato Juncker dall’Aja, parlando a proposito del referendum indetto per il prossimo aprile dall’Olanda sulla ratifica dell’accordo di libero scambio tra l’Ue e l’Ucraina, formalmente in vigore da inizio 2016. Tale accordo fu il pomo della discordia che nel novembre 2013 provocò la crisi culminata nel febbraio 2014 con la cosiddetta Rivoluzione di EuroMaidan, dal nome della piazza di Kiev dove ebbe inizio la sommossa pro-Ue.

In realtà, è bene ricordarlo, in quei tre mesi in Piazza Maidan di Europa se ne vide davvero poca: chiunque si fosse trovato in quei giorni a passare nella capitale ucraina non avrebbe potuto non notare come la stragrande maggioranza delle bandiere sventolate e degli striscioni esposti dai manifestanti erano di ispirazione ultranazionalista ed anti-russa. Non a caso i principali promotori della rivolta contro il presidente Viktor Yanukovic furono movimenti neonazisti come Svoboda e Pravij Sektor, mossi soprattutto da un sentimento di odio razziale verso le popolazioni russofone del Donbass e della Crimea. E sempre non casualmente i primi provvedimenti adottati dal nuovo governo di Arsenij Yatsenyuk, che includeva la componente nazionalista, furono la revoca dello status di lingua nazionale al russo e un progetto di riforma delle autonomie delle regioni russofone.

È chiaro che questo inedito europeismo fu solo un pretesto per sbarazzarsi di Yanukovic, eletto democraticamente nel 2010 soprattutto da voti provenienti dal Donbass russofono, ma non per questo filorusso al cento per cento. Anzi. L’allora presidente era favorevole a siglare un accordo con Bruxelles per l’ingresso di Kiev nell’Area di Libero Scambio con l’Ue, piuttosto che traghettare l’Ucraina all’interno della nascente Unione Euroasiatica con Russia, Bielorussia e Kazakhstan. Ma da politico navigato e conscio anche del peso delle clientele politiche, sapeva benissimo che il suo bacino elettorale, il Donbass, non sarebbe sopravvissuto alla concorrenza proveniente dall’Occidente. Per questo, nel novembre 2013, aveva chiesto a Bruxelles un maxiprestito da 167 miliardi di euro per ammodernare e riconvertire l’industria nelle regioni orientali ucraine. Il rifiuto da parte dell’Ue di concedere una tale somma spinse Yanukovic nelle braccia di Mosca. E i suoi oppositori non aspettavano altro per scatenare la sommossa.

Ma a dispetto dei sorrisi di circostanza, presso i partner europei la presenza dell’Ucraina nell’Area di Libero Scambio non ha mai scatenato grandi entusiasmi. Già a giugno 2014, all’atto della sottoscrizione dell’accordo, il Commissario all’Allargamento Stefan Füle volle sottolineare come la firma non implicasse affatto una effettiva appartenenza dell’Ucraina all’Unione Europea, né tantomeno lo status di Paese candidato, ricordando la necessità di attuare «riforme attraverso le quali l’Ucraina dovrà mostrare quanto forti sono le sue credenziali europee». Un chiaro riferimento ai dubbi che molte cancellerie avevano sollevato sulla reale capacità di Kiev di omologarsi agli standard, alle direttive e ai regolamenti tecnici comunitari, e di farlo sostenendo un aggravio economico non da poco, stimato allora tra i 30 e i 50 miliardi di dollari, sulle disastrate casse nazionali.

La staffilata di Juncker non è comunque la prima per Poroshenko & C. Durante la visita a Berlino del premier Yatsenyuk nell’aprile scorso, Angela Merkel si mostrò molto spazientita verso Kiev poichè le riforme imposte all’Ucraina dagli accordi, la cui entrata in vigore era stata anche ritardata al 2016 anche per darle il tempo di implementarle, erano ancora al palo. Al governo tedesco non era inoltre piaciuto l’atteggiamento riguardo alle indagini sul bagno di sangue a Piazza Maidan tenuto dal governo ucraino, accusato di boicottare deliberatamente le indagini sulle stragi del febbraio 2014 che precedettero la sommossa perchè vi sarebbero coinvolti personaggi membri delle forze di sicurezza e poi impegnati nella lotta contro le milizie russofone dell’Est.

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