Motivazioni politiche (più che militari) nello scontro Turchia-Russia in Siria

Aerei militari turchiIn attesa di capire come siano andate le cose al confine tra Siria e Turchia, dove oggi due F-16 dell’aviazione turca hanno abbattutto un Sukhoi SU-24 russo, quanto accaduto lascia spazio a prime riflessioni. Innanzitutto, era necessaria questa azione di guerra tra la NATO e la Russia? Militarmente parlando, assolutamente no: il jet russo colpito non minacciava direttamente la sicurezza della Turchia, che in qualità di membro dell’Alleanza Atlantica dovrebbe stare dalla parte della (sfilacciata) coalizione anti-ISIS, specie dopo che il G-20 di Antalya sembrava aver sancito una sorta di cooperazione tra le forze impegnate contro il Daesh, con scambio di informazioni strategiche e un maggior coordinamento degli attacchi. Oltretutto, dai tracciati radar forniti da Ankara, lo sconfinamento russo sarebbe avvenuto per non oltre 2 chilometri: considerata la velocità a cui si muoveva il Sukhoi in quel momento, lo spazio aereo turco sarebbe stato attraversato per non più di 20 secondi, mentre lo Stato Maggiore di Ankara ha parlato di un’ azione durata cinque minuti con dieci tentativi di dissuasione.

E’ dunque evidente che dietro questo tragico incidente, che pare addirittura cercato, ci sia una motivazione politica. In pratica, Recep Tayyip Erdogan ha voluto inviare un messaggio a Putin che suona più o meno così: sulla questione siriana la Turchia non intende arretrare in Siria. Il Sultano tradisce nervosismo: per colpa dello Zar Putin, il suo progetto di Neottomanesimo volto a trasformare il Medioriente e il Nord-Africa in zone d’influenza turche, sta andando in frantumi.  Se nel 2012 Ankara aveva in Egitto il fidato Morsi e vedeva ormai prossima l’instaurazione di una sorta di Fratellanza Musulmana in Siria al posto di Assad, nel giro di tre anni lo scenario è cambiato radicalmente: al Cairo i Fratelli Musulmani sono in galera, spodestati da un golpe del generale al-Sisi che si è ultimamente mostrato molto vicino a Putin, mentre il regime di Damasco è ancora lì, puntellato dai russi e dagli odiati iraniani. Ed è proprio a questo ambito che va ricondotta l’ambigua politica della Turchia verso l’ISIS, di cui ospitava anche campi di addestramento sul proprio territorio

È evidente che la Turchia veda ora nella Russia il suo principale antagonista in Medio Oriente: dall’Iraq all’Iran, dalla Giordania all’Egitto Mosca ha ormai un forte peso politico, economico e militare. E questa nuova influenza russa rischia di ridimensionare parecchio gli ambiziosi progetti geopolitici di Erdogan.

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