Perché Mosca teme la sfida energetica proveniente dal Mar Caspio

Caspian_SeaPuò uno scenario geopolitico mutare rapidamente a causa di eventi materialmente e politicamente distanti, almeno in apparenza? La conferma che ciò è possibile arriva dal Mar Caspio, vera e propria miniera energetica tra Russia, Kazakhstan, Azerbaijan, Turkmenistan ed Iran, a cui negli ultimi mesi i policy makers attribuiscono un peso strategico inaspettatamente maggiore rispetto ad appena un anno fa. Era il settembre scorso quando i cinque paesi rivieraschi emisero una dichiarazione d’intenti congiunta sulla non più rinviabile definizione di uno status politico delle acque e dei territori sottomarini del bacino: allora i cosiddetti “Caspian Five” concordarono sulla necessità della stipula di una convenzione internazionale in grado di disciplinarne lo sfruttamento delle risorse ed in particolare delle ricchissime riserve di idrocarburi, stimate in 235 miliardi di barili di greggio e oltre 9 trilioni di metri cubi di gas.

Nel corso di questi ultimi dodici mesi, tre avvenimenti sono andati a modificare sensibilmente gli equilibri di forza vigenti sulle rive del Caspio. Il primo è la crisi ucraina, con la conseguente guerra delle sanzioni tra Russia-Ue, che ha rafforzato non poco lo schieramento trasversale di coloro che, a Bruxelles come nelle cancellerie europee, ritengono ormai giunto il momento di tagliare il cordone ombelicale con le forniture di gas russe.

Il secondo è il rallentamento dell’economia cinese, che ha cominciato a farsi sentire anche sull’import energetico, tanto da spingere il Turkmenistan, uno dei principali fornitori di Pechino, a guardare all’Europa come nuovo redditizio mercato a cui vendere il proprio gas: in partnership con il dirimpettaio Azerbaijan, il governo di Ashgabat sta già progettando la costruzione sotto il Mar Caspio del Trans-Caspian Pipeline (TCP), un gasdotto in grado di allacciare entro il 2019 gli enormi giacimenti situati nelle province orientali al Southern Gas Corridor, la ciclopica opera che dal 2020 trasporterà il gas azero in Europa tramite i gasdotti trans-anatolico (TANAP) e trans-adriatico (TAP).

L’accordo sul nucleare e la revoca dell’embargo occidentale all’Iran costituiscono infine la terza e forse più cruciale alterazione degli equilibri geostrategici della regione: con la propria economia ormai libera dalle sanzioni, anche la Repubblica Islamica guarda ora con interesse al Southern Gas Corridor come strumento per trasportare il suo “oro blu” nel Vecchio Continente, tanto che ad agosto tra Baku e Teheran si sono già tenuti dei colloqui sul ruolo di “tramite” che potrà avere l’Azerbaijan riguardo all’ export di gas iraniano diretto a Occidente.

L’emergere di un asse azero-turkmeno-iraniano ovviamente non può piacere alla Russia, che teme contraccolpi per il granitico monopolio di Gazprom sulle forniture energetiche all’Europa, peraltro già in calo nell’ultimo biennio. Se prima la concorrenza del solo gas azero poteva giusto infastidire il colosso energetico russo, il possibile arrivo sul mercato europeo di quello dal Turkmenistan e dall’Iran rischia seriamente di sfilare di mano ai russi la “clava energetica” con la quale hanno costruito gli ultimi dieci anni di rapporti con l’Ue.

Ciò che preoccupa maggiormente il Cremlino è che nella sfida dei gasdotti la Russia si è ritrovata inaspettatamente indietro: Turkish Stream, il nuovo gasdotto russo diretto in Europa che nelle intenzioni di Mosca avrebbe dovuto prendere il posto dell’ “abortito” South Stream, è impantanato da mesi nelle beghe politico-burocratiche con Ankara, mentre lo sviluppo dei progetti del TANAP e del TAP procede secondo programmi: ciò significa che tra cinque anni l’apertura del nuovo “corridoio meridionale” del gas potrebbe mutare gli equilibri sul mercato energetico europeo a netto svantaggio della Gazprom.

Il condizionale è d’obbligo, perchè il Southern Gas Corridor nasce essenzialmente come infrastruttura di trasporto del gas proveniente dal giacimento azero Shah Deniz 2: ciò significa che, dopo il taglio del nastro inaugurale, nell’hub italiano di San Foca, in Puglia, potranno arrivare ogni anno solo 10 miliardi di metri cubi di gas. Un quantitativo che pone inevitabilmente la questione dell’inadeguatezza di TAP e TANAP a soddisfare la domanda europea: a giugno scorso Elshad Nasirov, numero due di SOCAR, la compagnia energetica di Stato dell’Azerbaijan, aveva ammesso questa debolezza ipotizzando addirittura un utilizzo anche di Turkish Stream (la cui capacità di trasporto a regime sarebbe di 63 miliardi di metri cubi annui) per consegnare il gas dal Mar Caspio in Europa. Ma da allora lo sviluppo del progetto del gasdotto turco-russo si è arrestato, e visto l’incremento dell’offerta potenziale di gas che potrà arrivare dal Turkmenistan, l’unico modo per aumentare la fornitura all’Europa passa inevitabilmente per un raddoppio della portata del TAP da 10 a 20 miliardi di metri cubi annui.

A tal proposito, non bisogna dimenticare che il Southern Gas Corridor gode dell’ appoggio politico dell’Unione Europea, che lo ritiene il degno successore di Nabucco, il gasdotto europeo il cui progetto è stato poi abbandonato per gli eccessivi costi di realizzazione. A conferma di ciò, basta solo ricordare che, a differenza di South Stream, il TAP non è stato bloccato dalle norme previste dal Terzo Pacchetto Energia dell’Ue, che proibiscono ad una compagnia energetica di essere contemporaneamente proprietario e gestore di una infrastruttura energetica: Bruxelles ha già concesso in tal senso una deroga alla SOCAR, azionista di maggioranza del TAP, e ora Gazprom teme anche il sostegno europeo alla costruzione del già citato Trans-Caspian Pipeline, nevralgico segmento per collegare il Southern Gas Corridor ai giacimenti turkmeni al confine con l’Iran. Che a quel punto – e questo è un aspetto da non sottovalutare – potrebbe cogliere la palla al balzo ed entrare in gioco, e non soltanto come fruitore del gasdotto.

Con un’intervista all’agenzia turca Anadolu, il 18 agosto scorso il numero uno di TAP Ian Bradshaw ha smentito un ingresso di Teheran nel progetto («non abbiamo ricevuto proposte nè formulato inviti ufficiali» ha dichiarato il manager britannico), ma non ha nascosto l’effettivo interesse del governo iraniano a partecipare alla realizzazione del gasdotto euro-azero. Pochi giorni dopo infatti, Mahmoud Vaezi, ministro delle comunicazioni di Teheran, che annunciato che l’Iran intende cooperare con l’Azerbaijan nell’utilizzo del Southern Gas Corridor, per far giungere il proprio gas sui mercati europei. Una dichiarazione che fa il paio con quella rilasciata a inizio agosto da Mehdi Mohtashami, a capo della Commissione azero-iraniana per la cooperazione economica, che aveva ribadito all’agenzia Trend come il TAP resti per Teheran il canale privilegiato per l’esportazione di gas in Europa: per gli iraniani il gasdotto trans-adriatico rappresenta una più che concreta alternativa al progetto di un nuovo gasdotto diretto verso l’Ue attraverso l’Iraq, la cui reale fattibilità è ritenuta un’incognita a causa della forte instabilità politica nel vicino territorio iracheno. Proprio per tale motivo, l’Iran potrebbe concentrare i suoi sforzi e le sue risorse sul TAP, acquisendo quote del progetto e mettendo a disposizione nuovi capitali da impiegare per arrivare, a medio termine, ad un raddoppio della capacità di portata del gasdotto.

Queste grandi manovre sulla direttrice Baku-Ashgabat-Teheran hanno messo per la prima volta la Russia in condizione di non riuscire a imporre diktat nel gruppo dei Caspian Five. Lo si è potuto notare in particolare dal muro-contro-muro con Azerbaijan e Turkmenistan per la realizzazione del TCP, sulla cui costruzione Mosca ha sollevato obiezioni di natura ambientale e soprattutto politica, denunciando l’illegittimità di una decisione “a due”, che secondo il Cremlino avrebbe dovuto invece ricevere il placet anche delle altre nazioni che si affacciano sul Caspio. Tali accuse sono state seccamente respinte dai governi di Baku e Ashgabat, che hanno sottolineato il loro pieno diritto a realizzare l’infrastruttura, rivendicando la sovranità di una scelta che riguarda la loro politica energetica.

Il recente interesse mostrato poi dalla Turchia verso il progetto azero-turkmeno, che potrebbe significare la fine di Turkish Stream, ha fatto aumentare sulle sponde della Moscova il nervosismo, percepito anche durante la riunione dei vice-ministri degli Esteri delle nazioni del Mar Caspio della scorsa settimana, nella quale la Russia si è trovata spesso in minoranza. Con l’economia in recessione, il prezzo del petrolio in ribasso e quasi un terzo delle riserve di valuta estera “bruciate” lo scorso inverno per sostenere il rublo travolto dalla speculazione, Putin non può permettersi una defaillance russa anche sulle forniture di gas all’Europa.

Per questo le previsioni indicano che il Cremlino proverà rapidamente a riequilibrare a suo favore i nuovi assetti nel gruppo delle nazioni del Mar Caspio: come si può facilmente dedurre dall’intensa attività diplomatica con Teheran, Mosca cercherà di portare dalla sua parte l’Iran. Il ruolo cruciale avuto dalla Russia nella trattativa sul nucleare e il fronte comune anti-ISIS in Siria lasciano intendere che, nel corso della prossima visita di Putin nella capitale iraniana, i temi da discutere con il suo omologo Rouhani non saranno solo di mera politica internazionale.

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