Presidenziali USA 2016, per i candidati la sfida sarà su Putin

flags USA RUSSIALa metamorfosi kafkiana di Barack Obama, che ha iniziato il suo primo mandato da Nobel per la Pace e sta concludendo il secondo come un “Dottor Stranamore”, può essere spiegata anche con l’incombente elezione presidenziale del prossimo anno, a cui i Democratici arrivano forti dei risultati della ripresa economica, ma schiacciati dai Repubblicani sulla politica estera, da decenni cavallo di battaglia del Grand Old Party. L’ultimo affondo, solo in ordine di tempo, è quello dell’ex Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che la scorsa settimana ha seccamente bocciato il Presidente all’esame di relazioni internazionali: secondo l’ex ministro di Bush jr., la diplomazia USA di sponda democratica sarebbe stata troppo morbida verso Putin e le sue aspirazioni di grandeur. Con buona pace del califfo al-Baghdadi e del suo Stato Islamico.

Sebbene sia sempre valido negli Stati Uniti il detto “It’s the economy, stupid!” ovvero che le elezioni si vincono sull’economia, il Partito Democratico sembra aver paura dell’effetto-Putin, non foss’altro perchè la sua candidata 2016 potrebbe essere quella Hillary Clinton che ha tenuto, dal 2008 al 2012, le redini della diplomazia statunitense, e contro la quale il Partito Repubblicano si scaglia ormai quotidianamente: le accuse mosse all’ex Segretario di Stato sono quelle di aver assunto una posizione accomodante verso Mosca, quando sarebbe stato invece necessario continuare con una pressione massiccia sul Cremlino, ossia sulla strada tracciata dell’Amministrazione Bush.

Dal canto suo, a Obama di certo non deve essere è piaciuto il recente sondaggio secondo cui la maggioranza dell’elettorato conservatore lo ritiene il principale pericolo per la sicurezza dell’America: il Presidente teme infatti che questa paura possa far breccia nell’elettorato democratico e creare problemi al futuro candidato Dem, chiunque esso sia. La storica apertura verso Cuba, voluta soprattutto per togliere voti al possibile candidato repubblicano Marco Rubio (di origini cubane), potrebbe non bastare.

Oggi parlare di Vladimir Putin ad un repubblicano equivale a sbandierare un drappo rosso davanti a un toro: la carica sarà inevitabile. Dopo l’annessione della Crimea e la crisi d’Ucraina, in ambienti GOP nei confronti della Russia riecheggiano toni che ricordano gli anni ruggenti di Ronald Reagan e della sua crociata contro l'”Impero del Male” comunista: vale la pena ricordare che la vittoria dell’ex attore hollywoodiano nel 1980 avvenne proprio sulla spinta della frustrazione di un Paese che era uscito con le ossa rotte dal Vietnam, che era stato umiliato in Iran e che soprattutto aveva dovuto assistere passivamente al sorpasso militare sovietico (soprattutto in campo navale) nella seconda metà degli Anni Settanta.

A più di un anno all’avvio della campagna elettorale negli Usa non sappiamo tra chi verrà combattuta la sfida dell’autunno 2016. L’unico dato certo che abbiamo oggi è che, chiunque sarà il vincitore, i rapporti tra Washington e Mosca andranno a peggiorare. I sondaggi, punto focale di ogni politico statunitense (e non solo) parlano chiaro: il 70 per cento degli Americani guarda a Putin negativamente. I Repubblicani sembrano già da tempo in sintonia con tale sentimento, e sarebbero masochisti se non sfruttasero a proprio favore questo dato: mai come ora mostrare Putin come “l’uomo nero” è un ottimo sistema per calamitare voti.

Del resto, è ormai consuetudine storica che le relazioni bilaterali USA-Russia vengano messe a dura prova quando si avvicina un’elezione presidenziale: toni così alti non riecheggiavano dal 2008, quando la crisi militare tra Russia e Georgia diede fiato alle trombe del ticket repubblicano John McCain-Sarah Palin contro quello Dem di Barack Obama e Joe Biden.

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