Perchè l’affermazione di Yatsenyuk in Ucraina non è una buona notizia

barroso and yatsenyukA quanto pare, gli exit poll colpiscono ancora. Nel senso che i primi dati sulle elezioni parlamentari ucraine stanno ribaltando quanto diversi sondaggi avevano diffuso domenica sera: in testa nelle preferenze degli elettori dell’ex repubblica sovietica non sarebbe la coalizione moderata legata al presidente Petro Poroshenko, bensì il Fronte Popolare, lo schieramento nazionalista guidato dal premier Arseni Yatsenyuk. Se le proiezioni venissero confermate, Yatsenyuk si aggiudicherebbe la consultazione, assestando un bel colpo al suo alleato di governo Poroshenko e ridimensionandone non poco le aspirazioni di vero leader dell’Ucraina. E pensare che queste elezioni anticipate, che servivano a dare al Paese un nuovo potere legislativo che rispecchiasse l’Ucraina nata da Piazza Maidan, nelle intenzioni dello stesso Poroshenko dovevano anche rafforzare il suo schieramento e a ridimensionare il ruolo dei nazionalisti del Fronte Popolare e del Partito Radicale, ma anche degli estremisti dell’ultradestra di Svoboda, che nel dopo-Yanukovic avevano acquisito un ruolo troppo ingombrante e imbarazzante nelle decisioni di governo.

Se n’era accorto il Presidente ucraino. L’aveva provato sulla sua pelle, quando a settembre la sua proposta pacificatrice di concedere ai russofoni uno status speciale (peraltro respinta da Donetsk e Luhansk) fu duramente contestata dai neonazisti di Pravij Sektor e di Svoboda, a cui Yatsenyuk con troppa leggerezza a febbraio aveva schiuso le porte del governo e delle forze di sicurezza: sui rapporti con la minoranza russofona il Primo Ministro sembra concordare con l’ultradestra. Putin ha certo le sue colpe per aver alimentato l’incendio che dallo scorso inverno divampa nell’Ucraina sud-orientale, ma l’innesco è inequivocabilmente opera di questo quarantenne con la faccia di un nerd da college americano.

È stato Yatsenyuk, appena giunto al potere assieme al suo compare Turchinov, a firmare il decreto che revocava ufficialità al bilinguismo in Ucraina e ad annunciare una imminente e radicale riforma delle autonomie locali, finalizzata a revocare privilegi agli odiati russofoni del Donbass, feudo elettorale di Yanukovic. Una decisione, lontana chilometri dai principi liberali ed europeisti ostentati (neanche più di tanto) durante le proteste di Euromaidan, che altro risultato non ha avuto se non quello di risvegliare i mai sopiti istinti secessionisti tra i russi della Crimea e di generarne di inediti tra gli ucraini russofoni del Donbass. Perchè in sostanza l’europeismo di Yatsenyuk è così annacquato di retorica nazionalista e revanscista che sembra una copia di quello dei gemelli Kaczynsky nella Polonia di metà anni Duemila, o, per restare nell’attualità, di quello del premier ungherese Viktor Orban.

Le cancellerie occidentali plaudono alla vittoria in Ucraina del “fronte comune europeista ed occidentale”, i media parlano di “chiara scelta europea del popolo ucraino”: se di scelta verso l’Europa si tratta, tanto chiara poi non sembra. Le forze nazionaliste, più o meno moderate, hanno ottenuto un consenso inatteso, e non ci vuole molto a capire che ciò si ripercuoterà sulla tenuta del sopracitato fronte filo-occidentale, che ad oggi si regge sopratutto per la presenza del comune nemico russo.

Il premier ucraino è cresciuto politicamente  sotto l’ala protettrice di Julija Timoshenko e del suo clan di affaristi e oligarchi. Ne aveva sposato la causa nazionalista non perchè ci credesse davvero, ma perchè aveva capito che gli slogan antirussi e la treccia tradizionalista della bella Julija potevano significare un consenso popolare enorme tra l’elettorato ucraino. Negli anni della carcerazione della sua mentore ha saputo far fruttare bene il capitale politico affidatogli, fatto di agganci politici in patria e accrediti internazionali all’estero. Giochi di potere dai quali Poroshenko si era (o era stato) tenuto lontano: anch’egli protagonista della Rivoluzione colorata del 2005, si vide infatti scippare dalla stessa Timoshenko la premiership che sembrava invece certa, considerato il suo sostegno finanziario alla campagna elettorale del presidente Viktor Yushenko.

Frizioni che si sono materializzate anche nei mesi di governo insieme, soprattutto nei rapporti verso Mosca, a cui il presidente ucraino ha spesso teso la mano mentre il Primo Ministro denunciava improbabili invasioni militari russe delle regioni orientali. Per non parlare poi dell’eterno contenzioso  sul gas, che Poroshenko sta cercando di risolvere attraverso la trattativa mentre Yatsenyuk decideva di aprire la gestione dei gasdotti ucraini agli investitori esteri, purchè non fossero russi.

Il matrimonio d’interesse tra Yatsenyuk e Poroshenko è atteso a prove di convivenza difficili: In base a ciò, al di là delle parole di circostanza, è davvero difficile ritenere che l’Europa possa ritentersi soddisfatta di come sono andate le elezioni in Ucraina.

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