Human Rights Watch: «La Turchia va verso una svolta autoritaria»

Bandiera turca sul BosforoNell’arco dei dodici anni di “regno” di Recep Tayyip Erdogan, la Turchia ha visto erodere i diritti umani attraverso un giro di vite nei confronti della libertà dei media e del dissenso, che ha portato conseguentemente ad un indebolimento dello Stato di diritto: è l’allarme inquietante lanciato da Human Rights Watch nel suo ultimo rapporto, dove viene illustrato il «preoccupante balzo indietro» dei diritti costituzionali in un Paese che è membro della NATO e candidato all’ingresso nell’Ue. «Nell’ultimo anno, l’AKP, il partito islamico di Erdogan, ha messo a tacere le voci critiche e ha brandito un bastone contro l’opposizione», ha dichiarato Emma Sinclair-Webb, ricercatrice senior di Human Rights Watch e autrice del rapporto. «Per il bene del futuro della Turchia e dei diritti dei suoi cittadini, il governo deve cambiare rotta e proteggere i diritti, invece di attaccarli».

Nel mese di dicembre 2013, l’inchiesta su un grosso giro di corruzione che coinvolgeva alti funzionari governativi e membri delle loro famiglie è stato soggetto a diversi tentativi di insabbiamento: «Il governo – si legge nel Rapporto – ha cercato di coprire lo scandalo limitando i poteri della polizia e stringendo i lacci sul potere giudiziario, andando a colpire i giudici, i procuratori, gli agenti e i funzionari di polizia coinvolti nelle indagini persino con degli arresti». Inoltre, HRW accusa Ankara anche di aver tentato di mettere a tacere i media che indagavano sullo scandalo-corruzione, inclusi social network come YouTube e Twitter, dove le opposizioni avevano pubblicato notizie compromettenti per il governo e soprattutto per lo stesso Erdogan: su YouTube in particolare sono finite alcune conversazioni telefoniche attribuite all’attuale Capo dello Stato e il figlio Bilal, in cui i due discutono di fondi neri e di denaro di provenienza illecita.

Human Rights Watch condanna nettamente lo scarso pluralismo nel campo dell’informazione presente sul Bosforo: gran parte dei media, e la televisione in particolare, «hanno una linea filo-governativa e non fanno nulla per sfidare chi è al potere».

Secondo l‘indice di libertà di stampa 2014, annuale rapporto sui livelli di libertà di stampa nel mondo pubblicato da Repoters Sans Frontière, la Turchia è attualmente al 154° posto su 180 paesi in esame. Un dato su cui HRW concorda in pieno: «Lo spazio per il giornalismo indipendente, non allineato e critico si è ridotto», si legge nel Rapporto, in cui si fa riferimento anche al procedimento contro due giornalisti del quotidiano indipendente Taraf, che nel novembre 2013, aveva pubblicato una serie di documenti riservati che lasciavano intendere come all’interno dell’ AKP e dei servizi segreti militassero persone legate a gruppi religiosi o comunque basati sulla legge coranica. Nonostante l’ AKP abbia ammesso l’autenticità di quei documenti, i giornalisti rischiano condanne al carcere duro per fuoriuscita dei file del MIT. Per risarcire ulteriormente il servizio di intelligence, è stata approvata ad aprile scorso una legge che concede l’immunità al personale del MIT, a meno che la struttura stessa non dia esplicita autorizzazione alla rimozione.

Ma HRW non si ferma solo ai media: a finire nel mirino è anche il sistema della giustizia penale turca, vista come profondamente politicizzata e priva di indipendenza. «Il governo non ha alcuna esitazione ad intervenire nel sistema giudiziario, quando i suoi interessi sono minacciati», sostiene HRW, notando che migliaia di dipendenti delle forze di sicurezza e del sistema giuridico sono stati licenziati a causa della mancanza di “lealtà”. Nel frattempo, almeno 5.500 persone sono finite sotto processo in tutto il Paese per il loro coinvolgimento nelle proteste del 2013 a piazza Taksim, poi represse dalla polizia «con impunità quasi totale». Solo la recente condanna a otto anni di un ufficiale di polizia per l’uccisione di un manifestante ad Ankara è definita nel rapporto un «raro momento di responsabilità».

Laconico il commento dell’autrice dello studio, Emma Sinclair-Webb: «a meno che i leader turchi non adottino misure per rafforzare lo Stato di diritto, è improbabile che in questo modo la Turchia  riesca ad avvicinarsi all’Europa».

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