L’Ucraina cederà quote dei suoi gasdotti ad azionisti Usa ed Ue

gas-flameCon un’esigua maggioranza di soli tre voti, lo scorso 4 luglio il Parlamento ucraino ha aperto le porte agli investimenti americani ed europei nel sistema di gasdotti statali del Paese: è stato infatti approvato un progetto di legge per la costituzione di un operatore unico nazionale del trasporto gas, del quale gli investitori europei e statunitensi potranno possedere fino al 49% delle azioni. La bozza (che comunque dovrà essere approvata in seconda lettura) era stata inizialmente respinta, non essendo riuscita a raccogliere i numeri necessari: la Rada si era ritrovata spaccata, con molti deputati che avevano manifestato perplessità sulla “svendita” di un patrimonio fino a pochi mesi fa ritenuto di interesse nazionale. Tuttavia, dopo una lunga notte di trattative, è stata poi approvata il giorno successivo con 229 voti, poco al di sopra del quorum di 226 voti necessario.

Una volta entrata in vigore, la nuova legislazione energetica consentirà al nuovo operatore di gestire sia i gasdotti sia gli impianti di stoccaggio sotterranei, tutti attualmente in mano alla compagnia statale Naftogaz. Il punto centrale è però un altro, di natura politica: la Russia non potrà entrare nell’azionariato, poiché la norma ammette solo aziende possedute e controllate da soggetti giuridici residenti nell’Unione Europea, negli Stati Uniti o della Comunità Europea per l’Energia, di cui Kiev è membro, Mosca no. E le medesime condizioni varranno per i gestori di impianti di stoccaggio sotterraneo di gas naturale in Ucraina.

Insomma, una legge che sembra fatta ad hoc per portare l’infrastruttura energetica ucraina sotto l’ala protettrice dell’Europa: del resto, poche settimane fa il premier ucraino Arseni Yatsenyuk aveva affermato che diverse società europee e statunitensi avevano già inviato proposte d’investimento nel sistema del gas dell’Ucraina. Il Primo Ministro si è però guardato bene dal fare nomi: forse perché finora nessuna compagnia ha mostrato un reale interesse verso questa forma di accordo.

In effetti, è decisamente improbabile che l’Europa e gli Stati Uniti decidano di investire in un sistema di trasporto gas come quello proposto da Kiev, visto che stiamo parlando di un asset che dipende dalla materia prima di una parte terza, la Russia. Ciò che spaventa gli investitori esteri è la mancanza di garanzie dinanzi a una nuova, ennesima crisi del gas tra Russia e Ucraina. A causa dei mancati pagamenti di quest’ultima, Gazprom ha già tagliato i flussi verso il moroso vicino: di conseguenza, come già accaduto nel 2006 e nel 2009, Kiev potrebbe a questo punto decidere autonomamente di appropriarsi di forniture dirette verso l’Europa comunitaria. Ne deriverebbero ingenti danni economici ai consumatori europei, alle cui pesanti richieste di risarcimento si troverebbero a dover rispondere anche gli azionisti americani ed europei, quali titolari del 49 per cento delle infrastrutture. E questo apocalittico scenario non entusiasma certo i grandi colossi energetici occidentali.

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