Sic transit gloria mundi: se l’Ucraina ora volta le spalle alla Timoshenko

Il paradosso ucraino si legge a chiare lettere all’ingresso del Consolato Generale di Napoli, dove sotto l’insegna scritta in ucraino, continuano a far bella mostra avvisi stampati rigorosamente in russo, lingua a cui il governo provvisorio insediatosi a Kiev a febbraio ha revocato lo status di ufficialità. Due lingue simbolo d’identità per due popoli, entro i confini nazionali e oltre: l’ostentazione delle differenze linguistiche era evidente già quattro anni fa, quando in questo moderno edificio vetrato al Centro Direzionale i cittadini ucraini residenti nel Sud Italia furono chiamati a scegliere tra l’ ucraina Yulia Timoshenko e il russo Viktor Yanukovic: in quella fredda domenica del febbraio 2010, molti ci dissero di aver scelto la bionda pasionaria della Rivoluzione Arancione, più perché incarnava lo spirito nazionale ucraino che per altro. Del resto, quella sua treccia posticcia sui capelli tinti apposta di biondo è stata per anni il suo messaggio elettorale più forte verso gli strati della popolazione più legati alle tradizioni culturali ucraine.

Domenica, dei tanti ucraini che dalle prime ore della mattina hanno affollato i locali del Consolato sono stati davvero pochi quelli che ci hanno detto di averla votata. Per tutta la campagna elettorale, la Timoshenko ha sostenuto di essere l’unica candidata in grado di salvare la nazione dal disastro: un ritornello che le è servito molto in passato, ma a cui oggi gli elettori non hanno più voluto dare ascolto. Con un misero 13% dei consensi, l’ex Primo Ministro ucraino non riesce nemmeno a scalfire il trionfo del magnate dolciario Petro Poroshenko, eletto Presidente della Repubblica già al primo turno con oltre il 56% dei voti: anche se è ancora prematuro scrivere la parola “fine” sulla sua carriera politica, è innegabile che la parabola dell’ambiziosa Yulia, imprenditrice, premier, dissidente e aspirante “salvatrice della patria” sia entrata nella sua fase discendente.

Chi l’ha votata, sostiene di averlo fatto perché poteva essere «l’unica in grado di unire il Paese, visto che viene dall’Ucraina dell’Est e piace ad Ovest». Sì, perché la sua campagna elettorale del 2014 è stata focalizzata molto su come accaparrarsi i voti dei ucraini russofoni, proprio lei che per anni ha dichiarato di non capire il russo pur essendo diventata ricchissima lavorando in Russia come trader di gas. L’ennesima astuzia dettata sicuramente da una maggiore esperienza politica, ma che si è rivelata uno svantaggio dal momento in cui la voglia di cambiamento ha invaso il Paese, travolgendo anche lei che ne era stata la fautrice.

Gli anni trascorsi in carcere avrebbero dovuto darle un’autorevolezza degna di un Walesa o di un Havel, ma la piazza Maidan che l’aveva eletta a sua icona non l’ha poi voluta come sua leader, semplicemente perché di lei non aveva più bisogno. Mentre la Timoshenko era dietro le sbarre, il Paese aveva cambiato pelle e si era reso conto di poter fare a meno di lei: e così, una volta liberata, l’ex premier si è ritrovata praticamente ferma alla Rivoluzione Arancione di dieci anni prima, lontana anni-luce dall’Ucraina del 2014.

L’homo novus è adesso Poroshenko, oligarca del cioccolato nonchè uno dei principali sostenitori della Rivoluzione Arancione del 2004: allora sperava di diventare Primo ministro, ma per questo incarico gli fu preferita proprio la Timoshenko e da allora i due si detestano visceralmente. Già ministro degli Esteri e poi ministro dell’Economia, è un forte sostenitore dell’integrazione con l’Unione Europea ma in campagna elettorale non ha fatto mistero di voler normalizzare i rapporti con la Russia. Anche nella speranza – sostengono i suoi detrattori – di ottenere la revoca del divieto di importazione attivato da Mosca nei confronti dei suoi cioccolatini Roshen, per presunte violazioni dei codici di igiene russi.

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