Storia dell’ambigua Timoshenko, emblema di un’Ucraina spaccata in due

In principio fu un impero finanziario fondato su corruzione, evasione fiscale e tangenti. Poi, di fronte alle indagini della magistratura, venne il momento di scendere in politica: un nuovo partito, campagna elettorale populista e focalizzata sul nemico comunista, vittoria e nomina a Primo Ministro. Dal vertice del potere, l’obiettivo principale fu quello di utilizzare la propria posizione di forza per sistemare i problemi giudiziari. Ma i giudici, scoperto che l’interesse privato era prevalso su quello nazionale, fecero scattare le manette. E vennero le manifestazioni di protesta, le denunce di complotto, gli appelli alla Corte europea per i Diritti Umani. Quella che sembra la storia giudiziaria di un noto uomo politico italiano, è in realtà quella della donna la cui imminente scarcerazione viene celebrata in queste ore con giubilo da tutto l’Occidente: Julija Timoshenko. L’ex premier ucraino, in carcere dal 2011 per abuso di potere, per i media occidentali è diventata una sorta di icona del dissenso contro un regime a cui si opponeva: l’immagine che viene sottoposta ai lettori e ai telespettatori europei è quella di una vittima incarcerata per le sue idee, una sorta di Aung San Su Kyi. Ma le cose stanno proprio così?

Se si estrapola solo questo fotogramma, allora potremmo ritenere che sì, ancora una volta nell’ex Urss i dissidenti vengono incarcerati da regimi fantoccio nelle mani del Cremlino. Ma se il fotogramma viene però visionato assieme a tutti quelli che compongono l’affaire Timoshenko, un film lungo ben quindici anni, allora le cose assumono un significato differente. E molto.

Julija Timoshenko nasce come business-woman nei turbolenti anni Novanta. Anche lei, come tantissimi altri oscuri faccendieri , si arricchisce a dismisura approfittando del caos che regna sulle macerie dell’ex Unione Sovietica. Sfrutta al meglio le sue relazioni nel settore delle materie prime energetiche, accumulando una fortuna come trader di gas russo con la sua UES, non senza gli appoggi di politici compiacenti e figuri legati alla malavita russa. Queste relazioni pericolose le costano già nel 1996 una condannata in contumacia in Russia per una tangente finalizzata a conseguire un appalto, a cui fa seguito nel 2000 anche l’emissione di un mandato di cattura internazionale emesso dalla magistratura russa.

Per alcuni anni della Timoshenko non si hanno notizie, poi nel 2004 riappare sulla scena, questa volta politica, assieme a Viktor Yushenko, con il quale sconfigge per la prima volta Yanukovic alle elezioni presidenziali di inizio 2005. Sotto la spinta della Rivoluzione Arancione, Yushenko diventa il presidente  e lei è il Primo Ministro. Ma l’idillio tra i due dura poco. Le divergenze sono tante, e culminano nel 2009 quando, in qualità di premier, la Timoshenko sottoscrive con Putin un accordo di fornitura di gas russo ad un prezzo pari a quello allora pagato dai membri Ue: 450 dollari per ogni 1000 metri cubi di gas, un prezzo così sconveniente per le disastrate casse ucraine che provoca nel 2012 una perdita di quasi 200 milioni di dollari alla compagnia energetica nazionale Neftogaz. Quella mossa Yushenko la disapprova in pieno: tra i due arriva il divorzio politico, tanto che alle successive elezioni presidenziali del 2010 si presenteranno separati. Una mossa che avvantaggerà Yanukovic, che si aggiudicherà la consultazione.

Poco prima di quelle elezioni, però, ecco il colpo di scena: durante una conferenza stampa, Yushenko mostra ai giornalisti dei documenti molto compromettenti sulla sua ex alleata, facenti riferimento alla condanna per tangenti che pendeva in Russia sulla testa della Timoshenko, e al conseguente mandato di cattura internazionale emesso dalla magistratura russa nel 2000 nei suoi confronti. Allo scopo di mostrare agli elettori ucraini la scarsa affidabilità della sua contendente, l’allora presidente riferì di essere stato informato che i servizi russi erano entrati in possesso di materiale molto compromettente sul giro di mazzette che ruotava intorno alla carriera imprenditoriale della Timoshenko: così, con la minaccia di divulgarne i contenuti, Putin sarebbe riuscito a influenzare le scelte politiche del governo ucraino fin dal 2005, anno in cui la Timoshenko divenne Primo Ministro e a cui risalirebbe, stando sempre alla ricostruzione di Yushenko, il suo primo viaggio segreto a Mosca, allo scopo di trattare la distruzione di quei fogli imbarazzanti. Per insabbiare uno scandalo giudiziario che ne avrebbe distrutto la carriera politica, Putin avrebbe preteso in cambio un reset nelle relazioni politiche, e soprattutto commerciali, tra Mosca e Kiev, in cui poi sarebbe stato incluso il famigerato accordo di fornitura del gas a prezzi più elevati rispetto al passato.

La magistratura ucraina apre dunque un’inchiesta sulle denunce dell’ex presidente, e durante una drammatica testimonianza tenuta il 17 agosto 2011, Yushenko accusa la Timoshenko di aver sottoscritto il contestatissimo accordo sul gas del 2009 su basi politiche e di aver svenduto gli interessi nazionali dell’Ucraina in cambio di favori personali da parte di Putin. Sebbene fosse la deposizione di un testimone che aveva numerosi motivi di rancore nei confronti dell’imputata, con la quale aveva diviso la vittoria elettorale del 2005, naufragata ben presto a causa delle rispettive brame di potere, era comunque la parola dell’uomo che nel 2009 rappresentava la massima carica dello Stato, e che quindi doveva conoscere bene tutti i punti oscuri di quel contratto.

Il resto è storia nota. La Timoshenko viene condannata nell’ottobre 2011 a sette anni di carcere, e la vicenda, da giudiziaria e interna, diviene politica e internazionale. Su Kiev piovono accuse di complotto da ogni dove, perfino da Mosca, che smentisce categoricamente di aver obbligato l’ex premier a firmare quell’accordo. Ma il paradosso di tutta questa storia è che se c’è stato complotto, allora sono anche vere le accuse di corruzione verso la Timoshenko. Un paradosso che si spiega semplicemente: nello spazio ex sovietico, dove i servizi segreti hanno ancora la struttura e il modus operandi del vecchio Kgb, ci sono scheletri che vengono tirati fuori al momento opportuno dagli armadi più nascosti, per essere usati con finalità distruttive verso un avversario politico.  E i capi di imputazione utilizzati nel processo contro l’ex Primo Ministro ucraino sono stati costruiti proprio su questi scheletri.

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