L’antieuropeismo arriva sul Bosforo e la Turchia volta le spalle all’Ue

Turkish_flagSe in Ucraina la voglia d’Europa è così forte da portare in piazza migliaia di persone contro la decisione del governo di sospendere le trattative di pre-annessione all’Ue, nell’altra grande pretendente all’ingresso nell’Europa comunitaria, la Turchia, si respira un’aria pesante di antieuropeismo. L’autunno 2013 verrà probabilmente ricordato come il punto più basso nelle relazioni tra Bruxelles e Ankara, dopo che a fine settembre il ministro turco per i Rapporti con l’Ue Egemen Bagis ha ammesso che i negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Ue potrebbero risolversi con un nulla di fatto, e dopo che il 24 ottobre scorso il presidente kazako Nazarbayev ha annunciato di aver ricevuto dal suo omologo turco Gül una richiesta di sostegno all’ingresso di Ankara nella nascente Unione Doganale euroasiatica con Russia, Kazakhstan e Bielorussia.

Da quando, negli anni Sessanta, la Turchia presentò la sua candidatura a membro dell’Europa comunitaria, mai una così enorme distanza era intercorsa tra la bandiera blu a stelle oro e quella rossa con la mezzaluna. Ma perchè, dopo quasi mezzo secolo di estenuanti trattative, la Turchia avrebbe adottato questo improvviso roll-back nei confronti dell’Ue? E soprattutto, perchè proprio ora? Visto che Ankara non aveva abbandonato il suo sogno europeo nemmeno quando, nel 2009, la Francia equiparò alla Shoah il genocidio del popolo armeno compiuto dai turchi, di certo la motivazione non è, o per lo meno non può essere, soltanto quella di una ritorsione per le critiche ricevute da Bruxelles a proposito della violenta repressione, in estate, delle proteste di piazza Taksim ad Istanbul.

La spiegazione di questo improvviso quanto eclatante “gettare la spugna” va cercato nelle dinamiche politiche interne di una Turchia che sta vivendo una fase di grande crescita economica, il cui merito va indiscutibilmente attribuito alle indovinate scelte politiche del governo presieduto dall’islamico moderato Recypp Erdogan: sembra proprio che, al di là delle polemiche con Bruxelles, l’esecutivo abbia deciso di riguadagnare consensi abbracciando un euroscetticismo che, complice la crisi dell’Eurozona, in Turchia sta facendo sempre più proseliti.

A confermare questo trend sono diversi sondaggi, che indicano come la percentuale di cittadini turchi favorevoli all’ingresso nell’Ue sia crollata dal 73% al 44% nell’arco di dieci anni: l’opinione dominante tra i turchi è che, vista la costante crescita del Pil degli ultimi anni, Ankara debba continuare a prendere le sue decisioni economiche in maniera autonoma, piuttosto che subire passivamente quelle assunte a Bruxelles sotto la spinta dell’asse franco-tedesco. L’Europa, una volta simbolo di benessere e sviluppo, è oggi invece vista come un partner economico inaffidabile da più della metà dei turchi, che al contrario ritengono l’Asia il contesto geo-economico più adatto a soddisfare gli interessi nazionali.

Non a caso perciò sarebbe nata una liaison semiufficiale con il Kazakhstan, di cui Nazarbayev ha dato notizia nel bel mezzo dell’ultimo vertice dell’EurAsEc, la comunità economica euroasiatica che dovrebbe lasciare il posto alla nuova Unione Doganale: Erdogan, da vecchia volpe politica qual è, sa benissimo che la crescita economica é il suo asso nella manica per recuperare i consensi perduti negli scontri di Gezi Park. Il miracolo turco di questi ultimi anni è un giocattolo politicamente troppo prezioso per lasciarlo nelle mani dei temutissimi euroburocrati: e se la gente ora ha paura di una “contaminazione” europea fatta di tagli, lacrime e sangue, il premier si erge a paladino dei portafogli dei suoi concittadini. In nome di un (ancora informe) “splendido isolamento” turco.

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