L’Artico è zona militare ma la Russia non è pronta ad un’eventuale guerra

Artico russoSalvo colpi di scena dell’ultimo minuto, il caso dei trenta attivisti di Greenpeace, arrestati a settembre dalla polizia russa per aver aver tentato di assaltare una piattaforma petrolifera di Mosca nell’Artico, starebbe per giungere in queste ore ad una svolta: un gruppo di nove militanti potrebbe essere scarcerato a breve dietro il pagamento di una cauzione di circa 55mila euro, il che lascerebbe sperare in un ulteriore ammorbidimento delle autorità russe nei confronti dei restanti ventuno arrestati. La grande copertura mediatica che ha ricevuto la vicenda si è – giustamente – concentrata sull’aspetto umano, ovvero sulla detenzione degli attivisti, di cui sono state raccontate storie e imprese. Una descrizione “minimalista”, che però, proprio perchè tale, non è riuscita a collocare l’azione all’interno del più ampio contesto economico e militare che oggi è l’Artico.
Per le modalità dell’azione, il blitz della “Arctic Sunrise” non è stato in nulla e per nulla differente dai tanti assalti pacifisti che negli anni sono diventati il “marchio di fabbrica” di Greenpeace. La differenza stavolta stava nell’obiettivo: quella gigantesca piattaforma della Gazprom oggetto dell’attacco non era una piattaforma energetica come le altre, ma il simbolo di una guerra non dichiarata per la conquista dell’Artico, le cui ricchezze naturali sarebbero in grado di sconvolgere gli equilibri economici e geopolitici mondiali se finissero sotto l’amministrazione di uno stato nazionale.

Tutto nasce dalla Dorsale Lomonosov, un gigantesco crinale sottomarino che corre sotto l’Artico, che Mosca ritiene essere un’estensione della propria piattaforma continentale. La Convenzione Internazionale del Mare del 1982, che considera l’Artico come un’area su cui nessun paese può vantare pretese territoriali, prevede d’altro canto la possibilità che la sovranità e i diritti di sfruttamento siano estesi fin dove si dimostra che il fondale marino rappresenta un’estensione geologica ininterrotta rispetto alla costa: l’obiettivo dei russi è proprio quello di fornire la prova della continuità con la propria piattaforma continentale, così da poter avere pieno diritto di sfruttamento sull’Artico, e per questo motivo, numerose spedizioni scientifiche russe stanno tentando di determinare con certezza questo dato. Si tratta di una teoria scientifica avversata però dagli Usa, che non riconoscono le pretese territoriali di Mosca.

Fatto sta che dal 2007, quando cioè sono iniziate le prime spedizioni sottomarine russe, l’approccio che le due superpotenze hanno adottato verso le regioni artiche è andato mutando da economico a prettamente militare. Gli Usa hanno dislocato nei mari artici alcuni sottomarini nucleari con in dotazione missili puntati su Mosca e San Pietroburgo, in risposta ai quali i russi hanno per ora attivato solo dei pattugliamenti aerei. Al momento sul fronte artico la Russia è nettamente più debole rispetto agli Usa: un recente rapporto del governo ha messo in luce che le guarnigioni dell’estremo Nord russo sono impreparate a far fronte ad un eventuale attacco. Nonostante la Russia sia il paese con il più ampio confine artico al mondo, le Forze armate di Mosca, concentrate nella Penisola di Kola, sono composte in quest’area da una brigata di marines della Flotta Settentrionale, una brigata motorizzata, due basi aeree e due basi antimissilistiche. Per questo motivo, al fine di salvaguardare il proprio ruolo economico nell’area, Mosca ha varato un ampio programma di ammodernamento militare e navale entro il 2020.

Ecco dunque spiegato perchè le installazioni petrolifere dell’estremo Nord hanno assunto una peculiarità prettamente militare.

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