Russia, rapporto-shock: oltre 300 giornalisti morti o scomparsi dal 1992

Negli ultimi venti anni, periodo in cui in Russia la libertà d’informazione è stata formalmente tutelata da garanzie costituzionali, sono stati 341 i giornalisti morti nello svolgimento delle loro mansioni, o di cui semplicemente non si ha più alcuna notizia: è lo sconvolgente risultato di uno studio presentato lo scorso 15 dicembre dall’emittente televisiva russa Mir TV, in occasione della Giornata in ricordo dei Giornalisti. La cifra, basata su dati dell’Unione russa dei giornalisti, include corrispondenti morti durante operazioni di guerra o anti-terrorismo, ma anche quelli scomparsi in circostanze poco chiare in situazioni di pace (anche se lo studio non fa esplicito riferimento a legami diretti tra le morti e le attività svolte dalle vittime).

Nonostante dopo la caduta del comunismo le iniziative editoriali nel Paese abbiano vissuto un vero e proprio boom, la Russia occupa una poco invidiabile terza posizione nella graduatoria delle nazioni più pericolose per chi fa giornalismo, stilata dalla Commissione per la protezione dei Giornalisti (struttura indipendente di vigilanza con base a New York), preceduta solo da Iraq e Algeria. Un risultato dovuto principalmente alla situazione esplosiva nel Caucaso settentrionale, e in particolare nel Dagestan, dove dal 1997 hanno perso la vita 16 giornalisti: l’ultimo reporter caduto nel nome dell’informazione è Kazbek Gekkiev, 28 anni, ucciso ad inizio dicembre nella repubblica autonoma di Kabardino-Balkaria probabilmente da fondamentalisti islamici, anche se ancora non sono stati chiariti diversi aspetti della vicenda.

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