Anniversari: dieci anni fa iniziava la crisi del Teatro Dubrovka di Mosca

Sono trascorsi dieci anni da quella sera maledetta, quando due ore di svago diventarono 60 ore di terrore e di morte per le oltre 900 persone che affollavano il teatro moscovita della Dubrovka, affollato per la prima del musical di successo Nord-Ost. Era il 23 ottobre 2002: un commando di terroristi ceceni, armato di kalashnikov e accompagnato da uno stuolo di donne kamikaze (le famigerate vedove nere) imbottite di tritolo, fece irruzione sul palco, nel bel mezzo dello spettacolo. La richiesta che echeggiò nelle sale, e nelle stanze del potere, fu chiara: via i russi dalla Cecenia. Ma al di là della esplicita richiesta, l’obiettivo dei terroristi era quello, canonico, di ogni azione di questo genere: di dimostrare la vulnerabilità della sicurezza russa. I telefonini degli spettatori divennero il tramite del commando con il mondo esterno: se gli Spetsnaz, le truppe d’assalto russe che nel frattempo si erano appostate all’esterno della Dubrovka, avessero tentato l’assalto, i terroristi avrebbero fucilato dieci ostaggi per ogni componente del commando ucciso o ferito.

Tredici mesi e dodici giorni dopo New York, l’incubo dell’11 settembre si materializzava sulle rive della Moscova. Per il nuovo presidente Putin, al Cremlino da due anni circa, la carriera politica sembrava già giunta al capolinea: lui, che si era imposto come uomo forte in grado di portare ordine nella caotica situazione politica russa a cominciare dalla Cecenia, ora non solo si ritrovava in casa quegli stessi terroristi che aveva promesso di “stanare fin dentro al cesso”, ma addirittura pendeva dalle loro decisioni.

Comunque fosse andata, Putin sapeva che i rischi di destabilizzazione che la crisi della Dubrovka avrebbe potuto comportare erano altissimi. Per questo motivo, parve evidente fin dall’inizio che erano destinati a fallire sul nascere i tentativi di negoziato posti in essere da Anna Politkovskaja, che da esperta della situazione cecena, si era subito offerta di mediare per evitare un bagno di sangue. Ma quando Putin rifiutò l’aiuto militare dei Navy Seals americani, che Bush jr. gli aveva offerto in nome della solidarietà tra vittime del terrorismo fondamentalista (e anche per entrare in qualche modo nella vicenda caucasica), fu chiaro che il blitz della divisione Alfa era inevitabile. Soprattutto fu chiaro che con il suo “cortese rifiuto” Putin aveva deciso di risolvere la questione da solo: per non avere, appunto, alcun debito con gli americani, ma soprattutto perchè la Cecenia doveva restare quello che il Cremlino ripeteva fino alla noia: una questione interna alla Russia, che avrebbero dovuto risolvere i soli militari russi. A cui fu dato il delicatissimo incarico di eliminare i terroristi per lanciare un chiaro messaggio al Paese e al mondo: se il terrorismo islamico aveva messo in ginocchio gli Usa un anno prima, non sarebbe accaduto lo stesso alla Russia, perchè Mosca aveva tutti i mezzi per rispondere alle aggressioni dei propri nemici.

La ragion di Stato, dunque doveva prevalere. Su di tutto, comprese le vite degli ostaggi, ma non di quelle degli spetsnats. Quelli dovevano entrare alla Dubrovka e uscirne vincitori. Bisognava dunque trovare un modo perchè il blitz avesse un successo totale: e l’unico era quello di paralizzare letteralmente qualsiasi tentativo di reazione dei terroristi. Se avessero fatto esplodere le cariche che avevano alla cintola, sarebbe stata la fine per quasi mille persone e soprattutto per il Cremlino.

Nelle prime ore del 26 ottobre, gli uomini delle unità Alfa iniziarono ad iniettare gas nervino paralizzante all’interno delle condotte d’aria del teatro, con l’obiettico di stordire i terroristi ed impedirgli una reazione all’imminente blitz. All’alba, gli spetsnaz entrarono in azione. Quando il sole ormai illuminava Mosca, l’operazione era conclusa: con un annuncio solenne, il consigliere presidenziale Sergej Jastrzhembskij riferì che gli ostaggi erano stati liberati e i terroristi uccisi. “Gli” ostaggi, non “tutti” gli ostaggi: perchè all’interno della Dubrovka, accanto alle vedove nere e ai terroristi che giacevano giustiziati con un colpo alla nuca, rimanevano almeno 130 spettatori, uccisi dalle esalazioni di gas nervino. Un danno collaterale calcolato: ciò che in quell’azione contava, era che lo Stato uscisse vincitore dalla Dubrovka. Anche se, alla fine, il vero vincitore fu Vladimir Putin, che seppe sfruttare la situazione a suo vantaggio per costruire la sua immagine di “uomo forte”, ma soprattutto per attuare un giro di vite sulla sicurezza, in nome della quale, come accadde due anni dopo con la strage di Beslan, molte delle conquiste democratiche post-sovietiche sarebbero state congelate.

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