Il Sogno Georgiano e la Rivoluzione delle Rose rinsecchite

Dopo quella Arancione in Ucraina e dopo quella dei Tulipani in Kirghizistan, anche l’ultima rivoluzione “colorata” rimasta in circolazione, quella delle Rose in Georgia, è arrivata al capolinea. Chi di marketing politico colpisce, di marketing politico perisce: potremmo così commentare a pesante sconfitta elettorale subita dal filo-americano Mikeil Saakashvili ad opera di Sogno Georgiano, un movimento d’opposizione dal nome ammiccante quasi quanto le Rose del presidente, che strappa un’inattesa maggioranza parlamentare e apre un futuro d’incognite per l’uomo che aveva promesso di tagliare i legami politici con l’ingombrante vicino russo. Tra dodici mesi la Georgia sarà infatti chiamata ad eleggere il suo nuovo capo dello Stato, e Saakashvili si presenterà a questa consultazione debole come mai è stato nella sua quasi decennale esperienza politica. Quando con la sua Rivoluzione delle Rose nel 2003 spodestò l’allora presidente, quell’Eduard Shevarnadze ministro degli Esteri della perestrojka gorbacioviana, si presentò al mondo come l’elemento di novità che avrebbe cambiato il volto non solo della Georgia ma anche dell’intero spazio ex sovietico.
Il suo progetto politico ruotava in sostanza intorno a un unico punto: spezzare definitivamente la secolare influenza russa sulla Georgia e traghettare il paese verso l’Occidente politico (Ue ed Usa) e militare (Nato). E per raggiungere questo traguardo, si era presentato ai georgiani con un prodotto che non poteva non destare simpatie e interesse specie nelle fasce della popolazione più acculturate e cosmopolite: un movimento politico di chiaro stampo occidentale, che aveva come simbolo un fiore che richiamava il socialismo europeo, che utilizzava i sondaggi e gli exit-poll, che si avvaleva della tv per mostrare agli elettori i propri candidati giovani, belli e rampanti. Insomma, un’abilissima operazione di marketing politico concepita dai migliori spin-doctors gentilmente messi a disposizione dall’amico George W. Bush, ma proprio per questo a rischio-flop se non sostenuta da una reale qualità del prodotto politico che Saakashvili aveva venduto al suo popolo.

E oggi i georgiani hanno presentato il conto. Il carniere del presidente è penosamente vuoto. Dal punto di vista economico, il Paese è cresciuto dal punto di vista del Pil, ma la disoccupazione non si è ridotta, nè il divario tra ricchi è poveri è andato diminuendo. Il prezzo dei generi alimentari e del carburante è aumentato, l’inflazione è alta, la corruzione non è stata debellata. Ma Saakashvili in questi anni è spesso scivolato su quei diritti umani che aveva eretto a suo faro quando prese il potere: frequenti sono state le denunce delle organizzazioni umanitarie a proposito di violenze e repressioni da parte della polizia, fino alle recenti immagini-shock di torture e pestaggi nelle carceri ai danni degli oppositori del presidente, riprese dai media di mezzo mondo.

Anche in politica estera Saakashvili ha perso molto credito agli occhi delle cancellerie occidentali, che pure avevano applaudito alla sua ascesa politica nel 2004. Lo spartiacque è stata senza dubbio la guerra contro la Russia, da lui stesso provocata quando, in maniera del tutto illogica, nell’agosto 2008 sferrò un attacco militare contro le due regioni separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, scatenando la reazione (decisamente sproporzionata) di Mosca. Salvato per un soffio dalla disfatta totale grazie alla mediazione dei leader europei presso Putin, visto che le truppe russe puntavano su Tbilisi per abbattere il suo governo, i rapporti con gli Usa e l’Ue non sono stati più gli stessi. Dietro la facciata delle dichiarazioni di circostanza, l’Ue e la Nato non hanno ancora aperto le porte alla Georgia: il motivo è  che Saakashvili, dopo aver provocato una crisi internazionale che avrebbe potuto alterare gli equlibri dell’intera regione caucasica,  è ritenuto un leader poco affidabile. Anche gli Usa sono diventati tiepidi nei suoi confronti, dopo che il suo mentore George W. Bush ha lasciato la Casa Bianca: il presidente georgiano ha dovuto avvalersi di una influente società di lobbying per riaprire un canale di comunicazione diretto con Barack Obama, che nemmeno l’aveva invitato alla cerimonia di insediamento.

Ora resta da capire quali saranno le prossime mosse dell’ex condottiero della rivoluzione floreale georgiana. Il sospetto è che stavolta, rispetto a dieci anni fa, non ci siano più alleati d’oltreconfine disposti a garantirgli un credito politico.

Annunci