Pussy Riot, i dubbi di Medvedev: “La loro condanna è stata un’autorete”

In attesa del processo d’appello fissato per il prossimo 1° ottobre, prosegue in Russia il dibattito tra innocentisti e colpevolisti sulla vicenda delle Pussy Riot, il trio punk condannato lo scorso mese a 2 anni di carcere per vilipendio alla religione, dopo aver intonato una “preghiera” contro Putin nella cattedrale moscovita del Cristo Salvatore. Oggi pomeriggio è intervenuto sulla questione il premier russo Dmitrij Medvedev che, durante un incontro con i funzionari del suo partito della città di Penza (600 km a sudest di Mosca), ha manifestato forti perplessità sulla decisione presa dal tribunale distrettuale di Khamovnicheskij lo scorso 17 agosto: “Sono rimasto semplicemente disgustato da ciò che hanno fatto – ha dichiarato l’ex presidente russo – ma penso che la loro condanna sia stata un autogol”. Medvedev all’inizio del processo aveva chiesto ai giudici una sentenza clemente, ritenendo che i mesi di carcere preventivo fossero stati già una pena sufficiente per le tre ragazze. Oggi ha ribadito le sue convinzioni: “Un prolungamento dei tempi di carcerazione, a mio giudizio, è controproducente. Prima della sentenza hanno trascorso sei mesi dietro le sbarre, mi pare una punizione sufficiente. La condanna più giusta avrebbe dovuto essere la sospensione della pena e l’affidamento ai servizi sociali”.

Le parole del Primo Ministro rispecchiano di sicuro la sua linea politica liberale, che già era emersa durante i suoi quattro anni di presidenza. Ma il fatto che anche il presidente Putin si sia collocato su posizioni moderate denota il fatto che a Mosca avrebbero tutti fatto volentieri a meno del trambusto internazionale scatenato dalle Pussy Riot e dalla loro performance che, molto probabilmente, aveva principalmente l’intento di dare una maggiore visibilità al gruppo. Ma le forti proteste del clero e delle associazioni religiose hanno di fatto messo il Cremlino tra l’incudine delle reazioni internazionali e il martello dei rapporti privilegiati con la Chiesa ortodossa, troppo preziosi ai fini del consenso popolare per essere messi a rischio da una sentenza di assoluzione. E infatti, le opinioni dei cittadini sembrano andare in tutt’altra direzione: un sondaggio on-line sul sito dell’agenzia RIA Novosti indica che il 55% dei votanti è d’accordo con la sentenza di condanna, contro il 38% che dissente dalla decisione dei giudici, mentre solo il 4% avrebbe optato per una pena alternativa al carcere.

Poche ore dopo le dichiarazioni di Medvedev, un nuovo capitolo si aggiungeva al libro delle polemiche tra Mosca e l’Occidente scaturite dalla sentenza: a scriverlo era Boris Berezovskij, potentissimo ex oligarca negli anni Novanta e ora in esilio (dorato) a Londra dopo l’ascesa al potere di Putin. Intervistato dall’emittente radio Eco di Mosca, Berezovskij (che in patria è accusato di frodi ed di varie attività criminali) ha smentito le voci che lo davano come la “mente” dell’azione delle Pussy Riot. “Non c’entro con loro e non ho mai progettato niente con loro – ha sottolineato l’ex uomo forte della Russia eltsiniana, – ma se avessi ideato io un’azione come quella, ne andrei orgoglioso”, riferendosi chiaramente all’invocazione anti-Putin rivolta alla Madonna dalle tre ragazze perchè liberasse la Russia dal suo acerrimo nemico.

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