Pussy Riot: nuovo caso di dissenso o trovata pubblicitaria mal riuscita?

Anche se non ha il peso politico del processo a Mikhail Khodorkovskij, il caso giudiziario che vede coinvolte la rock-band russa Pussy Riot sta comunque spaccando in due l’opinione pubblica, e non solo. Questo gruppo punk tutto al femminile che va per la maggiore in Russia è diventato oggetto di dibattito e di scontro politico con tanto di eco internazionale, visti gli attestati di solidarietà giunti da rockstar del calibro di Sting e Peter Gabriel. Ma cosa hanno combinato queste tre ragazze neanche trentenni, in carcere da marzo, che lunedì sono comparse per la prima volta davanti ai giudici? Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alekhina e Jekaterina Samutsevic devono il loro successo all’irriverenza delle loro esibizioni più che alla loro musica. Molto trasgressive a cominciare dal nome (un ambiguo riferimento all’organo sessuale femminile), le tre ragazze si sono fatte conoscere per i loro concerti, rigorosamente non autorizzati, tenuti nei posti più impensati: dai tetti degli autobus fino al cuore della Piazza Rossa.

Lo scorso 21 febbraio, però, l’hanno fatta grossa. Nel pieno delle contestazioni anti-Putin che animavano la campagna elettorale per le presidenziali, hanno pensato bene di tenere un’esibizione nel luogo più sacro di Mosca dopo il Cremlino: la Cattedrale del Cristo Salvatore, il monumento-simbolo della Chiesa Ortodossa russa. Per lanciare l’ennesima provocazione (o forse, sostengono i maligni, perchè in cerca di pubblicità) le tre ragazze sono salite sull’altare ed hanno intonato una loro personalissima preghiera-punk, un’invocazione alla Madonna affinchè liberasse la Russia da Putin. L’effetto è stato, manco a dirlo, scioccante, un po’come accadrebbe se Lady Gaga improvvisasse una delle sue hit nella navata centrale di San Pietro per protestare contro le posizioni del Vaticano sulle unioni omosex.

All’apertura del processo, le giovani punk hanno ammesso che la loro esibizione sull’altare maggiore della Cattedrale moscovita è stato un “errore etico”. “L’obiettivo del nostro gesto era e resta quello di attrarre l’attenzione del Patriarca Cirillo e del clero sulla nostra generazione senza punti di riferimento, – si sono giustificate le Pussy Riot – “non ce l’avevamo con la religione, era solo un invito al clero a non fare politica”. La polizia ha però incriminato la band per atti di teppismo, un’accusa che viene seccamente respinta: “E’ stata solo un’infrazione amministrativa, per la quale porgiamo le nostre scuse ai credenti, che non volevamo offendere”.

Ma quell’allusione a Putin come il “Male” non poteva certo passarla liscia. E ovviamente, quando c’è di mezzo il presidente russo, l’opinione pubblica e la politica si spaccano. Le organizzazioni umanitarie hanno chiesto clemenza per le ragazze (che per le accuse di teppismo rischiano dieci anni), mentre il premier Medvedev invita alla calma e ad aspettare la sentenza dei giudici, sottolineando come la detenzione preventiva già sia stata una sorta di punizione per le tre cantanti. Le associazioni ortodosse intanto respingono le scuse, anche perchè le Pussy Riot non sarebbero nuove a gesti come quello compiuto a febbraio.

Come andrà a finire? Se dovesse cadere l’accusa di teppismo, le tre contestatrici potrebbero cavarsela con una pesante multa e un enorme ritorno in termini di pubblicità soprattutto a livello internazionale, che nello spietato mondo dello showbiz non è poco. Logica vorrebbe che il caso fosse chiuso così, se non fosse che restano due aspetti importanti. Il primo è che  l’influente clero ortodosso e soprattutto l’opinione pubblica vicina alla Chiesa non hanno ancora perdonato le Pussy Riot: potrebbero perciò esserci pressioni sui giudici perchè emettano una condanna che soddisfi la sete di vendetta di una consistente parte dell’elettorato di Putin, che alla vigilia delle elezioni ottenne la “benedizione” della Curia moscovita e con essa una buona dose di preferenze. La seconda riguarda Putin stesso, o meglio l’esser diventato oggetto di scherno nella preghiera punk recitata sull’altare del Cristo Salvatore: l’assoluzione di tre ragazze che si sono fatte quattro mesi di carcere preventivo per aver invocato un intervento divino contro l’imminente rielezione di Zar Vladimir potrebbe avere effetti imprevedibili sui movimenti della piazza. Il timore dei fans (e dei leader del dissenso) è che le Pussy Riot potrebbero pagare un costoso pedaggio alla ragion di stato, e prendersi una condanna che ne rafforzerebbe l’immagine di “prigioniere di coscienza”, come le ha definite Amnesty International.

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