Il caso Magnitskij incombe sulle relazioni Usa-Russia e sul destino di Obama

Sta assumendo sempre più i contorni dell’affare di Stato il caso di Sergej Magnitskij, l’avvocato 37enne del fondo d’investimenti Hermitage Capital Management, trovato morto nel 2009 in una cella del carcere moscovita di Matroskaja Tishina, dov’era in attesa di rispondere di un’accusa di frode fiscale. L’uomo era stato arrestato alcuni mesi prima con l’accusa di aver truffato lo Stato per conto della struttura finanziaria britannica che rappresentava, che per alcuni anni era stata partner del colosso energetico russo Gazprom, ma del quale successivamente aveva denunciato una diffusa corruzione all’interno.  Questa vicenda, in gran parte ancora avvolta nel mistero, è finita addirittura al centro del colloquio avuto da Barack Obama con Vladimir Putin a margine del G20 di Los Cabos la scorsa settimana , poichè la Commissione Esteri del Senato statunitense (a maggioranza repubblicana) è in procinto di discutere il Magnitskij Bill, una proposta di legge avanzata dai “falchi” repubblicani, che imporrebbe il divieto d’ingresso negli Usa e il congelamento di beni e conti correnti dei funzionari e degli uomini d’affari russi coinvolti nella morte del giovane avvocato, e nella violazione dei diritti umani in genere. Considerato il peso economico raggiunto dalla Russia negli ultimi anni e il recente ingresso di Mosca nel Wto, un’eventuale approvazione del “Sergei Magnitsky Rule of Law Accountability Act” comporterebbe innegabili contraccolpi sia commerciali, ovvero un drastico calo degli investimenti russi sui mercati americani, che politici, visto che Putin ha già minacciato ritorsioni se gli Usa dovessero stilare una blacklist di imprenditori e politici russi giudicate “persone non gradite”: una situazione di tensione con Mosca, di cui Obama avrebbe volentieri fatto a meno, che rischia di spingere il Presidente Usa in un vicolo cieco a cinque mesi dalle Presidenziali.

Il Magnitskij Bill è infatti il frutto avvelenato di una modifica di legge riguardante l’emendamento Jackson-Vanik del 1974, che escludeva l’allora Urss dal gruppo dei principali partner commerciali degli Stati Uniti e che i democratici avrebbero voluto abrogare definitivamente per facilitare l’ingresso di capitali russi sul mercato americano, specie su quello dell’energia: ma a marzo un gruppo di influenti senatori repubblicani, tra cui l’ex sfidante di Obama John McCain, hanno proposto di sostituirlo con il Magnitskij Bill, mettendo in serie difficoltà Obama sia nei confronti dell’elettorato che nei confronti della controparte russa.

Di fronte alla fermezza di Putin e con il dibattimento a Capitol Hill previsto di lì a ventiquattr’ore, Obama ha cercato di prendere tempo. Subito dopo il vertice, è intervenuto il suo vice-consigliere per la Sicurazza Nazionale Ben Rhodes, che ha invitato il Senato a tenere separati l’emendamento Jackson-Vanik e il Magnitskij Bill “in nome di una normalizzazione dei rapporti commerciali con la Russia, i cui investimenti sarebbero d’interesse per le imprese e per i lavoratori americani”. Poche ore dopo la dichiarazione di Rhodes, il senatore democratico della Virginia Jim Webb chiedeva ed otteneva che il previsto dibattimento in Commissione venisse rinviato a data da destinarsi: “Il Senatore Webb – si legge in una dichiarazione del suo portavoce –  pur sostenendo le premesse del Magnitskij Bill, è preoccupato della terminologia utilizzata nella presente bozza in esame, e chiede che l’esame della legge venga posticipata per consentirne una revisione”.

Un trionfo di realpolitik: semmai il Magnitskij Bill dovesse far nuovamente la sua comparsa dalle parti di Capitol Hill, di certo la sua struttura risulterà nettamente modificata. Ma è probabile che ai repubblicani andrà bene anche così, anzi forse andrà ancora meglio: il loro candidato Mitt Romney avrebbe per le mani un’occasione in più per attaccare la debolezza di Obama in politica estera, sulla quale effettivamente il Grand Old Party progetta di sferrare l’attacco decisivo in autunno.

Le tensioni internazionali ed economiche rischiano però di far passare in secondo piano la vicenda umana di Sergej Magnitskij, che sarebbe stato l’agnello sacrificale in un gioco più grande di lui: lo ha rivelato più di un anno fa il quotidiano russo d’opposizione Vedomosti, citando gli esiti di un’inchiesta condotta dal Consiglio presidenziale per i Diritti Umani e che sarebbe stata voluta dall’ex presidente Medvedev subito dopo la morte del giovane legale. Secondo Vedomosti, il Ministero dell’Interno e il Fsb avrebbero fabbricato prove false per “incastrare” Magnitskij al fine di lanciare un avvertimento all’ Hermitage Capital Management Fund. Dagli esiti dell’indagine emergerebbe infatti  la completa infondatezza delle accuse mosse al giovane avvocato: nessun caso di frode fiscale sarebbe stato riscontrato tra i suoi clienti.

Ad oggi, tuttavia, l’unico imputato nell’inchiesta per la morte dell’avvocato resta Dmitrij Kratov, direttore del penitenziario dove Magnitskij morì, che però è accusato solo di aver impedito che al detenuto venissero prestate cure mediche in un’apposita struttura ospedaliera.

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