Le relazioni pericolose: perché Putin vuole salvare Assad a tutti i costi

La precipitosa smentita con cui il portavoce della flotta russa ieri ha bollato come prive di fondamento le notizie che davano per imminente alcune navi da guerra di Mosca verso il porto siriano di Tartus, dove la Russia ha una base navale, non cancella un dato di fatto: il Cremlino non vuole l’intervento militare in Siria né tantomeno un cambio di regime a Damasco. Lo ha ribadito anche lo stesso Vladimir Putin, che ieri in Messico ha incontrato, per la prima volta da presidente, Barack Obama, a cui ha fatto presente che Mosca non arretrerà di un millimetro dalle sue posizioni. Un faccia a faccia cordiale ma teso, tra un Obama con le elezioni presidenziali alle porte, preoccupato del prolungarsi di questa fase di immobilismo, che spinge per una soluzione che elimini la presenza di Bashar al-Assad al vertice dello stato siriano; dall’altro lato un Putin non più disposto ad assecondare i desideri della Casa Bianca al Palazzo di Vetro, a favore del piano di pace in sei punti dell’ex Segretario Onu Kofi Annan, che prevede la cessazione immediata delle violenze, l’ingresso in Siria delle organizzazioni umanitarie e dei media internazionali, la liberazione dei prigionieri, l’avvio di un dialogo politico tra le parti. Del resto, neanche il massacro di Houla dello scorso 26 maggio (più di 100 morti, per la maggior parte donne e bambini) è riuscito a sbloccare lo stallo che ormai da mesi vige alle Nazioni Unite, dove gli Usa, assieme a Francia e Gran Bretagna, premono per una risoluzione che permetta un intervento militare sotto egida Onu e la Russia che invece continua a porre il veto, ben supportata dalla Cina.

Siamo di fronte ad una situazione che sembra riportare l’orologio della Storia indietro agli anni della Guerra Fredda, con la Siria in un ruolo non molto diverso da un paese terzomondista degli anni Sessanta e Settanta, dove Usa e Urss si scambiavano la parte di padrini politici di governi autoritari e movimenti rivoluzionari. In effetti, le relazioni russo-siriane nascono proprio in quel periodo lì, quando al Cremlino sventolava la bandiera con falce e martello e la parola d’ordine era sostenere i vari movimenti militar-golpisti d’ispirazione socialista, i cosiddetti baathisti, operanti in Medioriente, di cui faceva parte Hafaz al-Assad, padre dell’attuale presidente Bashar e uomo forte di Damasco dal 1970 al 2000. Oggi la Siria è l’ultimo paese amico che Mosca conserva da quelle parti: l’Iraq è ormai diviso tra occidentalizzazione e islamismo, lo Yemen del Sud è stato inglobato dal Nord, mentre in Palestina la kefiah dell’Olp è stata soppiantata dal doppiopetto dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Dinanzi ad un puntare i piedi così fermo da parte di Putin, viene da chiedersi se in Siria la Russia agisca secondo una logica da blocchi contrapposti o se ci sia dell’altro. Vero è che gli ottimi rapporti con Assad permettono alla flotta russa di disporre del porto di Tartus, ad oggi l’unica base navale di Mosca nel Mediterraneo, come pure è vero che Damasco resta un buon cliente per il complesso militar-industriale russo, considerato anche l’accordo da 550 milioni di dollari per l’acquisto di 36 jet da combattimento Yakovlev-130 siglato a gennaio. Ciò basterebbe a comprendere perché Mosca non vuole scossoni in Siria, tuttavia l’approccio russo alla crisi ha sfumature più politiche che meramente economiche e militari. Ma contrariamente a quanto può sembrare, la logica dei blocchi contrapposti sarebbe più un danno che un vantaggio per la Russia odierna, che, diversamente dai tempi sovietici, non ha più un’ideologia da esportare a qualunque costo, bensì materie prime energetiche da vendere in qualunque posto: ciò significa che, sulla bilancia della politica estera russa, il piatto con la base di Tartus e gli Yak-130 ha un minor peso di quello della stabilità dei rapporti internazionali. In poche parole, Mosca non rischierà di perdere potenziali acquirenti del suo export energetico in nome di Assad.

Ciò che porta i russi a opporsi all’intervento militare è il timore che una destabilizzazione della Siria comporti un aumento della presenza americana in Medioriente. Gli interventi internazionali in Afghanistan, Iraq e Libia hanno avuto come conseguenza principale innanzitutto il dislocamento di truppe Nato nelle fasi post-belliche, resosi necessario per garantire l’ordine nella fase di transizione: ciò significa che, se Assad dovesse cadere a seguito di un attacco militare, il governo provvisorio del Consiglio Nazionale Siriano (visti anche gli ottimi rapporti con Washington)  di sicuro chiederà l’aiuto dei marines Usa per garantire un regolare passaggio dei poteri.

Ma la riluttanza del presidente russo ad accettare l’azione delle Nazioni Unite contro Assad potrebbe avere origine più da questioni interne che estere, legate cioè alle proteste anti-Cremlino di questo inverno. Non è un caso che Putin in campagna elettorale abbia spesso parlato di salvaguardare la sovranità della Siria da una possibile aggressione militare occidentale: a leggere tra le righe, si capisce che il riferimento era alla situazione nelle piazze russe invase dalla protesta della generazione “social network”, più che in quelle di Damasco. Ovvero, Putin temeva (e teme ancora) che gli echi di una vittoria della Primavera araba in Siria potrebbero essere percepiti anche in Russia, allargando ulteriormente il consenso nei confronti dell’opposizione di piazza. Ed è forse anche per questo che sulla strage di Houla Mosca ha adottato una posizione doppia: se dinanzi ai partner internazionali il governo russo ha manifestato dubbi sulla paternità dell’eccidio che gli Usa attribuivano ad Assad, chiedendo un’indagine dell’Onu, in patria i media filogovernativi hanno già  categoricamente escluso eventuali responsabilità dell’esercito regolare, addebitando le colpe della strage esclusivamente ad al-Qaeda. Messaggio chiaro: l’ordine costituito non va turbato.